11/01/17

Atimazein


Chi dice, scrive o pensa che Napoli è luce chiara, bellezza tormentata e invadente, ignora bellamente la profondità delle sue notti. Il buio vorticoso degli anfratti, l'anarchica decadenza della pioggia sottile contro i neon accesi dei negozi deserti, la linea del cielo rigorosamente bassa e nera, la precarietà e la fatiscenza dei rapporti d'istinto. Con gli elementi, con altri corpi, con il proprio spazio occupato e libero.
Certe notti d'inverno, a Napoli, sono veri e propri abissi. Potresti caderci per una minima disattenzione e ruzzolarci per millenni.
Come stanotte.
Stanotte che ho deciso.
Mi sono licenziato cinque giorni fa. Ho venduto alcuni dischi e libri che non volevo far trovare. Ho regalato un quadro di famiglia ad una persona alla quale dovevo un favore. Ho chiuso il mio account Amazon, quello Twitter, mi sono disiscritto da tutte le newsletter di musica, arte, libri, offerte di elettronica e ho disattivato il feed a tutti i blog.
Ho lavorato due giorni per ritrovare tutti i vestiti che non metto più. Li ho chiusi in tre buste azzurre, di quelle che in genere vengono usate per la verdura, e ho portato il tutto al raccoglitore automatico all'angolo. Ho stracciato i miei appunti, tutti, e due quaderni di confidenze. Confidenze invecchiate.
Ho guardato a lungo le foto dei miei genitori. Ho ricordato nomi di amici, di amiche ambigue, di donne con le quali sono stato; poco, abbastanza, troppo. Ho attaccato alla porta a vetri della mia camera una foto di me in quarta elementare.

Quando arrivo a casa di Zerlina è quasi notte. Non ho trovato le Camel Lights al distributore, così sto fumando quelle assurde Marlboro corte che finiscono troppo presto e bruciano la gola. Mi sono sbarbato, sono vestito bene, ho scelto la giacca dei colloqui. Sono due settimane che non faccio sesso e allora sono carico. Carico il giusto. Anche se è scomparsa la rabbia, sarò in grado di fare l'amore. Lo farò con tutto me stesso, senza rendermi ridicolo. Non sarò un volenteroso ginnasta, sarò io, io che finisco, io stella cadente, io che non ho più rabbia dentro. Come mi hanno chiesto per anni. Li accontenterò.
Il marito di Zerlina è fuori Napoli per due giorni. Abbiamo organizzato questa notte con cura, preparativi di un mese con qualche contrordine. Nell'ordine delle cose. Nell'ordine degli inganni. Le regole valgono per tutti. Anche per me che non ne ho mai avute.
Zerlina è bella, è rara, me ne merito solo tranci, briciole, sensi di colpa inclusi. Zerlina è troppo per me. Lo penso da quando l'ho vista per la prima volta. Dalla prima volta, l'idea di noi due è uno di quei divieti che ti danno carburante, e l'idea di lei mi suggerisce riposo, fine della guerra, abbandono della mia postazione. Per la prima volta nella mia vita. Lei è il primo senso di quiete dopo anni. Mi ispira la fine dei fantasmi. La liberazione del mio vento, il compimento delle mie interruzioni, il compito caldo del consumarmi. I suoi pantaloni neri, il suo top blu, il suo sorriso. Mi accolgono e io sono quieto. Una delle poche volte. Non mi brucia dentro la lama centrale dei trascorsi, dei luoghi, della vendetta che ho disperso in troppe scorciatoie. C'è solo lei. Non penso niente di suo marito. È fortunato. È forte, ma uno di quelli enormemente pavido di fronte all'eternità. Penso di essermi spiegato.
Io e Zerlina ci abbracciamo. Il nostro abbraccio mi restituisce. Finalmente. Il suo abbraccio, che è partito per primo, è quello di tutte le donne che ho conosciuto e anche di quelle che non ho saputo trattenere o che hanno usato la porta di servizio per accendermi d'incenso nelle insonnie. Zerlina restituisce e mette in pace il caos delle mie tasche piene di buchi, di emozioni ridotte a fili di riconoscimento. Zerlina legge l'appello nella classe indisciplinata delle cose che ho lasciato in sospeso. Fuori, la notte invernale di una Napoli che non finirà mai per davvero nei libri e nei film fa il resto.
So che se il nostro abbraccio durasse ancora un po', finirei per riconoscere addirittura le onde del mare a picco nel panorama che intravedo dalla finestra socchiusa. Zerlina tradisce chi l'ha conquistata un tempo e chi la vive ogni giorno, ma mi restituisce. E non sa, non saprà mai, che azzardo impensabile si sta compiendo.
Dormiremo insieme, non nel loro letto. Insieme sul divano. Scomodi, precari, luridi di bisogni non ufficiali che niente hanno a che vedere con il sesso o solo con quello.
Il lurido bisogno di ogni uomo, compiersi senza leggi esterne. Compiersi.
Sciolgo l'abbraccio. Troppa nostalgia. Ho paura di confondermi, ho paura di mutare le mie intenzioni in un compromesso che non posso permettermi più.
Mi serve solo quello che mi restituisce. Quello che chiuderà la strada già chiusa, rendendola per una notte il viale di casa. Non posso chiedere altro.
Non si può amare a lungo chi riesce a restituirti. Chi ti aiuta a compierti deve restare incompiuto. È anche amore. Non altro. Amore.

Torno a casa alle cinque e quaranta minuti del mattino. Manca poco alla tipica luce delle sei nelle albe invernali di una città di mare. Io sono il figlio di una città di mare. Ma ne amo il buio, le maree veloci, la brina sui vetri, il richiamo sotterraneo di una lava che non vuole nessun turista.
Avevo pensato allo specchio. Un'inutile suggestione. Ripenso alla notte con Zerlina. Non è successo niente, forse. Sono stato l'ombra che le serviva e chissà se le ho restituito qualcosa.
Non è una resa. Non è un oltraggio. È un raggiungimento. Un azzeramento. La chiusura di un conto smaccatamente personale.
La gente lo chiama suicidio.
Io lo chiamo spostamento.
Salgo sulla sedia. Alle sei di mattina, lo giurò, non piangerò.
Me lo dicevo da bambino: “Niente lacrime, occhi asciutti, sorriso interno come una cometa”.

©Luca De Pasquale 2017


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