15/01/17

Ad usum delphini


Anni fa, dalla finestra di una delle tante case, osservavo ogni notte una stanza illuminata fino all'alba. Era la finestra di una camera-studio, ci vedevo un uomo con la barba, di circa cinquant'anni.
L'uomo si aggirava nervosamente nella stanza, fumando, scrivendo, controllando il telefono. Non sembrava plausibile l'esistenza di una donna nella sua vita: se non altro, non in quella camera-confino.
Io lo spiavo con moderata curiosità, quasi per inerzia, attanagliato dalla mia insonnia dalla valenza esistenziale. Perché la mia insonnia esistenzialista è tale non per ridicolo vanto stoico, quanto per involontaria definizione del mio semplice stare al mondo.
La mia esistenza notturna, la mia sola presenza, sembra avere bisogno di continui fattori dispersivi: devo smarrirmi senza soluzione di continuità.
Se sono acqua, Dio sa quanto lo vorrei, devo incontrare massi, dighe, interruzioni di ogni sorta. Sì, devo essere interrotto da qualcosa e forse da qualcuno. Devo frangermi contro qualche elemento, e la mia risacca deve risuonarmi come una ritirata ad occhi socchiusi, una fiduciosa fuga tra altre onde, un avvicinamento un po' doloroso a tutte le scarpe del mondo.
Ecco perché di notte dormo poco e con mille interruzioni.
E chiaramente sono sensibile, molto sensibile, alle luci che restano accese, per quanto lontane possano essere, qualsiasi identità e relative abitudini nascondano.

Quello che mi colpiva di quell'uomo era la resistenza, soprattutto nelle cupe notti invernali. Con addosso una giacca da camera, lo sconosciuto sembrava non patire il freddo e men che meno il logorio della stanchezza.
Io, invece, avevo freddo. E le ore mi stancavano, mi mettevano all'angolo. Non ero un insonne professionista. Fantasticavo su rapporti estremi senza futuro, su amori rocamboleschi che nel computo dei giorni si rivelavano invece furiose macchine di autodistruzione, planavo sinistro e libero sui miei morti per rubare immagini a un possibile futuro più tenue, una lavanda gastrica dell'anima.
La bulimica ricerca di emozioni seduttive mi teneva sveglio per notti e notti, lasciandomi l'avventata illusione di poter pianificare un'anarchia sentimentale infida, inaffidabile, pilotata da un kamikaze.
Per moltissime notti sono rimasto sveglio a scrivere per donne che non conoscevo. Per amici e sodali che non avrei mai voluto realmente incontrare. Fingevo di scrivere di me per guadagnare altre vite, come nei videogiochi.
E quell'uomo misterioso mi teneva compagnia, con la sua silenziosa e distante scelta di non sonno e di laboriosità nel buio. Poi ho cambiato appartamento e non ho potuto più contare su quel compagno di ore tenebrose.

Stanotte sono sveglio. Sono l'unica luce accesa nel raggio dell'abitato che posso rinchiudermi nello sguardo. I miei occhi sono fessure, i miei movimenti vanno all'unisono con il pezzo dei Calexico, “Sprawl”, che ho scelto come colonna sonora: cadenzati, un po' liquidi, minimali, quasi folkloristici, leggermente malinconici.
Il contrabbasso di Joey Burns, il vibrafono di John Convertino, la densità della notte. Funziona. Come sempre, funziona. Sono il sovrano della città fantasma, sono il vecchio sceriffo sconfitto, sono il futuro impiccato, se pure passerò qualche ora in un bordello la taglia su di me rimarrà a prescindere.
Da piccolo mi dicevano che avrei dovuto lavorare (e dunque pensare, pensarci) sulle ambizioni, sulla costruzione di un appeal, mi consigliavano di entrare nell'idea che anche un fascino va levigato, indirizzato, e che qualsiasi vocazione va condotta per mano al commercio, allo scambio, ad una pur trasparente compravendita.
Non ne volevo sapere. Mai fatti piani di sorta. Mai calcolata la portata di qualcosa. Mai studiato le reazioni. Mai intercettata con disarmante facilità la giusta parola, il momento opportuno, il contesto adatto.

I Calexico lasciano spazio ad Alain Bashung, David Grumel, Harold Budd, The Necks, Erik Truffaz. Gli artisti della notte. Poi, alla virata dell'alba, finisco per rileggere alcune cose che ho scritto senza pensare a nessuno, lasciandomi semplicemente prendere dal ritmo, dal silenzio. Stranamente, nonostante i classici impulsi di distruzione, non mi dispiace nemmeno. Però capisco che non ho scritto con l'intenzione di comunicarmi, di farmi propaganda, di guadagnare qualche moneta al mercato delle pulci delle condivisioni. Ho scritto e basta. E questa azione, adesso, porta con sé la stravagante trappola di una possibile vuotezza d'intenti. Sembra quasi che si debba scrivere esclusivamente per piacere, per cucirsi addosso il ruolo, il senso, per potersi fregiare del cartellino di riconoscimento.
Scrittore malinconico dalle tinte dark”; “scrittore incazzato dalle simpatie anarchiche e socialiste”; “cantore del disincanto generazionale con suggestioni autodistruttive”. Tesserini, galloni, adesivi, tatuaggi.
No. Non mi trovo. Non mi sento a mio agio. Non riesco a studiare questo tipo di cose.
Sarà che in questo ultimo mese sto leggendo tutto Quarantotti Gambini, Zurlini, Buzzati e Manganelli: sono quattro autori che con la massima e strabiliante semplicità della grandezza riescono a smontare tutti i falsi edifici dell'autoconsiderazione di sé.
Sono due mesi che mi sento il Drogo de “Il deserto dei Tartari” e non posso farci niente. In attesa di qualcosa, a scrutare un orizzonte polveroso e spettrale, in compagnia di altri individui dal passato incerto, lattiginoso. Incapace di vanti, marginale come il legno che sorregge altre più importanti travi, impersonale come lo specchio che mi riflette mentre mi lavo i denti alle quattro del mattino o mentre fumo in un angolo come un assassino mimetizzato. Funzionale a me stesso come il cucchiaino che gira l'ennesimo orzo nella tazza. Guardone depurato come tutti i veterani di una scena qualsiasi. Solo che non ci sono più finestre accese a tenermi compagnia, nei dintorni. Non ci sono, almeno a vista d'occhio, altri legionari della notte in giro. E non c'è, per grazia di Dio o chi per lui, qualcuno che pianifichi la commerciabilità delle mie emozioni e delle mie reali o supposte vocazioni.
Ci sono i libri. I dischi. La polvere sui mobili. Le foto girate per pudore. Le tende della finestra che il vento rende sacchi pieni o vuoti a seconda dell'intensità della sua furia ancestrale. Ci sono io.
La cosa che mi piace di più di me stesso è che non mi piaccio mica tanto come si potrebbe pensare. Sono salvo. Per ora.

©Luca De Pasquale 2017






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