31/12/17

Documentari notturni, gradi nascosti


Oh la meta l'ho raggiunta è là
ma cosa mi darà
Idealizzare lascia il sale in bocca non ci credere
L'unica linea è questo feeling mi ammazzerà lo so
La voglia è la pazzia l'idea.
Mario Biondi

Fino a qualche anno fa, ero solito tracciare un bilancio ad ogni fine anno, iniziando l'opera di revisione e comprensione delle cose e dei fatti qualche giorno prima della fatidica notte di S. Silvestro.
Non sono mai stato uno facile ai grandi propositi; le mie rivoluzioni sono state più interiori che dimostrate, e soprattutto non sono mai state pacifiche o neutre, qualcosa che morisse era da mettere in conto. Nessuna rivoluzione può nutrirsi solo di parole e di buoni sentimenti: chi propugna visioni del genere è un mistificatore o semplicemente un credulone in vena di reclutamento emotivo. Un disastro.

Quest'anno non mi ha detto un granché di esteriore, non c'è un evento che la mia memoria faccia prevalere su altri, non ho trovato la pietra filosofale e nemmeno l'ho cercata. Da un punto di vista umano, ho conosciuto delle persone valide e ho anche patito delle delusioni annunciate. Mi rendo conto che le persone attorno a me sono invecchiate anche loro, e questo si riscontra in rapporti a loro volta invecchiati male, con un dialogo stitico, pigro e basato su preconcetti cristallizzati nel tempo. Le mie tare saranno sembrate sempre le stesse, con delle rughe in più. Il mio scarso movimento sociale e fisico sarà di certo apparso un po' il rifugio del condannato e avrà rafforzato l'idea, presente in alcuni, che la mia indole sia improntata a scelte e traiettorie solitarie, cosa questa non del tutto campata in aria.

Le persone devo prenderle un po' alla volta, singolarmente, senza confusione, senza vociare, senza guide ad ogni angolo. Preferisco i rapporti privati alle occasioni pubbliche. Non mi entusiasma granché trovarmi in più di quattro o cinque elementi ed evito come la peste qualsiasi forma di assembramento che somigli a un ritrovo di vecchi compagni di scuola.
Al contempo non riesco ad evitare una certa irritazione che mi prende quando sono in presenza di persone entusiaste e troppo verbose. L'entusiasmo spinto al parossismo, l'ideologia della spensieratezza obbligata per sconfiggere il male, queste sono cose che non riesco ad accogliere, se non con una goffa diffidenza.

Questo 2017 mi ha confermato che il mio campo d'azione è costituito da un insieme di margini per metà immersi nel buio, e che la ricerca è la mia ossessione, la mia unica vera ossessione. Nulla mi basta e nulla mi ferma. Appena padroneggio qualcosa, devo andare alla ricerca di altro e sconosciuto; e questo anche emotivamente.
La mia scrittura, poi. Mica mi ci liscio il pelo, con la mia scrittura. Spesso non sono soddisfatto. Altrettanto spesso la sbrano, la rinnego, la ricuso, la annego nel giorno dopo. Soprattutto, la dimentico. Come amo dimenticare me stesso. Ho dimenticato i libri che ho scritto, davvero dimenticati. Come se non fossero miei. Il mio blog è come se offrisse una sola nota, quella del giorno in cui la scrivo. Le altre non contano, superati i due giorni di età. Non le rileggo mai e non mi rileggo mai in genere. Al momento, non ho progetti editoriali in mente e non li voglio tra i piedi nel prossimo futuro. Non sono nelle condizioni esistenziali di voler finire in un libro. Il piccolo brivido erotico e onanistico di vedere il mio nome su qualcosa di rilegato è scomparso; è molto più erotico e vivificante campare alla giornata, senza chiedersi cosa gli altri desiderano da te. Tanto, l'era delle aspettative è stata sbranata dai lupi e allora mi sento molto più libero.

In apice a questa nota ho stranamente citato una canzone di Mario Biondi che mi è sempre piaciuta. Mi sento, in questo ultimo giorno dell'anno, come l'andamento di quella canzone; una mezza bossa sussurrata, cullata da un'orchestra quasi invisibile, una canzone che domani non riascolterò più e che con il fondo della mia anima c'entra poco o nulla. Eppure mi piace.
Mi piacciono molte cose che non dovrebbero piacermi; non sempre me la vivo bene, non sono un titano e sono portato a pensare senza farmi sconti.

L'altroieri notte non riuscivo a dormire. Che novità. Mi sono alzato per fumare una sigaretta, non si sentiva un rumore nel raggio di chilometri. Mi è venuta voglia di ascoltare un brano che adoro da tanti anni, “Lament”, nell'interpretazione di Mark Murphy. Una di quelle struggenti canzoni notturne su cui ho costruito un regno emozionale senza volerlo. Ma bene ho fatto a non cercare il cd di Mark Murphy, perché mi sono imbattuto in un documentario per anime insonni, addirittura sul lupo rosso americano, che rischia seriamente l'estinzione. Da subito, ho dimenticato che ora fosse, quanto ero stanco, e a cosa stavo pensando prima di fumare. Credo sia ormai risaputo che amo i lupi. Amo particolarmente lo sguardo di questi splendidi animali, bellissimi e demonizzati, rovinati dal simbolismo e dalle paure umane, animali magici che riescono ad emanare anche una profonda malinconia, che io percepisco in pieno.

Alle quattro è finito il documentario. Il sonno mi era passato completamente e così mi sono messo a scrivere. Avevo da dire e avevo da dimenticare. Avevo da scompormi, da evocare, da dannare, da ricostruire e infine da spegnere. Alle sei del mattino mi sono messo a letto come un bravo bambino, né soddisfatto né scontento.
Di quest'anno ho poco da dire e scrivere, qualcosa da dimenticare, ho seguito delle strade che ho sempre avvertito come le uniche percorribili, non sono mai stato violento, persino nei rifiuti, nella scontentezza, in nulla. Non c'è stata forma violenta che io non sia riuscito a dominare esteriormente. Un progresso? Non saprei. Le mie passioni sono violente; forse ho imparato a non renderle evidenti.
Camminare per il mondo con tutte le passioni in evidenza è un gesto romantico da sognatori seriali, non ravveduti e per questo anche stupidi. Ho imparato a mollare questo canovaccio ad altri sognatori. Non mi bastava più fare la sfilata con tutti i miei poco comunicabili amori in bella esposizione, come al mercato delle emozioni, quello che va quasi sempre deserto.

Dall'anno nuovo non mi aspetto niente che non sia già stato detto per i precedenti. In fondo, le speranze migliori si somigliano tragicamente, e come rituale non si va molto più lontani dallo sfoggiare intimo rosso per accogliere altri 365 giorni sull'altare domestico di un'onda calda di piacere sessuale.
Credo che sia fondamentale non finire in copioni scritti da sconosciuti, meglio essere caratteristi nella propria vita che attori incipriati in recite altrui. I miei valori spirituali restano inalterati nonostante gli agguati degli ultimi anni: non c'è nulla che abbia scalfito la voglia di girare per le strade con uno sguardo disincantato e curioso, malinconico quanto si vuole ma non vinto. Non mi sento immortale. Non mi sento più giovane come un tempo, e questo è solo un bene.
Continuerò ad amare il jazz, i lupi, la Fiorentina. Non smetterò di fumare. Rivedrò per la sessantesima volta “La prima notte di quiete” di Zurlini, se capiterà. Il mio libro preferito è intoccabile: “I demoni” di Dostoevskij. Continuerò a preferire le piccole città alle metropoli e gli uomini silenziosi ai chiacchieroni. La fascinazione della notte non finirà mai. Come il senso di colpa inguaribile per il troppo che voglio, il troppo poco rispetto alla società.
È molto pericoloso ritagliarsi il proprio senso di libertà nei dintorni dei porti, di passaggio per piccoli ristoranti a conduzione familiare e motel per amanti. È pericolosa l'accoppiata sigarette/jazz, perché fa carattere, archetipo. È pericolosissimo amare infinitamente uno strumento dal registro così grave, perché ti induce a pensare diversamente, scavando, dilaniando le proprie barricate ogni volta. È un azzardo tifare tanto per una squadra di calcio così incompiuta ed è così facile innamorarsi di quest'assurda fedeltà ogni giorno. È pericoloso guardare negli occhi le persone, perché l'amore non è uno schema chimico in fondo a un libro, piuttosto un arco di tenebre che si sporge nella luce per cercare l'unica freccia senza reali intenzioni di colpire.
Sono vulnerabile, come e più di prima. Amo il jazz, la vita e la notte. Forse non ho capito niente del mantenere e anche del prendere, ma nel riconoscere ho le mie stellette, i miei gradi. Di colore scuro, mai esibite, il prossimo pasto simbolico per un lupo rosso americano di passaggio prima di scomparire.
Buon anno.


©Luca De Pasquale 2017




29/12/17

Quaderno viola di sorpassi mancati


Sono verdi i suoi occhi
e viola la sua voce.
Federico Garcia Lorca

E alla fine finisco da un barbiere di paese perché non sopporto più i miei capelli. Mi rado, anche, dopo due mesi di pazienza buttata alle ortiche.
Dal barbiere c'è un ragazzo omosessuale che non deve tagliare i capelli ma sta lì a parlare dei fatti suoi. Racconta di aver conosciuto un bulgaro di diciotto anni che ha la fidanzata napoletana e dovrebbe essere etero, però loro due si sono baciati. E si sono baciati pure con le lingue belle bagnate. La descrizione mi fa rabbrividire di orrore, non perché si parli di baci francesi tra due uomini, non potrebbe fottermene di meno; quello che provoca il mio orrore è il raccontare la propria intimità come se si parlasse di un programma televisivo o di una partita.
Usando quel tono, il ragazzo non si rende conto che non importa se gli ha infilato la lingua in gola o glielo ha preso in bocca con il rossetto da puttana, conta invece la pornografia del considerarsi libri aperti in luoghi pubblici.
Non mi sento imbarazzato, ho sentito ben altro in vita mia, ma scalpito per darmela a gambe. Il richiamo è altrove; e io in quell'altrove proprio non posso andarci. La mia presenza non è solo presenza, in quell'altrove; è scompiglio, sbaraglio, inversione. E allora non è fattibile.

Per strada, incontro uno che quasi non mi riconosce, con i capelli corti, senza barba e pure senza occhiali. Mi dice che dimostro 35 anni e non 46. Non sono uso eccitarmi per questo tipo di complimenti; li facevano anche a mio padre, che poi è morto in un periodo in cui tutti gli dicevano che stava benissimo, esteriormente. La somiglianza con mio padre aumenta di giorno in giorno, me ne accorgo. La bocca, le spalle, anche il naso. Ci differenziamo per i dieci centimetri di statura a mio favore e per la mia disillusione sul prossimo, verso il quale papà riponeva sin troppe speranze. Ci differenzia il fatto che a mio padre la mia disperazione di stare al mondo lo destabilizzava; come il mio modo di amare e di appassionarmi, che lui trovava eccessivo e votato allo sfacelo.
Mentre il tipo mi racconta alcuni pettegolezzi che dimenticherò nel giro di qualche minuto, in testa mi ronza un vecchio pezzo dei Koop, “Jellyfishes”, una languida porzione di nu jazz con il contrabbasso di Dan Berglund sugli scudi. Ascoltavo i Koop in una buona fase della mia vita. Ero giovane e affamato di tutto, mi sembrava di poter fare ogni cosa, sfogliavo ogni giorno l'ideale margherita per indovinare il nome della prossima donna che il fato mi avrebbe regalato per dimenticarmi.
Non sono mai stato un seduttore. Non ho le physique du rôle, e poi non sono mai andato in palestra perché per me è un luogo di perdizione e di puzza di sudore. Parafrasando un film che amo moltissimo, “Il sorpasso” di Dino Risi, posso dire che non sono il Bruno Corona di Gassmann, piuttosto il Roberto Mariani di Jean-Louis Trintignant. Con un sorpasso troppo azzardato sulla mia vita, sarei io a precipitare sugli scogli.

Una volta cercai di raccontare a mio padre che una donna sposata mi aveva proposto di vederci quando il marito partiva per lavoro, vale a dire una volta ogni due settimane. La donna era un noto avvocato della città. Io avevo ventun anni e lei trentotto. Ero entusiasta di essere stato scelto da una donna adulta. Glielo dissi e lui, portando le mani avanti come per respingermi, mi rispose che di queste mie storie morbose non voleva saperne niente, in quel momento e mai. Ci rimasi male, ma gli diedi subito ragione. Mio padre coltivava degli ideali, anche nei sogni, cercava di farli combaciare; io non ho mai coltivato altro ideale che sfuggire a cose già preparate, fatte su misura per contenermi. L'oltre mi chiamava, lo sbagliato, il rischioso, il troppo, l'ambiguo, io correvo la corsa delle ombre mentre mio padre cercava solo pace.

Cammino di nuovo da solo. Oggi non c'è pioggia. Dimostro quarant'anni netti. Non di meno, non di più. Chissà quanti ne ho dentro. Non ci perderò la testa. Ripenso alle confessioni del ragazzo gay. Se fossi rimasto un po' di più lì dentro, penso che saremmo arrivati alla confessione principale, e cioè che il ragazzo bulgaro doveva essere ben dotato e lui quel cazzo lo desiderava. La gente gira troppo intorno a certi contenuti che sono chiari e di cui non bisognerebbe mai vergognarsi. Ho sempre cercato di essere sincero. Dissi a una donna che mi piaceva che era vero, la conoscevo poco, ma avevo in compenso voglia di essere un suo strumento di piacere. Lei si offese, sostenendo che la stessi trattando da troia. Un errore madornale, perché tra i due, semmai, la troia volevo essere io. Non mi sono mai sentito un principe e nemmeno un rospo. Ero giovane, irruente, sconsiderato. Oggi sono solo irruente, ponderato nella mia sconsideratezza. Non basta mai, però.

L'anno sta finendo. Me ne accorgo perché sono in diversi a farmi gli auguri per un 2018 ricco di gioie, soddisfazioni e “rimborsi”. Rispondo sempre “grazie, vedremo”.
Una persona mi ha detto che nel 2018 dimostrerò il mio vero valore. Il mio vero valore è un pensiero che sento come un punto debole. Non so e non voglio stabilire il mio valore. Mi sembrerebbe di farmi fuori, se trovassi una bilancia adatta a pesarmi. Quando qualcuno cerca di spiegarmi come desidero, come prendo, come amo, io allora scelgo di graffiarmi il cuore in un tempo presente che metta al centro la vita, non i miei bisogni. Non posso inserire la mia frenesia in un menù da presentare a qualcuno. Non posso farlo.

Chissà cosa direbbe mio padre, che non riesco a disciplinarmi. Che calpesto la mia sensibilità nella fretta di fregarmi, di svolgermi, e che sentirmi chiamato altrove mi fa sentire in colpa con quello che ho creato fin qui. E che cosa direbbe, se finalmente ammettessi che non posso affrontare tutto con la gestione disinvolta dei peggiori rischi, che molte cose si sono dimostrate più grandi della mia sfrontatezza? E che scrivere non è messaggio, è piuttosto impronta, passo notturno. È questo sorriso che somiglia sempre più al suo, ma il suo era dolce, fiducioso e il mio invece è amaro, casuale, è un temporale, è un'attesa, è scegliere il riposo nel disordine e la confusione durante gli ordinati banchetti altrui.
E sì, ho i capelli corti. Mi sento per metà, dentro. Sacco pieno, sacco vuoto. Domande, schivate, traversate senza comunicare, pause di voce, corda, colore viola e pioggia sui vetri.
Viola e arancione sono i miei colori interiori prevalenti. Kandinskij sosteneva che sono i due colori più instabili in assoluto. Mescolati, nelle giornate in cui mi sento di più, fanno me o qualcosa di simile.
Ogni giorno scrivo il mio quaderno viola di sorpassi mancati. Scrivendo, resto legato alle parole che rimangono dentro, le migliori. Le parole che non si rinnovano, che non si vendono, le parole più sincere, quelle che pregano affinché non vengano scalzate dal movimento, parole viola che sanno quanto possono cambiare il corso della vita, quante lacrime possono contenere e quante evitarne. Chiamo questo precipizio il mio equilibrio. Almeno per quest'anno che mi sta salutando, riconoscendomi nonostante i capelli corti.


©Luca De Pasquale 2017


28/12/17

Tempeste utili


Stamattina ho guardato a lungo il mare che ruggiva.
Per strada non c'era quasi nessuno, quei pochi che ho incrociato si lamentavano del vento e della pioggia che cadeva violenta, in diagonale.
Il mare in tempesta, come i fulmini di notte e il vento all'alba, è uno spettacolo che mi cattura completamente. Mi lava dentro, è la foto in movimento di come mi sento quasi sempre, travolto dalle mareggiate eppure naufrago capitano di una nave, banalmente la mia vita.

Nella vetrina di un negozio, nella strada deserta che porta al molo, ho visto i miei capelli mossi dal vento e allora ho deciso di non tagliarli più. Perché tagliare qualcosa che si muove? Bisognerebbe invece recidere solo ciò che è fermo, inane, colpevolmente stabile in un momento superato. Ho continuato a camminare controvento, stranamente senza guanti, e mi sono detto che è vero, ho commesso tanti errori, ma non sono una persona spaventata.

Non è così facile non spaventarsi. Non tremare. Si finisce per perdere lo sguardo in se stessi e nelle proprie tempeste, si finisce con il tararsi sulle proprie forme di resistenza ai malesseri e basta. Allo specchio, la persona fragile ripete il suo rosario di fierezza, ho evitato il dramma, ho scongiurato il dolore, ho trovato l'amore.
Sto garantendo un futuro ai miei figli, sono una persona per bene, si dice.
Faccio ancora bene l'amore quando me lo chiedono e me la sento, si confessa.
Ho protetto i miei affetti, ho molti amici, sono salvo, così chiude il monologo l'uomo fragile allo specchio, l'uomo che nelle sue rughe vuole trovare canali di saggezza tutta personale, saggezza autodidatta.
A me la recita a soggetto allo specchio non funziona. Non ha mai funzionato. Anche se ora ho rughe a sufficienza per essere credibile. Quanto più mi sono stordito per non guardare negli occhi la tempesta, tanto ho ceduto pezzi di me stesso alla confusione, mi sono perso in proclami inutili di eroismo improvvisato, ho acceso un fiammifero e nel buio mi sono sussurrato come un cretino, “sai badare a te stesso, mio caro Luca”.
Con me stesso queste cose non funzionano. Non possono funzionare. Se elargisco il mio tempo libero alla smania di dimostrarmi attivo, facente parte di qualcosa che mi contiene e che contenga anche le mie mareggiate colme di fuoco, allora sono certo di perdermi. Perdermi ulteriormente. Lo abbiamo scoperto e sperimentato, ci si può perdere fino a un certo punto, non importa se non si vede più la riva, quello magari è un bene. Il problema è perdere il sapore di se stessi in una centrifuga perpetua di eventi distraenti, utili solamente a differenziare la vaghezza dei ricordi, la loro faziosità imperscrutabile e ossessiva. Ci piace ricordare come eravamo innamorati, come abbiamo creduto in qualcosa o qualcuno, siamo dipendenti dalla nostra selezione di attimi da conservare. Collezioniamo souvenir in cui possiamo specchiare il ricordo di quello che credevamo di essere e magari diventare. Rimpiangiamo in modo struggente e un po' patetico gli istanti di energia pura, di libertà apparente, siamo costretti a rimettere mano alle immagini che pur diventando scomodissime ci dominano, le tracce di occhi che erano innamorati di noi. Forse i nostri stessi occhi.

Consapevole che tutto questo con me non funziona, sono risalito a casa infreddolito, forse più vento che sangue dentro, una volta tanto ho ripercorso una strada senza la sensazione di essere un predatore silenzioso e nemmeno una preda annunciata e casuale al contempo.
Questi sono gli effetti del cattivo tempo su di me: visuale sulle onde distinguendo le fiamme contenute in quella rabbia naturale, consapevolezza adulta e dolente che non si rimira negli specchi d'ascolto, un taglio di capelli scongiurato e l'impossibilità di fumare all'aperto causa tempesta.
A casa ho messo su un disco di Jerry Bergonzi, quelli sì che funzionano sempre. “Jerry On Red”, 1988, con Dodo Goya al contrabbasso, grande musicista scomparso recentemente. Durante l'assolo di pianoforte di Salvatore Bonafede ho riconosciuto il tocco di Dodo. Piccolo benessere personale da difendere anche quello.
Ho acceso una sigaretta, di volata mi sono fermato allo specchio e ho scoperto che già i miei capelli non mi piacevano più.
Tipico. Tipico di me, perché è così che funziono, credo.


©Luca De Pasquale 2017

Dodo Goya


27/12/17

La sera di un incontro solo al presente


Quella notte lei ed io parlammo a lungo. Non ricordo nemmeno di cosa. O forse sì.
Percepivo la sua presenza come un fascio di energia che non potevo dominare. Io mi percepivo come incorporeo, quasi asessuato, sentivo di venire dal nulla e nel nulla sarei tornato.
Mi sembrò che stessimo praticando uno sport pericoloso, estremo: quello delle anime che si incontrano senza contorni, senza ingolfamenti quotidiani, senza condizionamenti esterni, senza le paure degli orologi e lo schema delle professioni, dei divertimenti, del gusto.
Puro e semplice -e per questo più che complesso- incrocio di anime, senza tensione sessuale da portare a casa, senza planimetrie comportamentali, senza apparenti conseguenze sul fluire dei giorni.
La sua voce risuonava conosciuta e sconosciuta nei minuti che anticipavano la notte, la mia proveniva da scatole cinesi di coraggio sconsiderato, il coraggio della voce quando evita le scorciatoie.
Più parlavamo, più le sensazioni si mescolavano in quel gioco di anime messe l'una di fronte all'altra, schiodate dalla realtà, perse in un confine senza guardie, incontro veloce, contraddittorio, quindi con i crismi di una possibile eternità.

C'erano anche delle pause, brevissime, non imbarazzate.
Sentivo chiaro il mio gesto della parola, sciogliere lacci, aggirare le norme della vita delineata, avvicinarmi senza pregiudizi, non pensare a niente. Men che meno al futuro. Un'anima di fronte all'altra e basta. Un gioco che non si operava per giocare.
Attorno a noi, case, finestre, vento, l'orario, gli orologi al polso degli altri. Niente di sovrastrutturato, niente di deciso. Nessuna trappola ossessiva nascosta dietro un silenzio o uno sguardo, l'anima a libero servizio, senza prenotare il giorno dopo.

Avrei sempre voluto quello che stavo vivendo durante quell'anticipazione di notte: incontri non distrutti dai contorni, dal grande paese delle conoscenze e delle parentele incrociate, incontri sospesi in una nebbia così chiara da diventare -per sobria magia- nuova visuale.
Il dramma emozionale di doversi prenotare il giorno seguente nelle relazioni ha deturpato i migliori momenti della mia vita. Quel condizionamento infetto e stancante, quella domanda così idiota, “e poi che succede?”

Quella sera la risposta ce l'avevo, non incartata, non precotta: niente.
Il gioco di anime che riescano ad incontrarsi, per poco, per sbaglio, in una notte senza orologi non prevede la parola futuro. Non si tratta di prenotare una stanza d'albergo, un treno o chissà cosa. È la vita che decide come e quando, e tante volte un casuale incrocio senza vincoli di alcun tipo paga dazio perché è incantesimo veloce e senza aspettative, che non sono nemmeno attenuate da precedenti delusioni ma semplicemente inesistenti in quanto fattori incongrui rispetto a quanto sta accadendo.

Dopo quella notte, bianca e dostoevskiana, sospesa nel profumo di un disco come “You must believe in spring” di Bill Evans, non riuscii ad evitare di interrogarmi su questioni che finivano per ridurre quell'incontro a una coincidenza da scomporre e infine da distruggere.
I giorni si susseguivano, apparentemente senza poter riproporre, se non in minima parte, quella situazione. Esitavo. Traccheggiavo. Svuotavo e riempivo quella parentesi. Cercavo di dar fuoco allo spazio trasparente contenuto nella parentesi. Quando pensavo di aver debellato tutto, la parentesi mi si ripresentava, stavolta con un testo da interpretare, da decrittare e magari da personalizzare.

Trovai qualche risposta comoda all'uopo. Io venivo dal nulla e lei pure. Il destino non ci ha riconosciuti, dicevo. Il destino è capriccioso e gradisce esplosioni di volontà che non sono sempre possibili. Quasi mai.
Poi decisi di non pensarci più. Feci allora ricorso ai luoghi comuni del mio errare da un confine all'altro senza fermarmi mai: passeggiate solitarie con mani in tasca, sigarette fumate allo specchio senza guardarmi, musica ascoltata in penombra ma senza scenografie, conversazioni con altre persone sì, ma senza anima in gioco e comunque stabilendo da subito contorni, apparentamenti, trucchi, illusionismi, trappole.

Le notti senza contorni, in cui senza nemmeno saperlo due anime si pongono l'una di fronte l'altra, incerte ma vere, dubbiose ma presenti, sono così rare che sfumano nel ricordo onirico, come se non fosse accaduto nulla, come il ricordo circolare in un rimbalzo d'acqua, lontano da chi scatta foto alle feste del destino.
Gli incontri senza contorni emanano segni solo negli occhi di chi era presente. E gli occhi non possono e non devono contenere per forza il futuro.


©Luca De Pasquale 2017


La cellula deviata


Quanto sono realmente sensibili le persone che per coltivare la loro sensibilità devono ricorrere a tutta una serie di passatempi, hobby e passioni costruite?
Quanto resisterebbero senza privilegi?
Senza tranquillità economica e senza vizi?
La verità, dura, liquamosa, è che l'opulenza ottunde i cervelli e crea diversivi per potersi riprodurre fino alla totale esclusione di ogni disagio oggettivo dalla vita quotidiana.

Per anni e anni ho cercato disperatamente di non suddividere le persone in classi, di non guardare troppo nel baratro, di conservare uno sguardo sereno, anche in presenza di elementi che non condividevo nella maniera più assoluta.
Ho cucito il mio disagio, la mia inappartenenza al mondo che mi ha visto crescere, nella scrittura. Operazione riuscita solo a metà. La mia costante ribellione mi ha prima giocoforza emarginato dall'ambiente natio, poi mi ha portato in una zona franca dove ho dovuto scegliere definitivamente da che parte stare.
Io non sono un moderato, non potrò mai esserlo. Mi è troppo difficile assistere allo svolgimento sempre uguale di un mondo ovattato che non sa fare altro che studiarsi il buco del culo pur di tenerlo sempre pulito.
La sporcizia mi pervade, i pensieri di lotta e rivolta non riescono ad abbandonarmi, potrò avere anche dei vezzi intellettuali -che poi non sono vezzi, ma è gusto, linguaggio del gusto- ma sono a tutti gli effetti, carnalmente, un uomo di strada.

Ho sofferto molto nel vivere e crescere in un ambiente che mi chiamava e rifiutava allo stesso tempo, pienamente ricambiato. Le mie origini mi hanno portato a vivere scentrato, in luoghi che non descrivevano la storia della mia famiglia, che non mi davano voce, che mi vedevano muto e squattrinato sotto eleganti portoni, con amici ricchi e indecisi e una marea di aspettative sulla mia persona che non vedevo l'ora di mandare a puttane. E l'ho fatto, fino in fondo, fin quasi a cambiare la mia identità e diventare uno di nessuno.
Non mi sono mai dedicato realmente alla politica, che vedevo come un ingolfamento della lotta naturale, selvaggia e priva di sovrastrutture che andavo inseguendo come un animale ferito. Non ho aderito agli ultimi tristi vagiti del PCI, non ho abbracciato nessuno dei movimenti di mellifluo progressismo che si sono succeduti in sua vece. Per tutta la vita ho combattuto i valori della destra, ma da una posizione non barricadera, non dogmatica, da battitore libero, da cellula impazzita che si sputava in faccia e si divorava, una specie di iper-sinistra senza nome, senza padri fondatori, addirittura senza compagni. Tant'è che per sintetizzare (e soprattutto per non essere rotto i coglioni) mi sono definito anarchico, in modo da farmi ripudiare velocemente e senza spargimento di prediche e confronti tanto sciocchi quanto improduttivi.

Oggi ho quasi quarantasei anni. Sono meno prudente di un tempo, di certo sono fottuto, come amo sempre scrivere, chiaramente sono una cellula impazzita e insignificante di una società che sento di ripudiare con tutta l'energia che ancora conservo. Lo dico chiaramente, non ho fiducia nel futuro. Socialmente, la mia fiducia è prossima allo zero. Ammiro chi crede ancora in una società migliore, chi ancora fa quadrato, ma non posso mentirmi: non credo in nient'altro che nell'ostinazione di cellule di resistenza, che ovviamente devono legarsi tra loro in qualche modo. Non vado oltre. I movimenti populisti sono una forma di orrore.
Si sprecano battute sulla faccia di plastica e cerone di Berlusconi, ma non ci trovo nulla da ridere. Nulla da ridere sulla sua presenza rinnovata in scena. Nulla da ridere sulla comicità involontaria e spregevole di personaggi che parlano agli intestini degli ignoranti e ai paurosi piccolo borghesi che temono di perdere la loro aurea pagnotta.

Disprezzo gli intellettuali -anche quelli che si fingono illuminati- che fanno il gioco di una società che li sfama. Li considero degli ipocriti, prima di tutto, e nei casi peggiori anche dei venduti. Con posizioni accentuate verso il lato debole del popolo vendono la loro empatia levigata come fosse autenticata. I loro figli fanno bob a due, deltaplano, corsi di meditazione, eppure loro si dichiarano vicini al popolo. Probabilmente non hanno mai avuto in tutta la vita difficoltà a pagare una bolletta; e se l'hanno avuta, nel loro distanziarsi da quella condizione la ricoprono di merda e di oblio pilotato.
Non c'è nessuno che sia peggiore di quelli che vogliono mettersi alle spalle le loro origini e anche i loro problemi di sopravvivenza. Anche io faccio parte della prima categoria, pur se in modo totalmente diverso, perché credo che l'essere cresciuto in un mondo che sfoggiava ogni sabato un vestito diverso abbia contribuito a rendermi una specie di esecutore solitario di ammutinamenti continui.

Per cercare di lavorare, sono costretto ad avere a che fare con alcune persone che non posso apprezzare. Sono costretto a ricordare ad alcuni che esisto e che posso avere bisogno, anche se il mio unico desiderio sarebbe che mi dimenticassero loro per primi. Sostengo dei colloqui in cui devo simulare di essere un quasi cinquantenne arreso alle difficoltà, e invece vorrei dichiararmi per quello che sento di essere, uno che non ha niente più da perdere e che a certi brillantini da ufficio è uso sputare in faccia anche se solo con le parole. I cretini sostengono che non sono stato bravo a costruirmi delle buone relazioni che mi arrecassero vantaggi e boe d'emergenza. Nella loro logica hanno anche ragione. Ma che prezzo avrei pagato? Dove sarei ora? A fare il consulente in qualche casa editrice o discografica? A presentare i miei libri con un pullover a collo alto, tutto convinto delle mie sciocchezze sulla notte, sull'amore impossibile e sulle distanze? Non so rispondere a questo e non è una domanda che gonfierò in futuro.

Una parte della strada è ampiamente compiuta. Adesso c'è da capire, più che altro, chi è dentro e chi è fuori da quel che rimane. E non è facile stabilirlo. Prendo atto, però, che le difficoltà di circondarsi di persone con orizzonti completamente differenti ci sono e non vedere questo sarebbe vile e pure sconclusionato. Non posso dissimulare di aver voglia di rientrare in un mondo che ho lasciato. Non posso nemmeno fingere di essere un uomo accettato dal popolo, che pure difendo e abbraccio nelle sue necessità. I miei modi, i miei gusti, la mia refrattarietà a forme di ghettizzazione autorizzate mi rendono impresentabile in alto e in basso, collocandomi come forza umana in una zona intermedia dove è troppo facile perdersi e diventare grigi come una resistenza muta che non si rinnova mai.

Certe domande occorre porsele. Senza dare nulla per scontato. Dove sono? Dove sono percepito? Che spazi di movimento ho? Quanto l'essere fuori da certi giochi fa perdere umanamente, in quanto condanna a una specie di esotismo rivoluzionario senza costrutto? Quanto ancora sono in grado di distinguere l'anima di una persona dalla classe cui appartiene? E se si tratta di una bella anima appartenente a un mondo che non condivido, cosa faccio, distruggo ugualmente? Mi allontano con eleganza? Tento?

Quello che mi rifiuta non è solo un colore, una fascia, una zona distinta. Basta basculare un centimetro più in là e il rifiuto può arrivare dalla parte cui credi di appartenere. Quello che rifiuto non è delimitato in un recinto, manco fosse una discarica. Quello che rifiuto e combatto si nasconde anche nei sorrisi delle persone che conosco, nelle loro abitudini inerziali, nella loro superficialità salvifica, nel loro organizzare il tempo libero secondo i crismi di una liberazione privata che ai miei occhi non ha alcun senso compiuto.
Quello che rifiuto si deposita sui comodini delle persone che pure conosco, sotto forma di libro e di paziente egoismo, di smania di un compimento personale che porta con sé tutto il tragico lassismo di cui ci imbottiscono, convincendoci che basta tenere il buco del culo pulito per poter parlare di anima, di interiorità, di sensibilità, di umanità e tutto il repertorio consueto.

Stamattina allo specchio ho notato i capelli spettinati e mi sono salutato senza eccessiva simpatia, “ciao, cellula deviata”.


©Luca De Pasquale 2017

26/12/17

L'autodistruzione di Frank Morgan (e la mia)


Quando acquistai quel cd di Frank Morgan, “A Lovesome Thing”, in un negozio dove il commesso non capiva un cazzo di jazz e voleva per forza rifilarmi un live dei Rolling Stones, di Frank Morgan non conoscevo la storia. Non potevo sapere della sua dipendenza dall’eroina, dei suoi troppi anni di carcere, della sua colossale autodistruzione. Eppure, qualcosa in quel disco –che avevo voluto ascoltare nonostante la riluttanza del commesso palmipede- mi comunicava dolore, desiderio di ripresa. E si sa quanto il desiderio di ripresa possa essere una delle peggiori e più beffarde forme di dissipazione e di tormento nella vita di un uomo.

Al tempo, la mia ossessione era un’altra. Era una ragazza che per farmi contento e per farmi impazzire ogni volta che ci vedevamo si presentava in minigonna e stivali. Un’accoppiata che non reggevo, che mi portava addirittura lontano da me stesso, se possibile. Più di quanto non lo fossi già. Erano tempi in cui mi autodistruggevo ogni giorno, cercando di toccare i punti più bassi della mia emotività, delle mie dipendenze da accelerazioni controproducenti, lotta con chiunque non condividesse le mie scelte sempre votate allo schianto e al rimpianto successivo.
Lavoravo controvoglia, evitavo gli amici perché sapevano di vecchio e di scontato, non mi confidavo, scrivevo fino a scuoiarmi, fumavo troppo, avevo ridotto le telefonate ai miei genitori a dei sussurri stanchi con buonanotte incorporata. L’annichilimento di un lavoro sempre uguale, basato su sfiancanti esortazioni a vendere, vendere e vendere mi stavano scomponendo in tanti piccoli spettri, ombre incarognite.
Per cui la mattina mi vedevo costretto a scegliere di esagerare. Esagerare sempre la portata delle cose, dei rischi, fino a perdere quasi sempre tutto. Dovevo prendere tutto prima del tempo e in dosi massicce, altrimenti sapevo che mi sarei spento. La ragazza in minigonna e stivali non mi amava. Si limitava a provocare in me una dipendenza esplicita, folle e anche vuota. Il sesso con lei mi ricordava cose che non capivo, segmenti di vuoto in perenne agitazione, cellule di oscurità carnivore che mi servivano per drogarmi, per non accettare la purulenta realtà quotidiana, con tutte quelle cazzate insopportabili sull’equilibrio, sul benessere, sull’attenzione obbligata a se stessi e agli altri. Fare sesso con lei, o aspettarlo, era come spararsi in bocca ogni volta, però senza suicidarsi. Un escamotage per nulla raffinato, tipico di chi non concepisce altro che la rivolta e il rifiuto di ogni schema, anche quelli buoni.

Ascoltai il disco di Frank Morgan in una sera orribile, con lei che mi diede buca a un appuntamento che per me significava una dose. Mentre ascoltavo il disco, molto elegante e suonato benissimo, iniziai a provare un senso di gelosia e di fastidio per quel suo eludere noi due e le nostre dipendenze, lei provocare e io provare per poi dimenticare. Il disco girava e io pensavo a come procurarmi la mia dose di avulsione dalla realtà, da quella routine merdosa fatta di un badge aziendale, di sorrisi falsi al pubblico e quieta indifferenza verso fatti e cose della vita che invece non sopportavo neanche un po’.
Poi mi venne in mente che avrei dovuto informarmi su chi fosse davvero Frank Morgan. Non si comprano i dischi solo per ascoltarli. La musica dietro, e non necessariamente dietro, ha gli uomini, prima ancora che i musicisti.
Un link dopo l’altro, passai la serata con Frank Morgan e la sua storia. E man mano che leggevo, pensavo al fatto che è impossibile reggere alle aspettative altrui senza reagire, anche nel modo sbagliato. Frank Morgan, per il quale si erano sprecati paragoni con Charlie Parker, non aveva retto la pressione.
Io non reggevo la pressione. Vendi, vendi, vendi, sorridi. Non mi piaceva vendere. Io volevo partecipare la bellezza della musica, mica venderla. E quanto alla scrittura, mi avevano consigliato di ingaggiare un agente letterario. Ma per fare che? Non potevo pagarlo, un agente letterario. E poi è un ruolo che non ritenevo compatibile con il mio modo di pensare e con la banale consapevolezza che non scrivevo per ottenere visibilità, quello non è stato mai un pensiero per me e ho pagato questa scellerata mancanza di ambizione fino a scorticarmi vivo. Ma non sono affatto pentito, nemmeno oggi. Di scrivere romanzi non mi andava. Se scrivo un romanzo, a pagina venti inizio ad avere voglia di fare tutto a brandelli. Non reggo i miei personaggi e a volte nemmeno la mia fantasia. Prendo pezzi di realtà, ossessioni, inversioni, cadute, e ne scrivo. Costruire trame per me rischia di somigliare a tavolate indigeste, dove tutti mangiano e tu finisci per osservare, con la neve in tasca, la tachicardia e il bisogno di qualche risvolto animalesco liberatorio, come incontrare una ragazza in minigonna e stivali che giochi con la tua libido per confermarti quanto sei sciocco, violento nel mondo e spettrale nel riconoscere il tuo bisogno di essere amato.

Poco dopo le 23, la ragazza in minigonna e stivali mi chiamò. Mi disse che avrebbe potuto raggiungermi a casa mia. Le dissi che andava bene e che le avrei fatto ascoltare il disco di un grande musicista, non un live dei Rolling Stones. Chiusi la comunicazione con un senso di sollievo. Anche quella sera, dunque, avrei potuto spararmi in bocca senza morire, avrei divorato il gioco vanitoso di quella donna nei miei confronti, con rispetto, sarei stato animale dopo giorni e giorni di salamelecchi, chiacchiere inutili, stupidi sognatori del cazzo che mi suggerivano l’agente letterario o di somigliare a qualche scrittore in voga.
Quella sera, però, non facemmo sesso. Il disco di Frank Morgan mi spinse a comportarmi in modo ossequioso, morbido, come se la incontrassi per la prima volta. Ricordo che le dissi che avrei voluto strappare il badge aziendale e buttarlo nel cesso, che non mi andava di lavorare per dei padroni dei quali non conoscevo neanche la vera faccia. Le dissi che non ero affatto un venditore di musica. Le spiegai perché detestavo la figura dell’agente letterario, perché gli scrittori napoletani mi stavano tutti o quasi sullo stomaco, e anche di come mi fosse difficile fingere di voler conoscere degli editori tutti orientati a una retorica del leggere che invece mi faceva schifo come e più del consumismo che i suddetti fingevano di combattere con la cultura.
Le dissi anche che la trovavo bella. Sembrò quasi non gradire.
E ancora, ricordo chiaramente le mie parole circa i rapporti che intrattenevo nella mia vita in quel frangente temporale: “Non voglio stare dietro alle aspettative altrui e ancor meno alle mie. Non ho un senso di famiglia e non lo desidero. Te lo dico sorridendo… io sono fottuto. Mi rendo conto che non è nei miei piani quello di acquietarmi. Sono povero, combattivo e soprattutto sono un animale”
“Ma stasera non lo sei, vero?”, mi rispose maliziosa e forse spazientita.
Non l’ho mai più rivista dopo quella sera.
Mai confessare qualcosa a caso, per smania di dichiararsi autentici. Mai fidarsi della commozione del vero.
È così, non ho mai più rivisto la ragazza in minigonna e stivali.
Il disco di Frank Morgan è ancora qui. Frank Morgan è morto. Io no.


©Luca De Pasquale 2017

25/12/17

Antipatia


Finito il delirio, finita la corsa.
Si rifiata. Si ricollocano i margini. Si fa la conta del più, del meno, del restante. Si ripristina il silenzio sulle ridotte di guardia, si spolvera la divisa dell’esistente e quindi resistente.
Si può anche riprendere il gioco sporco con se stessi, dopo lo stupore dell’impotenza di fronte al disordine.
Questi giorni festivi hanno cancellato l’odore di legna e freddo umido dalle pagine della notte, e io questo non lo sopporto.
C’è stato invece odore di festa, il profumo imbarazzante di momenti condivisi per forza.
Non mi nascondo dietro un dito. Provo antipatia per parecchi individui. Antipatia, non odio. Antipatia per l’indifferenza ostentata verso cose e altre persone, antipatia per il sussiego levigato, antipatia per quegli uomini che dopo una certa età credono di sentirsi a loro agio nel mostrare le loro debolezze con un fiacco e sopravvalutato senso dell’autoironia.
Provo antipatia per chi snocciola eventi privati a un pubblico di selezionati fruitori. Provo forte antipatia per artisti totalizzanti e anche totalitari, per giovani stelle della profondità sbarazzina, provo solenne antipatia per chi ha paura di esporsi. Alle intemperie. Ai giudizi. Ai rovesci e alle contraddizioni.

Non riesco a smussare l’antipatia ancestrale che provo verso le feste comandate e chi le cavalca sul dorso di un capitone, di una tombola con persone che senza vincolo parentale non si frequenterebbero mai. Non riesco a decimare le mie flotte di antipatia verso quei movimenti stupidi che compiamo verso chi si presume possa darci serenità.
Provo una forte antipatia per Twitter. Non mi sento in colpa per questo. I social in genere mi provocano insofferenza e istinto di spiazzamento.
Provo una naturale –e ricambiata- antipatia per chi si vuole rifare un abito politico, ideologico e di appartenenza. Non mi piacciono i movimenti nati dal nulla o dalle cenere di fallimenti altri, molto più consistenti della nuova creazione in atto.
L’antipatia travolge il mio cuore in presenza di chi vanta il suo amore al mondo, verso chi si dichiara innamorato sotto le luci inquietanti di abat-jour pettegoli.
L’antipatia si trasforma in disprezzo al cospetto di vaghe stelle di divismo. Il divismo è osceno. Sui palchi, nell’imprenditoria, nei letti, nei cuori gonfi di appuntamenti e di viaggi.
Mi sono antipatiche le palestre, i santoni, i pensatori caracollanti su massime di infimo abuso, trovo semplicemente insopportabili coloro che usano frasi di altri per comunicare qualcosa di insulso e già detto. Citare di continuo è un atto di pavidità, di impotenza, di mancanza di soffio vitale, mancanza di rischio.
Ho problemi con il vivere civile e rivendico la mia posizione di insofferenza. La difendo, la motivo, non la uso come scudo ma come fischietto, se mi perdo. Mi piacerebbe non tagliare più i capelli, non radermi la barba se non una volta ogni sei mesi. Mi piacerebbe partire e partire senza condividere le mie foto con nessuno. Mi piacerebbe non aver mai inseguito qualcuno.
A volte penso che se scrivo troppo rischio di pensarmi come uno che parla troppo. Non amo le persone che parlano spesso e con foga. Mi fanno venire il mal di testa.
Mi fanno venire l’emicrania quelli che si riempiono la bocca di una spiritualità tascabile, fatta di piccoli gesti santificanti e salvifici, quelli che ti spiegano che devi tutelare la tua interiorità e lo fanno come se parlassero dello scarico del cesso. Sono gli stessi individui, uomini o donne che siano, che finisci per ritrovarti in mutande in camera, senza che questa sia una giustifica valida.
Mi attrae la virtù nascosta dietro i vizi e non il contrario.
I giorni di festa mi suscitano antipatia perché cancellano il senso della notte; le ridicolizzano le notti, con quegli spasmi da bisce affamate.
Confesso anche che provo antipatia per i buongustai, perché non capisco la loro fame e il loro bisogno di collegare la voracità al sollievo. L’antipatia sorge in me anche quando mi trovo di fronte qualcuno che finge di godere più di quel che deve. Qualcuno che ansima per una cosa che poi non accade, la fusione. Di quel che sia, corpo o il resto. Basta con questa finzione del godimento per convincere e convincersi di aver scampato il pericolo.
Fino a ieri avevo delle cose in sospeso. Troppe.
Oggi pareggio i conti. Uso l’antipatia per partire di nuovo alla volta di altro. Senza foto. Senza orgoglio della fuga.
Il silenzio non può essere antipatico, suvvia.


©Luca De Pasquale 2017

24/12/17

La ricerca del suono, la proporzione dell'ombra


Dedicato a Jean-François Jenny-Clark. Mi ha insegnato il reale significato della parola ricerca. Grazie.

Per molti anni ho vissuto il Natale da commesso di grande magazzino. Dunque un inferno. Uscivo frastornato e allucinato, proprio alla vigilia, dal negozio, desideroso solo di silenzio e di pace. La fiumana di gente che si riversava nel reparto dischi andava affrontata con piglio deciso e quel garbo affettato per lo sviluppo del quale le aziende inviavano in sede dei consulenti inutili e vaniloquenti.
In più, ancor più che nei giorni normali, ero costretto ad ascoltare della musica di merda. Pop ossigenato. Vetusto rock per illudersi che l’andropausa sia solo un’invenzione. Fetenzie nu soul senza costrutto, senza groove. Fenomeni para-alternativi per modaioli che amano fingere di essere diversi dalle masse. Durante quelle ore interminabili e ad alto voltaggio di schiavitù, rimpiangevo le “mie” linee di basso, e mi sarebbe tanto piaciuto devastare le ovattate orecchie borghesi con tutta una serie di guastatori: dai primi Public Enemy a lavori per solo contrabbasso di Maarten Altena e Peter Kowald, dai rap zeppi di fantasiose oscenità di Clarence Reid AKA Blowfly a certe cosette dei Prime Time di Ornette Coleman.

Quando si arrivava alle quattro del pomeriggio, ero talmente sotto adrenalina che finivo per accorgermi di avere una necessità impellente di fare sesso. Sesso per colmare la disperazione di quell’orgia di voci, richieste assurde e quella frenesia consumistica che ho sempre detestato. Su questa cosa ci scherzavo anche con i colleghi. Sostenevo che in un mondo senza troppi lacci e lacciuoli poteva starci di chiedere ad una sconosciuta se le andava di consumare una sveltina con un dipendente, per giunta in gilet, la morte assoluta dell’erotismo. L’unica ragione per cui riuscivo a lavorare in quei maledetti giorni di caos era rappresentato dalle fugaci visioni che avevo delle gambe delle donne. Una calza nera valeva dieci rompicoglioni con la bava alla bocca per i dischi di qualche poppartista italiano.
Quando finiva il turno, me ne tornavo a casa. In qualche ora avrei recuperato e mi sarei messo a scrivere. Niente cene e cenoni, ingombrante usanza cui non ho fatto mai onore. Il 25 andavo dai miei genitori, ancora rincoglionito dall’ultima settimana di lavoro e in modalità misantropica. Il pranzo di Natale con i miei durava a stento venti minuti. Io e mio padre eravamo pessime forchette e io non bevevo nemmeno.
Dopo pranzo, mi chiudevo nella mia vecchia stanzetta, mi accendevo una sigaretta e sceglievo un pugno di dischi del pomeriggio per ritrovare parzialmente il mio assetto.
Un mio classico disco di Natale è “Unison” di Jean-François Jenny-Clark. Ho un rapporto trascendente con quel disco, praticamente da quando è stato dato alle stampe, nel 1987. Lo scrissi anche a lui in persona, in quella breve corrispondenza cartacea che abbiamo avuto e che ho perso, come ho scritto altre volte. Non so darmi pace per questo, e non perché io sia un tipo da souvenir. I motivi sono molto più seri. Quel disco è riuscito a spiegarmi che il mio rapporto con il suono del contrabbasso non è ossessione e neanche passione e basta, è ricerca. Ricerca del suono e proporzione dell’ombra. Senza “Unison” non mi sarei incamminato sulla strada che ora sto percorrendo, anche con gratitudine.
Quando uscivo dalla mia vecchia stanza, alcune ore dopo e con mio padre che mugugnava, mi sentivo decisamente meglio ed era magicamente scomparsa anche la voglia di consumare del sesso veloce con la prima che mi capitasse a tiro di estenuazione. Ritornavo un uomo e dimenticavo la macchina da grande distribuzione che ero diventato, per mille euro al mese e per quel tragico equivoco che è lavorare solo per sopravvivere. Ma era amaro e crudele riprendere l’assetto di partenza, riprendersi l’anima blu notte, la dipendenza dalle cose difficili, dalle imprese in equilibrismo, e il vezzo del senso del tempo in fuga. Il mio assetto di base è doloroso, e quando ci torno ho bisogno di mostrarmi i muscoli e anche di mandarmi a fare in culo.

Oggi, da spettatore e non più da commesso, sono finito mio malgrado nella fiumana di carpe e salmoni che sciamavano nelle strade del quartiere collinare. Ho respirato fiati, profumi di donna, quelli che mi eccitavano fino allo spasimo quando lavoravo, ho respirato la foia dinoccolata di tutte queste anime sole che corrono per correre incontro a qualcuno che ci sarebbe comunque. Forse.
Ho ripensato alle troppe dame di carità che ho conosciuto nella mia vita, le fasulle anime sensibili che mi chiedevano normalità, assuefazione, canone, dogma, disciplina, comportamenti consoni, pensieri puliti, conformismo, spasmo del benessere e del privilegio, lassismo concettuale, levigata poesia per giustificare le mani tra le cosce, paura di Dio e dei suoi fulmini, sposarsi e fare figli per potersi dire “sono inserito tra di voi, grazie di avermi aspettato, ho fatto un po’ tardi”.

Io sono il (mio) caos. Sono la mia ostinazione verso quello che desidero, sgattaiolando dai liofilizzati per sentirsi meglio, più adusi ai complimenti pubblici e ai sorrisi dei conoscenti. Ricerco il suono e la proporzione dell’ombra, questo per me è davvero prioritario, necessario. Mi sconcerta il pensiero pigro, il passaparola preso per oro colato, la propensione della gente ad accontentarsi di quel che si trova facilmente e che piace ai più.
Sono passato accanto ad una libreria ed i nomi che ho sentito biascicare alle carpe in fila sono stati quelli che mi aspettavo: Ferrante, Volo, De Giovanni… e invece sarei stato felice di intercettare un nome che non conosco e che non è pubblicamente sbrodolato, che so, Radames Merdicci, Toshimonji Cuoco, qualunque nome. Un nome che significhi ricerca e non allineamento al gusto urlato dalle masse adoranti.
Sono anni che i più volenterosi mi chiedono perché amo tanto la musica di Jean-François Jenny-Clark, ma non hanno fatto nemmeno lo sforzo di imparare a pronunciare correttamente il suo nome. Che non importa, come non importava a lui in prima persona, ma che simboleggia un atteggiamento strascicato, inerziale. Superficiale.
La ricerca è un atto che non nasconde il dolore e che prevede insidie, predazioni. Ecco perché in tanti la evitano, contentandosi semplicemente di assestarsi, nel senso di cercare di stare meglio. Non si sa rispetto a cosa. È una scelta che non posso condividere.

Questo Natale non ho l’esigenza di disintossicarmi dal delirio di questi giorni. Ascolterò comunque i miei dischi. “Unison” ci sarà anche stavolta. Il mio rapporto con quest’opera si è rafforzato, è il mio filo di equilibrista sull’abisso. Non posso tirarmi indietro. “Unison” è rischio, ricerca, precipizio di ambra e legno, è registro grave che non deve dar conto della sua bellezza. Ho selezionato delle incisioni di Jimmy Blanton con Ellington, anche. E immancabilmente Scott LaFaro. Il mio assetto è ora proporzionato alla mia ombra. Le luci del rumore pubblico sono lontanissime dal mio cuore. Scrivo i miei movimenti d’amore e necessità su spiagge deserte, distante da occhi indiscreti e sciocche sentenze. Quando scrivo mi inabisso, non confeziono prodotti vellicanti. Non offro al pubblico quello che desidera, immedesimarsi banalmente. Non offro quel gancio fragile che consiste nel provare ammirazione per qualcuno che scrive cose che vorremmo dire. Scrivo dalla periferia di me stesso, da case al neon, da sensi di colpa atavici e rampicanti che mi ricattano ogni volta che provo a rialzarmi dalla nebbia. Scrivo all’unisono con frequenze basse che sono il mio motore e che spesso daranno al prossimo l’idea che io sia fermo in un’ossessione. Non m’importa nulla di questo. La mia ricerca finirà quando chiuderò gli occhi per sempre. Dopo, non so dove e come, spero di incontrare persone come Jean-François in una quieta bruma di ombre proporzionate e offrirgli quel grato caffè che non ho avuto nemmeno il tempo di pensare possibile.


©Luca De Pasquale 2017




23/12/17

Lupi senza Firenze


Tutte le volte che sono stato a Firenze in realtà avevo deciso il viaggio per fare i conti con me stesso. Conti spietati, definitivi, senza respiro.
Mi piaceva partire di notte, spesso avevo la febbre già alla partenza da Napoli Centrale.
Firenze rappresentava il luogo delle risoluzioni interiori, delle nostalgie da iniziare di nuovo e ancora, era la città della mia febbre perpetua; la sua bellezza mi stracciava.
Mi manca. Mi manca andarci. Mi manca ancora di più viverci. Firenze mi chiama da quando ero bambino, un richiamo mai interrotto, una fascinazione dolorosa, come dovrebbero essere tutte le fascinazioni, di qualsiasi tipo. La certezza, anche, di non poterla prendere. Toccare, respirare, padroneggiare. Solo poche volte nella mia vita ho provato questa sensazione verso qualcosa, la spinta verso l’intoccabile, verso qualcosa che sguscia dalla sua stessa bellezza e si fa malinconia, insonnia, bacino spirituale dilaniato dalla malattia dell’impossibile.

Solo verso la vita stessa, qualche volta, provo ormai questo tipo di emozioni. Ne sento il richiamo, l’odore acre e liberatorio, ne prevedo l’incantesimo e mi espongo alle pugnalate, ma difficilmente riesco a toccarla, a carezzarla e forse prenderla.
Stanotte non sono riuscito a dormire. Troppa irrequietezza. Il letto mi sembrava una gabbia di cenere e restare fermo mi faceva impazzire. Così mi sono alzato, come uno spettro, come un residuo, come un uomo qualunque con l’anagrafe messa a soqquadro da desideri al guinzaglio, disillusioni, occasionali tendenze alla dissoluzione.
Ho guardato l’orologio prima di uscire sul balcone della cucina a fumare. Erano le quattro e ventisette minuti. Ho infilato una giacca, mi sono avvolto la sciarpa al collo e ho acceso una sigaretta. C’era vento. Un bel vento, freddo e distante, un vento calcolatore di sobbalzi intimi, di verità sotto il cuscino. Un vento contro ogni menzogna di autoconservazione.
I momenti così, in cui sfidi il centro della notte prestandoti al gioco della stanchezza, servono. Servono eccome. Molto di più di tante, sfiancanti, apologie personali della liberazione, del nuovo che sommerge il vecchio e così via.
Persino il mio corpo ha bisogno di questi momenti; è come se qualcuno ti prendesse a calci nello stomaco e tu continuassi a sorridere come un ebete. Serve.
Ho guardato il panorama di fronte a me. Case, palazzi, case, alberi, un ponte stradale. Luci di Natale ovunque, blu, rosse, verdi, intermittenti, pacchiane, discrete, combinazioni fantasiose che mi hanno inevitabilmente ricordato i giorni festivi quando ero piccolo, ed allora ho dovuto chiudere gli occhi per scacciare il ricordo e non lasciarmi sopraffare dalla debolezza emotiva che ogni notte sa esaltare in sottrazioni.
Alla scena mancava solo una mia ossessione, quella dei lupi. Un’ossessione benefica, sono animali che amo profondamente e nei quali mi sono rispecchiato per tutta la mia adolescenza. Raramente ho avuto la fortuna di poter ascoltare l’ululato di notte, e quando è accaduto sono stati brividi e senso di casa, ancor più raro.
Finita la sigaretta, sono rientrato. Mi sono detto che siamo di nuovo in tempi di rese dei conti, di altri bilanci non previsti, e che delle troppe corde attorno cui mi muovo se n’è certamente spezzata qualcuna. Questo sarebbe il tempo interiore adatto per raggiungere Firenze o qualche luogo che le somigli, magari sfregando gli occhi per garantirsi l’allucinazione di un’oasi stretta al corpo fermo durante i sogni.
Ed è così che sta procedendo il mio inverno di uomo in burrasca, tra vento, suggestioni non superate o semplicemente conservate, i dischi di Bill Evans, il contrabbasso, Firenze, i lupi, l’insonnia, la scrittura che viene a sorprendermi quando non la voglio più. Una sorta di febbre perpetua mentre si vagabonda attorno a pozzi, spazi aperti, palcoscenici in disarmo, belvedere sul passato e nascondigli a picco sul futuro. Poi tutto passa, come la notte. L’insonnia diventa resistenza diurna, e finisci con il dimenticarla. Il sentire da lupi si converte specialmente in silenzio tra una folla umana che non puoi aver voglia di fendere tutti i giorni. Certezze, pochissime. Intoccabili, però. Una per tutte, quella di non accettare più la stupidità delle formule. La banalità nei discorsi, i luoghi comuni sulla propria bellezza interiore, che quasi sempre è una farsa involontaria con tanto di dentiera trascendente a masticare quel che resta della dignità.
Collego il valore del silenzio ai miei viaggi a Firenze, alla mia nostalgia, al mio sentirmi un lupo nel consesso civile, temuto il tempo dell’avvistamento e poi considerato nemico solo per diversità di abitudini.
Queste notti sono opportune, si riesce a dare il giusto valore al vento, il senso all’attimo dopo, e dagli incroci impossibili scaturisce senza sforzo la timida bellezza dei contorni e del tempo che non è stato fermato quando si poteva.
Lupo senza Firenze, è normale che io non dorma.


©Luca De Pasquale 2017