24/12/16

Underground sì, mainstream no


Le strade di Natale sono un delirio insopportabile. Via Luca Giordano, Napoli. Persone come sardine, come salmoni in reggicalze, sigarette elettroniche, scarpe a punta, cappellini rossi del cazzo, buste, pacchi, pandori solidali, panettoni vegani, denti bianchi e sciarpe che sarebbe meglio usare per un singulto orgasmico. Alcune coppie che conosco di vista hanno filiato. Non ci salutiamo. L’elemento visivo che trovo preponderante sono le calze nere trasparenti delle donne, sotto pantaloncini vezzosi, gonne a sbuffo, lembi di stoffa a disegno scozzese. Si muovono freneticamente, come formiche impazzite, eppure i miei occhi li registrano alla moviola, come stanchi, come condannati a ripetere gesti per l’eternità: come all’inferno.

Oggi non sono stanco. Sono in lotta, non stanco. Sento bene i piedi piantati, la testa, il cervello con le spine, la schiena dolorante ma resistente, il sesso seduto in seconda classe a farsi i cazzi suoi nonostante la parata di cosce. Sono consapevole di essere underground, qui in mezzo. Potrebbero camminarmi addosso con le loro scarpe lussuose magari insozzate di merda, potrebbero gettarmi addosso cicche con il rossetto, scaracchi di raffreddore, fazzoletti aromatizzati. Loro sono il mondo che cammina. Apparentemente. Guardo camminare uomini con occhiali da sole e pappagorgia, immagino i loro cazzi mosci, le loro paure, i loro mal di denti, i messaggini mandati di nascosto della moglie, capisco che hanno ridotto il fumo, che votano a caso, che spendono per darsi sicurezza.
I sorrisi delle loro donne mi sembrano inviti a farsi avanti. A dimostrare –fino a rischiare lo schianto e la vita- che non siamo tutti dei maledetti polli lessati nel sistemone che ci siamo costruiti. I sorrisi delle loro donne sembrano accorciare il percorso tra una normalità sonnolenta e ben curata e lo spasmo animalesco del piacere che poi diventerà paura e rimorso. Come sempre. Si può godere più facilmente insieme a chi rappresenta il lato della vita da evitare. Una delle tante perversioni, no? Hanno voglia a dire i fortunati, ma nessuno scopa meglio dei reietti. Ai reietti si può chiedere se vogliono che gli si sputi in bocca; con i reietti non si coprono le foto del marito, con i reietti non ci si fa una scheda telefonica a parte, con i reietti non ci si sente in colpa, ma piacevolmente sporchi.

Arrivo alle bancarelle dei libri. Ci sono cartelloni giganteschi che reclamizzano tre grandi scrittori mainstream: Cocco Merdieri, Nacho Cuoco e Manlio XYZ Radice Quadra. Tre furboni. Tre bravi rimestatori di sensazioni. Tre dildo con il festone sopra. Tre puntali che però non arrivano fino all’orgasmo, si fermano sempre prima, al solletico, alla tenerezza che promette e poi diventa cambiale di noia.
Queste condizioni mi rivelano sempre il teppista che si agita in me: infatti ho voglia di orinare su quei cartelloni. Ma mi rendo anche conto che non ce l’ho davvero con i tre ierofanti, è solo che rappresentano il mainstream. Un mondo che ho smesso da tempo di accettare mollemente, tutto qui. Perché credo che i tre vibratili scrittori scrivano per la gente e non per la scrittura, e si sa che io sono un romantico imbecille. Vorrei dir loro che non si scrive per bagnare mutandine; ma chi sono io per teorizzare sulla scrittura? Non mi interessa costruire teoremi. Mai fatto.
Poi mi poggio ad un muro e mi gira la testa. C’è troppa gente. Il poco equilibrio mi tocca lo stomaco. E cosa c’è nel mio stomaco? Musica in involucri, come bustine di droga. Steps Ahead, Piero Umiliani, Bobby Hutcherson, Bruno Martino, persino “Corri” dei Tiromancino. E poi Ralph Towner, Alan Sorrenti, Terje Rypdal, Ornette Coleman, deep house per pompini simulati, Franco Califano, sosia di Mina che si sono suicidate. Tutto in un minestrone che mi spinge ad accendere un’altra sigaretta anche se peggiorerò le cose. Mi piace spingere i malesseri oltre la mia fattoria. Mi è sempre piaciuto. Alla faccia dei tre trasvolatori di sentimenti umani. Vi siete fatti le foto di copertina con il dito sotto il mento? Pensate di piacere anche a Dio? Siete presuntuosi. Quanti soldi avete? Un tempo facevate i modesti e vi cacavate sotto anche della più piccola e innocua recensione. Lo so, non mi conoscete nemmeno ma il mio odio di classe vi fa orrore. Volete che ve ne venda un po’? Lo convertireste comunque in storie edificanti, siete Re Mida, siete bravi, non vi odio. Ma siete mainstream.

Mi fermo ad ascoltare un chitarrista ed una cantante che cantano tra le bancarelle. La loro musica è orrenda. Musica per scout che hanno fatto petting senza venire, e dunque tutti nervosi e tirati, pieni di brufoli, sfoghi cutanei e il fiato di melenzane fritte e di pistacchi. Mescolano Joan Baez, Bon Dylan, lei sempre una Janis Joplin sotto una campana di pipistrelli morti. Mi passo la mano in tasca. Il mio sesso è lì, anestetizzato nonostante i profumi arrapanti delle signore borghesi. I miei amici sono dispersi nel passato con le loro manie, forse meno definitive delle mie.
Poi incrocio uno che un tempo mi fittò un bilocali. È con la moglie. Ci guardiamo. Ci facciamo un cenno sordo, come maiali nel brago della festa. Vent’anni fa, si succhiavano le dita per stuzzicarsi, poi lo facevano tre volte. Nel 2016 hanno scopato solo due volte, e non è stato soddisfacente. Lei vota per il PD, lui si è dato a Grillo. Non godono. Per Natale lui le ha regalato un frullatore, lei l’ennesima cravatta. Tra quindici anni uno dei due creperà. Il Dio delle emozioni si è dimenticato di loro, non sono più in lista. Lui non ha mai pensato al suicidio, ma non significa un cazzo: non lotta più da secoli.
So di pensare al suicidio. Ci penso per darmi giri di corda, per sperare. Ci penso perché è guardando il fondo cieco della resa che mi disgusto delle rinunce. Ho bisogno di guardare sempre oltre quella porta di demoni. La rinuncia a vivere è un pericolo se è un tabù, per me non lo è. Posso pensare al suicidio in modo asettico, imprenditoriale, conservativo, così lo mando affanculo velocemente. Come un call center molesto, come un cornuto che si vuole vendicare, come un datore di lavoro venduto, come un truffatore per strada.

Mentre Joan Baez sbroda e il chitarrista con capello metrosessuale ci dà di plettro senza saper suonare, io mi allontano. Io, io sottosuolo. Questa folla, questa fiumana di trote eccitate, mi serve. Come il fatto del suicidio. Guardandoli, varrebbe a dire, capisco di aver bisogno di nuovo della tana sottomarina, del principato di neve, del castello giocattolo.
Me ne vado per vicoli, ennesima sigaretta, fine del mio bagno di folla. Una giovane coppia fa moine accanto ad un negozio di strumenti musicali, lui l’abbraccia da dietro e lei espone i denti bianchi. Sono giovani e belli. Non sono marci. Sorrido alla coppia, anche se mi chiedo indegnamente se lui durante l’abbraccio avesse o meno il pene in erezione. Un dettaglio di scarsa rilevanza. Mai confondere il cazzo con l’amore, sono due mondi non comunicanti. Il massimo che può fare il cazzo, quando va bene, è essere un fedele fattorino del cuore.
Non mi piacciono i fattorini. I fattorini si fanno sputare in faccia per una mancia. I fattorini sono mainstream. L’amore è underground, invece. È lava che non risparmia niente e nessuno.
Lancio cinquanta centesimi nella scatola di scarpe lercia di un mendicante. “Buon Natale”, gli dico. Lo dico anche a me stesso, mentre calpesto il mio sottosuolo, camminandomi sulla faccia dopo essermi perdonato una volta di più.

©Luca De Pasquale 2016

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