08/12/16

Resistenza extra-urbana notturna


Nel parco/palazzo -non si capirà mai se è un parco fatto a palazzo o viceversa- c'è una festa serale di bambini nell'appartamento di fianco al mio.
I bambini non mi disturbano, anche se non è che impazzisca nel desiderio di essere lo zio straniero di tutti loro. Mi disturbano gli adulti, la loro maledetta maleducazione, il loro egoistico e volgare giustificare ogni rumore provocato dai loro figli, ai quali, contrariamente a regole di buon gusto che erano in voga ai miei tempi, viene chiaramente data via libera per ogni cosa.
E così, mentre scrivo nella quiete della mia camera iperbarica a tinte scure, ecco che vengo travolto da rumori strani se non inidentificabili: probabilmente un'auto di legno, birilli, biglie, una pianola, certamente un pallone, forse un cricket in miniatura giocato per tutto il perimetro dell'appartamento.

Persino il brano che ascolto in cuffia, il suggestivo “Good to go” di Matthias Wagner, viene penalizzato dalla caciara. Un brano notturno, denso, stratificato, evocativo e fantasmatico. Devastato da urla belluine e dalle risate stolte dei tanti genitori presenti alla festa. Occorre dirlo: se non si hanno figli occorre evitare i parchi. O i parchi/palazzo del cazzo. Meglio gli alberghi a ore: lì fottono, certo, ma dopo mezz'ora -se lui ce la fa- finisce tutto. Bisogna solo, in quel caso specifico, sopportare le stupide risatine pre-coito tipiche di tutte le coppie che stanno per mettersi qualche parte dentro l'altra.
Nulla è più odioso di un ebete maschio che sta per fare all'amore: cambia voce, parla come un bambino, prega che il suo Mikado svolga la sua missione, dirà mille volte “quanto sei bella” alla sua compagna e poi se ne verrà, convinto di aver accentuato la sua importanza nel mondo dei vivi.

Ieri ho saputo al supermercato, proprio come i vecchi che le notizie le apprendono in drogheria o in farmacia, che una guardia giurata della zona si è sparato in faccia qualche sera fa, dopo un litigio con la moglie. Ha risparmiato la moglie, si è recato in aperta campagna e si è sparato in faccia. Dice la cassiera del supermercato che della testa non era rimasto quasi niente, solo pezzi di carne appesi. Una descrizione violenta e disgustosa che ha infastidito buona parte della clientela che come me ha ascoltato la triste storia.
Durante il racconto molto enfatico della cassiera -che sono certo sia una fan di Real TV e di tutta la televisione verità=immondizia in circolazione-, mi sono reso conto che della morte di quel pover'uomo non se ne fotteva nessuno. Qualcuno ha chiesto come stesse la moglie e se avevano figli. Del motivo per cui si è sparato, nessuno ha ipotizzato niente. L'importante, per buona parte dei presenti, era che quell'uomo fosse morto male in modo da avere qualcosa di cui parlare nelle zone morte del giorno e delle relazioni.
Durante la sosta al supermercato, ho anche ascoltato il dialogo tra due uomini circa una donna che viene spesso a fare la spesa. Questa donna, di una quarantina d'anni, indossa sempre (e dico sempre, anche d'inverno) un gonnellino da tennista praticamente inesistente e una bandana rosa in testa. Ha le cosce da atleta, non parla con nessuno, compra poche cose e scompare, seguita dagli sguardi di broda degli uomini. L'ho incrociata spesso tra gli scaffali. E ho notato che si piega a novanta gradi per scegliere la merce. Quando fa questo, è quasi garantito che ci sia qualcuno dietro di me che si china per guardarle tra le cosce. Io non lo faccio, lo facevo da ragazzo, ma non riesco a non guardare. Lo faccio più per annotare che per arraparmi.
Mi chiedo quale giovamento ne tragga la tennista, da queste ostensioni regalate ai porci. Me lo chiedo anche degli uomini che le infilano gli occhi sotto il gonnellino; oltre l'esigenza immanente di andare a schizzare a casa, o nella migliore delle ipotesi chiedere alla moglie di scopare, cosa accade nelle loro vite per quelle cosce muscolose e nude?
Ma sono stupido io, che cerco sempre un senso anche alle cose meccaniche, pruriginose, senza seguito. Uno dei due uomini dice all'altro: “Abbiamo fatto tutto. Mi ha fatto fare tutto. Tutto quanto. E ha finito con la bocca, sembrava un'assatanata. Ho scoperto che è divorziata... la chiaverò ancora, se vuoi ti posso dare il numero di telefono”
Ascolto questo dialogo fetido. Ci presto attenzione. So che lo riporterò. Dentro di me è notte fonda. Notte fonda tra gola e piedi, tra bocca e fantasia, notte fonda nel mio cuore a remi.
Prendo nota di tutto perché non ho niente da perdere. Come è risaputo. Chi non ha niente da perdere è attento a tutti i dettagli, anche i più infami. Perché chi non ha niente da perdere gioca sempre a sacco pieno/sacco vuoto, sempre, anche quando ama, anche quando promette, anche quando dorme.
Riempio il serbatoio e lo svuoto subito. Non conservo, non maturo ferie del pensiero, non guadagno tempo. Dentro e fuori, subito. Come un pistone. O forse come un cazzo disegnato con occhi, naso e bocca.

Mentre quei due maiali con il membro in miniatura parlano della tennista scollacciata, sento il desiderio di bere. Perdo cinque minuti, ed è lì che capto il loro sconcio discorso, tra le bottiglie di liquore. Il Johnnie Walker è in offerta. Vaffanculo, non lo prendo.
Devo resistere, sono un uomo di parola. Ho anche promesso. Devo resistere.
A che serve bere? A perdere i freni inibitori e ammettere il dolore, no?
Ma quelli come me ce li hanno poi, questi freni inibitori?
Mah. Non funzionano. Li ho gonfiati tante volte che hanno paura di fermarmi, sono malconci, pavidi, addirittura agonizzanti.
Dovrò fare un colloquio come vigilante notturno, a breve. Forse sarò costretto a girare armato. Avrò una pistola. Non mi sparerò in faccia. Non berrò. Continuo a credere che ogni nuovo giorno sia come un miracolo in sembianze di donna, una dichiarazione d'amore che troppe volte smobilito in fretta senza rispondere.
Se il giorno, se il nuovo giorno per la precisione, mi dice “ti voglio ancora” io non posso chiudere le braccia e serrare le labbra. Non posso bere, non posso sparare, non posso detestare i bambini. Così come non posso scrivere libri per far ridere la gente. Non è quello il mio scopo. Non mi interessa quel tipo di messaggio. Vado altrove, in una zona che è ombra dell'ombra, un luogo/non luogo dove vita e morte, amore e fallimento, hanno valore paritario e sono un'altalena capricciosa, uterina, velenosa.
Quante volte mi è capitato di abbracciare qualcuno sapendo che non lo avrei trattenuto?
Praticamente sempre.
Come posso evitare di essere inutile e passeggero di me stesso?
Accettando spontaneità, trasporto, preoccupazione, tenerezza, senso del calore. Ma ad un patto preciso e definitivo: non frenate la caduta.
Non varrei più niente. Niente. Meno di un bacio, molto meno di un libro. Meno di una bevuta, di un rapporto sessuale, di un suicidio.
Sarei solo una penna su un foglio volato via. Buono nemmeno per un ricordo con coreografia.
Io annoto, aspetto la notte. Mi armo e poi mi arrendo. Come vuoi tu.

©Luca De Pasquale 2016

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