03/12/16

Referendibus cupio dissolvi


Da sempre -e probabilmente per sempre- nutro un'avversione spirituale tanto per i creduloni che per i rivelatori di verità. Spesso i due ruoli si fondono in un solo individuo. La compresenza di queste caratteristiche mi induce al mutismo, che al mio paese non è nulla di assimilabile all'assenso.
Chi mi rivela le sue verità inconfutabili, dunque, guadagna la saldatura della mia bocca. Un reciproco vantaggio, a ben pensarci.

Stamattina la città è infoiata per il referendum. In pescheria, in tabaccheria, dal giornalaio, si parla solo di quello. Sembra però una disfida tra i poster di Renzi e Grillo, esibiti a mo' di sostituzione facciale da una pletora di invasati. C'è anche un “bancariello” gestito da una presunta e misconosciuta associazione di destra, che inneggia al “no” mescolando il tutto con intolleranze razziali, anatemi sull'ordine pubblico e persino qualche tirata mesozoica contro il nemico rosso.
C'è un notevole accalcarsi di gente che ride e sbraita, attorno al bancariello; scopro che ciò dipende dalla presenza di un comico/cabarettista caduto in disgrazia, il quale evidentemente si identifica in una corrente di neodestra intollerante, caciarona, confusionaria e dall'appeal super-populista.
Il comico si produce in una vecchissima e maldestra imitazione di Bertinotti, seguita subito dopo da quella di D'Alema e Prodi. Al tipo piace rovistare nel passato: e allora devo aspettarmi Lama, Togliatti, Berlinguer?
L'assembramento è nutrito, c'è puzza di piedi, culi e fiati compromessi; capigliature gialle e blu con extension si sposano a fuseaux stretti, cani di piccola taglia, giubbotti in finta pelle e pellicce di signore azzurrate. La scena si completa con la presenza geometrica di due africani ai lati del banco delle risa, che ignari continuano a chiedere ai passanti contributi dai cinquanta centesimi in su. La puzza di culi lavati con pessimi detergenti vince e supera gli altri afrori, nel mio stomaco c'è un'onda di nausea che va a sbattere contro gli scogli artificiali di una disperazione privata e orgogliosa.
Mi sovrasta una voglia insana di essere altrove. Ma non in un'altra strada, e nemmeno in un'altra città italiana: in questo momento mi piacerebbe trovarmi in un bar a Blackpool o in un condominio di Liegi a leggere un giornale belga comprendendo il 56% di quanto letto.
Il comico si produce in un discorso sulla fede che non ha un senso intellegibile, ma alcune signore distinte con il tacco ocra mormorano “quanto è vero... tiene ragione”
Un vecchio passa, bisbiglia “ma chi sfaccimm' succere?” e non attende la mia risposta.

Abbandono il comico e le veneri in pelliccia, proseguo verso una meta che non ha chiavi e non ha porte, è solo un osservatorio neutro sul mare, corredato forse da una statua dedicata ai naviganti dispersi e agli esploratori morti giovani. Due donne che sembrano sorelle o molto amiche esibiscono vestiti cortissimi a rombi e quadri, con cosce curatissime che terminano in stivali aggressivi. Le due donne ridono forte e parlano anche nei telefoni come se dovessero mangiarseli; penso che si tratterà di quel fottuto whatsapp. Non mi abituerò mai a vedere persone che parlano nel vuoto. Sì, sono un vecchio pazzo. Vedo gli stivali delle due donne che si allontanano nella mia traiettoria visiva, sono stivali che parlano di cose semplici, quasi chiedendo agli uomini di immaginarseli allacciati dietro la loro schiena. In giornate come queste non puoi pensare di godere. Sarebbe una pretesa assurda. Oggi non si gode: oggi si mangia pesante, con molto olio, petando dopo pranzo e poi ricamando sulla sorte, sul destino e sulle chiacchiere con qualche idiota che ci somigli.
Oggi non è possibile pensare di poter penetrare una donna per qualcosa che non sia deviazione insensata o hobby. Quindi, impossibile fare programmi di piacere. Oggi è difficile amarsi perché tutto è referendum, anche le paure personali, i riconoscimenti di roba maciullata all'obitorio dei sogni. Oggi tutto somiglia alla faccia di merda di quel comico coglione, che gioca con santi, profughi e con la disperazione che non conosce.
Chi ride di olocausti lontani, chi ironizza, meriterebbe di essere ucciso. Non si può permettere a un coglione che mangerà a breve pasta con le vongole e tagliata di salumi con qualche sciocco accompagnatore di fare battute su Lampedusa o sulla Siria. Quell'uomo dovrebbe morire.
Cammino in una città che non mi ha consegnato le sue chiavi. Io non le voglio le chiavi. Non le voglio nemmeno degli appartamenti. Voglio le baite. Voglio le malghe. Voglio aspettare l'alba su un traghetto che proceda lentissimo in un canale fuori rotta. Non voglio più sentire una sola parola su questo referendum.

Prima di capire che anche io ho un posto dove tornare, perché si torna sempre da qualche parte bene o male, intercetto il dialogo di una giovane coppia. Lui assomiglia a Lino Capolicchio giovane e senza barba, lei non somiglia a nessuno che io ricordi.
“Io te lo giuro, lei è solo un'amica...”
“Mi fate schifo tutti e due”
“Ma parli così per quel messaggio su facebook? Tu lo hai frainteso... e poi, in ogni caso, non dovevi permetterti di accedere al mio facebook. La parola privacy ti dice qualcosa?”
“Stronzo. E lei troia”
“Sei ridicola”
“Siete solo due merde”
“Io voglio solo te, te lo giuro”
Referendum d'amore. Mi ami, non mi ami? Vuoi altro? Questi dialoghi mi danno l'asfissia. Non è possibile legarsi a qualcuno sperando di controllarne tutti i movimenti, i pensieri, le maree. La maggior parte degli amori sono solo applicazione del controllo, che finisce per il regolamentarsi sulla pazienza.
E le dipendenze non ricordano l'amour fou, per niente; ricordano invece la puzza delle paure. Le dipendenze si rafforzano con le abitudini, più che con le emozioni.

In prossimità del portone, mi si para davanti una ragazza che mi chiede -come se mi dovesse dare appuntamento tra poco in un albergo a ore- se sono intenzionato a dire “sì”.
Il tono è lo stesso che si dovrebbe idealmente usare per chiedere “ti va di conoscere il mio corpo?”
La ragazza ha sotto il braccio dei volantini dove c'è scritto, lo leggo con la coda dell'occhio guercio, “quanta voglia hai di cambiare le cose? Hai paura? Invece ascolta!!!”
“Non dico mai sì, nemmeno a me stesso, credimi”, le dico.
La ragazza resta imbambolata, chiaramente già non le interesso più, deve andare avanti. La mia risposta non le è piaciuta, per cui accetto di prendere almeno un “flyer”, come lo chiama lei.
Accanto al portone c'è il raccoglitore di carta, dove gli abitanti della zona buttano anche pezzi di specchi rotti, bicchierini di plastica sporchi di caffé, bucce di patate e confezioni scadute di creme rassodanti. La buona borghesia cittadina, ligia solo alla costruzione di privilegi attorno a un elefantiaco buco di culo chiamato “società civile”.
Straccio il foglio in otto pezzi. Cambio quello che dico io, quando dico io.
I sì per estenuazione mi muoiono in grembo ogni giorno, come piccoli animali da compagnia che hanno razzolato altre case e altre vite.
Dobbiamo difenderci: piangiamo solo per quello che ci è realmente entrato dentro. Altrimenti, in culo.

©Luca De Pasquale 2016

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