22/12/16

Plettro


Ma tu volevi fare il giornalista musicale da piccolo? Ti piace così tanto la musica..”
No”
Come mai?”
Non ho molto spirito divulgativo e di fare opinione me ne importa fino a un certo punto”
E cosa volevi fare da piccolo? Che mestiere sognavi?”
Scrittore, lampionaio, tabaccaio sul lago, killer”
Per il primo qualcosa stai facendo”
Così pare”
Il bassista no?”
No. Raramente mi sono immaginato musicista”
Perché?”
La musica mi serve, non mi servirebbe la mia musica”
Contorto”
No”

Natale è a due passi. Ma non ho nessun campanaccio al collo. Non vedo renne, solo gabbiani che profanano spazzatura umana. Sapore in bocca, amaro e vitale. Mare dalle finestre ma non da vicino. Auguri da lontano, non da vicino.
Il mio cuore, il mio cuore. Un basso plettrato in una canzone dark. Suono metallico, clangore cupo, risonanza, inizio e coda sbiaditi, giro denso. Plettro, pioggia, Dio che mi è fallito in grembo, che mi ha dato buca al cimitero dove ero andato a bisbigliare qualcosa a mio padre, Dio che ha giocato a nascondino per anni dietro i capelli e le moine delle stronze sorteggiate nelle stanze sbagliate. Spesso ho scelto l'errore al cospetto del giusto. Ho tradito chi non mi chiedeva niente e mi sono affidato a chi mi tradiva ancor prima di iniziare. Vocazione alla poltiglia, alla chiesa sconsacrata, al vomito notturno per troppe emozioni trattenute.
Che tipo di uomo sei?”, mi chiedeva qualcuna delle streghe.
E io mi innamoravo delle mie risposte come un ingenuo pezzo di niente. Pregavo per la febbre. Pregavo per la rabbia. “Sii presente”, mi dicevano; il modo migliore per salire sulle navi fantasma nelle notti senza rumore. “Spingi, spingi forte”, mi chiedevano in qualche occasione, e io decidevo che l'implosione è quello che davvero scopre tutti gli specchi nelle case, al buio, quando i sogni dormono.

Nelle giornate d'estate al mare, mentre gli uomini-luce nuotano, io cerco il vento. Quel vento che trasporta un odore inconfondibile, chiuso per secoli in paure inconsapevoli, come quella di affogare.
Il vento sul mare è una grazia dolorosa: ti conferma che nello spettro della vitalità il nero non si può escludere.
Perché quel tipo mi ha chiesto se volevo “fare” il giornalista musicale? Una domanda semplice ma inutile. Ero in cerca di altre cose. Forse di quel suono di basso plettrato e spettrale presente in “Come un Dio” dei Litfiba o “Adore” degli Alaric, tanto per citare le prime due che mi vengono in mente. Il suono del cuore quando nasconde i contatori, il suono degli occhi quando pagano per un'eclissi, il suono delle mani quando spezzano un'abitudine, il suono di un uomo quando cade. Il suono di un amore quando basta a se stesso senza pretendere di essere regno. Il suono dei miei angoli quando accettano l'ombra senza imprigionarla. Il suono delle mie parole scritte tra le sedie vuote.

Come sarei stato, come lampionaio?
Come killer?
Come edicolante gentile su un lago scelto sul mappamondo?
Tutte queste ipotesi avrebbero scongiurato i viaggi senza biglietto, gli abbracci di notte in letti disfatti, le parole d'addio nel fumo di sigaretta, i biglietti di scuse dimenticati nel cestino del fioraio? Avrebbero evitato la presenza ingombrante della memoria? Avrebbero spostato di qualche chilometro gli alberghi così piccoli da doverti restituire l'orologio dopo le tregue?

Alla stazione, al mio binario, c'è una donna indiana. Piccolissima. C'è vento. Provo tenerezza per lei. Provo tenerezza e gratitudine per tutti coloro che non odiano, che non attaccano, che non invadono il dolore altrui con quella dannata bulimia spirituale da latrina.
Il cielo è sereno, ma è un lenzuolo per lupi smarriti. Il mio cuore è un plettro usato per cadenzare ottime manie da gioco di tenebra. Mi rendo conto di provare orrore per i seduttori seriali e per tutti quelli, donne e uomini, che implorano il giorno di regalare loro una luce accesa nel cuore di uno sconosciuto.
Il mio treno arriverà, io mi sposterò da un punto ad un altro, conscio delle rotaie, delle assenze, impotente verso le ore accalcate a consumarsi, pentito di gesti scortesi, di abbandoni non decisi da me, di squallide scopate, di vergognosi atti di fede in luoghi imperfetti, templi passeggeri come taverne in un'escursione.
Il mio cuore è un plettro. Io tendo a tradirmi. Io sono la notte fino al giorno dopo. Io non sono il mio modello. Mi salverò solo per questo.

©Luca De Pasquale 2016






Nessun commento:

Posta un commento