01/12/16

Non credo alle scatole, ma ai ruscelli


È stato mio padre a trasmettermi la passione per la musica da night.
Quando ero ragazzo, mi chiedeva di fargli ascoltare dei cd con il mio “apparecchio”, come lo chiamava lui.
Veniva in camera mia portando con sé compact disc di Bruno Martino, Filipponio, Johnny Dorelli, persino Il Guardiano Del Faro e Julio Iglesias. Gli piacevano i cantanti confidenziali, i crooner malinconici con la sigaretta perennemente in bocca, quelli che stavano sempre a tormentarsi per qualche amore perduto.
Bruno Martino su tutti.
Io acconsentivo alle sue richieste -che poi erano sporadiche- e praticamente gli cedevo la stanza, qualche volta a malincuore. Si è crudeli quando si è giovani e in continuo movimento con testa e corpo. Solo che lui non sapeva andare avanti con i brani, e così io dovevo supervisionare, assisterlo. Mi spazientivo facilmente, ma facevo di tutto perché non se ne accorgesse.
Era mio padre. Questo l'ho tenuto sempre presente.
A furia di ascoltare “Cos'hai trovato in lui”, “Fai male” e “Laura”, ho finito per amare Bruno Martino e tutta la schiera di eleganti cantori della notte e di interpreti dell'assenza d'amore, della nostalgia più pulita, quella che a me sembrava vietata perché forse -così pensavo- deprimente, da vecchi.
In quegli anni divoravo suggestioni differenti e ascoltavo altro, inseguivo amori sì sofferti, ma non simili a quelli che Bruno Martino esaltava nelle sue canzoni.
I miei amori avevano più carne, più nervi e probabilmente erano più velenosi e maleducati. Era il desiderio sessuale, non lo struggimento, l'elemento che li connotava di più. Anche se mi era chiaro che il desiderio bruciante degli inizi si sarebbe smarrito poi nei labirinti di ottuse ossessioni e scissioni spirituali destinate a fomentare scenari malati, febbrili, sostanzialmente vacui.
Perdere la testa per una donna per me significava voler essere parte e dentro di lei, guadagnandomi un assenso che somigliasse a una forma di poesia molto alta, una preghiera laica e compiuta.
No, non le malinconie attempate che mio padre mi propinava con le sue ballads confidenziali.
Vivevo desideri continui, capricciosi, tarati dall'inizio sulla fine, sulla scomposizione garbata dei sogni, sulle scene d'addio.
Ero uno stronzo determinato. Non altro: pensavo che la mia giovinezza, la vigoria e l'ingenuità delle voglie sarebbero durate in eterno.
Avevo anche voglia di essere usato. Di essere oggetto, tramite, notte sbagliata, passione sopravvalutata, volevo essere fatto a pezzi. Desideravo essere provato e poi fatto fuori. Auspicavo ferite, milioni di ferite, ferite da curare in stanze bianche senza mobili, possibilmente di fronte al mare e senza pietà. Senza un solo attimo reale di amore sincero.
Chiedevo, imploravo, di essere lasciato -ferito- all'imbocco delle mie strade cieche, sui gradoni di marmo delle mie cattedrali costruite sul gas e non sulla terraferma.
Mi piacevo da morire nel crollo, nell'uscita di scena, nella malattia dell'anima curata male, curata al contrario. E i desideri erano tanto più violenti quanta più morte annunciavano.
Non so se e quanto mio padre avesse intuito la propensione decisa all'autodistruzione che coltivavo con tanta disinvoltura. Avrei mai potuto dirgli “mi accendo per spegnermi come mi piace?”

Probabile che in quegli anni, e fino a poco tempo fa, io considerassi la malinconia come un molle lusso borghese. Una forma autoreferenziale e triste di resa interiore. Mi attraeva di più la violenza, se non addirittura la nausea vera e propria. O dentro o fuori, nessuna contemplazione malinconica mi sembrava potesse elevare il destino di un individuo.
Oggi, oggi che è bianco di freddo fesso, mi guardo allo specchio mentre mi passo una mano tra i capelli come un coglione, per addomesticare e addestrare ciocche ribelli e vertigini comiche. Mi preparo per uscire e mi sento malinconico. Ho voglia di ascoltare Bruno Martino, Scott Walker e Johnny Dorelli. Legge del contrappasso. Ho gli acciacchi di qualsiasi maschio che abbia superato da un bel po' i quaranta. Ho anche mal di denti e sono sicuro che un dentista con la spina dorsale eretta mi direbbe che lavo i denti con qualche movimento sbagliato. Penso che nessuno sia all'altezza della situazione, perché le situazioni, se pure esistono, non richiedono altezza. Le situazioni sono solo suggestioni, sottoinsiemi ruffiani di pensiero che sintetizza. Quale situazione? Vaffanculo ad ogni situazione.
Io non sono le mie erezioni e neanche quello che scrivo. Io sono le mie malinconie, cani affamati con denti triangolari, che mi mordono polpacci e caviglie restando con il muso sporco di brandelli, come gli squali nei film di paura familiare.
Nelle stanze della gente che mi sorride in genere si proiettano film su Dio e sulla Grazia. In quelle stanze, pur se invitato, cedo la mia poltrona ai giovani.

Finisce che dopo essermi guardato allo specchio con forte scetticismo accendo lo stereo e metto alto, troppo alto, “Laura” nell'interpretazione di Bruno Martino. Accendo l'ennesima sigaretta, somiglio a mio padre, ma a differenza di lui non indico il cielo per trovare la stella più quieta.
Per volere quiete bisogna cercare il riposo da qualcosa di concluso. Io nego che qualcosa si concluda, non credo alle scatole ma ai ruscelli.
E ci annego.

©Luca De Pasquale 2016



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