06/12/16

Non abbiamo ringraziato dio quando dovevamo


Svegliarsi all'alba ha i suoi grandi vantaggi.
Puoi, per esempio, osservare uno scorcio di tangenziale dal balcone. E ti abitui, alba dopo alba, a quel che vedi. So per certo che alle 5e15 passerà, in direzione Pozzuoli, la pattuglia della Polizia Stradale con la lumaca accesa; so che passeranno in rapida successione cinque tir con tutte le luci laterali scintillanti, e che forse suoneranno nel vuoto del sonno altrui la loro distante imponenza.
So che poi compariranno sui balconi attigui i domestici filippini e indiani delle famiglie bene e facoltose, ligi, precisissimi, scrupolosi, silenziosi e molto più educati dei loro padroni.
So che alle otto e un quarto sarò arrivato a quattro sigarette virtuose, perché accompagnate solo da due caffè; un tempo sarebbero stati pari, ponendomi in una situazione rischiosa, rischi d'infarto.
Il risveglio di chi mi circonda avviene quando la mia vigilanza è già accertata, quando sono sveglio da ore, in combattimento, solo e pronto a qualsiasi cosa, sì, qualsiasi cosa.
In certe albe mi rendo conto di essere piaciuto quando ero un completo coglione: ma forse è così che funziona, la stupidità appare incredibile ed ecco che le persone finiscono per innamorarsi di te. Un meccanismo osceno.

Seguendo i ritmi del mio sonno e del mio corpo, è chiaro che per me le quattro del pomeriggio valgono come le due di notte di un individuo sano.
Infatti, il pomeriggio valgo ben poco. Detesto il pomeriggio. Mi risveglio quando sta per fare notte. Sembra che in quelle ore il cielo possa regalarmi un Dio in affitto per un po'.

All'alba il controllo dei pensieri è davvero chiedere troppo.
Sono confusi, irregolari, senza apparente motivo.
Stamattina mi torna in mente una coppia di amici che va a fare sesso nei camerini dei negozi di abbigliamento. Lo schema è fisso: lui porta la videocamera, lei sotto vestiti normalissimi indossa intimo aggressivo. Poi accade quel che deve nel suddetto camerino. Prima un pompino e poi una carriola. Tutto filmato. I due conigli si sentono molto peccaminosi a praticare questa roba, si sentono tutti una foia e molto trasgressivi. Lei poi, in quella che potremmo ambiguamente definire la “vita normale” è una che rompe i coglioni con la beneficenza, con la gentilezza obbligatoria e con l'abitudine di chiamare qualsiasi persona abbia incrociato in vita per quei cazzo di compleanni. Lui invece ha scritto un libro a sue spese, anche se poi ha ingaggiato un ufficio stampa per far credere che non ha pagato, che i suoi sono meriti letterari. Il libro si intitola “A Napule chi crede al mare ha una famiglia di stelle”, un'immensa cacata che si riannoda indegnamente al filone della letteratura cittadina e rassicurante, quella che nasconde la monnezza dell'anima sotto i tappeti e sotto motti di spirito privi di ogni senso.
Questa coppia di amici ha un brutto vizio: mi invitano sempre a prendere caffè dopo le 17e30, proprio quando sono in letargo per prepararmi alla notte. Io rifiuto sempre. Anche perché loro mi interessano molto poco. Saranno anche scambisti, ma lei non mi eccita e a lui non gli sfiorerei neanche un braccio per sbaglio. Le loro pratiche sessuali mi comunicano un sentimento di squallore, se non di rancore. Perché credono di vivere un ultimo tango provinciale e borghese e di essere unici, sporchissimi, moderni, provocatori. Li considero solo come persone incolori che fanno un uso eccessivo di fazzolettini nei camerini dei negozi. Non c'è altro.

Poi penso alla Fiorentina e a tutte le sciarpe viola che ho posseduto nella mia vita. Almeno una trentina, di cui più della metà perse in innumerevoli traslochi. Penso alla maglia dello scudetto 1969 -originale- che mi regalò mio padre: quella l'ho consumata, distrutta. Alla fine mi sono arreso e l'ho dovuta gettare via: sembrava una pezza per lavare a terra. Penso a giocatori della Fiorentina che mi hanno incuriosito, entusiasmato ma anche deluso; lo svedese Hysen, Socrates, il portiere Landucci, Casarsa, Pagliari, Lacatus. Penso che ho il cuore viola in un enorme bacino azzurro: e che dunque la mia luce viola è invisibile. Come è giusto che sia.
Sono anni che le sirene di Firenze mi richiamano, e comunque della Toscana, ma è probabile che a quelle stimolazioni risponda uno dei miei sosia, il più servile, il più sognatore, il più ferito degli ectoplasmi.
Mi piacerebbe abitare in un bilocale a Pistoia ed essere un oggetto sconosciuto. Mi piacerebbe non riconoscere, non essere riconosciuto, non riconoscermi. In certe mattine non sopporto i miei occhi, in altre ho bisogno di sentire l'odore delle mani vicino alla bocca. Come una sciarpa, come l'odore di casa che si è perso.

Il domestico indiano dei dirimpettai mi sorride mentre fumo la quinta sigaretta. Chissà per chi tifa e se segue il calcio. Chissà come si chiama. Mi piace, mi è simpatico, ma devo ammettere che non me ne fotte niente di come si chiama. Non sono uno che costruisce storie edificanti, e lui, per fortuna, edificante come persona lo è, ne sono certo. Della sua padrona so che per hobby innaffia le piante intorno alle dieci con una gonna corta e con i tacchi. Un succulento spettacolino per qualche guardone dei piani bassi. Impossibile credere che non ci pensi o non ci faccia caso. Come al solito, però, nessun giudizio morale: se le piace pensare che qualcuno si può trastullare i pantaloni per lei, non uccide nessuno.

Prima che la mia giornata parta per la tangente, si colori di ruggine e mare aperto, penso anche a un disco, “The following morning” di Eberhard Weber. Un disco cameristico, molto particolare, con un suono di basso (il solito verticale elettrificato di Weber) debitore della tradizione romantica tedesca, fondo come un abisso e volatile come un sogno freddato al primo saluto. Quante notti avrò ascoltato quel disco? Un numero altissimo di notti. Ma non ne ricordo precisamente nemmeno una. La verità è che ricordiamo di più le notti in cui non avevamo vantaggi, in cui eravamo in balia di qualcosa o di qualcuno, notti fredde di speranze in sale d'attesa, stanze dalla luce gialla, corpi allegri di nessuna appartenenza. Siamo talmente stupidi che ci è cronicamente difficili ricordare notti di calore, di sincero affetto, di dedizione o di costruzione; abbiamo sbagliato tutto. Abbiamo imparato, dopo avver ucciso maestri idioti dai denti puliti, a trovarci nel dolore più che nella custodia di noi stessi. Abbiamo amato il vento che ci ha fatto ammalare, non quello che ha cullato il nostro sonno ed evitato che i nostri genitori morissero troppo presto. Non abbiamo ringraziato Dio quando dovevamo e gli abbiamo invece rotto i coglioni per quisquilie, per amori alla liquirizia e per malattie già scongiurate.
Abbiamo fatto scene madri per beoti e puttane, abbiamo rinnegato padri e amici per le nostre comodità, ora smoccoliamo sulla vecchiaia che ci rende fantasmi a vela, troppo esperti per perderci qualche grammo d'amore.
In fondo è uno schifo, questo.
Io mi sento degno, come tanti. Degno di respirare. Ma non accerterò se è vero.
Firenze chiama, il viola nuota nel nero, chi mi ha a cuore piange più di me il sonno che ho perso.
E di questo, maledizione, mi vergogno.

©Luca De Pasquale 2016


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