14/12/16

Mai rifiutare, piuttosto escludersi


Prendo il lettore mp3, esco sul balcone. È quasi mezzanotte. Il brano è “New romantic” di Andy Stott. Lo uso spessissimo, dopo una certa ora. È fosco, nebbioso, grumi di suono che si inseguono e si scollano. Sembra un racconto breve, “New romantic”. Deve esserlo. Ci siamo, le vedo subito. Le luci natalizie intermittenti sui balconi lontani, attorcigliate a pali, sistemate come rampicanti, come barriere, come batterie di fuoco.
Fa molto freddo, mi esce fumo dalla bocca anche se respiro piano, tutto mi sembra (e tutto è) lontano, ho la sensazione di essere solo un mobile pulito e di medio costo stracolmo di ricordi che mescolano epoche, sapori, errori. Errori che vivono di vita propria, come burattini con un cuore minuscolo eppure funzionante. Errori cristallizzati che non osano morire.

Mi sento bene, mentre mi fumo addosso. Ho un cappello infilato in testo come un preservativo aromatizzato al tabacco. Sono molto brutto con questo cappello, una gran faccia da cazzo. Non mi donano i cappelli, come non mi donano i certificati, le targhe, i souvenir del Pacifico e le collezioni di dischi da frustrati.
In mente ho un concetto semplice e senza senso, che mi porta a ripetere come un mantra “guerriero, mostrami la strada, grazie”.
Chi sarebbe il guerriero in questa notte di preparazione al Natale?
Io? Non so. Per certi versi, ma non so. No, davvero.
Fa freddo. Dovrei farmi un grog. La sigaretta non basta. Mi sento un poliziotto in appostamento notturno. Il sorvegliato speciale è la strada deserta e le luci dei balconi in lontananza, tutte quelle intermittenze che finiscono per somigliare ai capricci delle mie emozioni al guinzaglio.

Finisce la traccia di Andy Stott, inizia “Hope and frustration” di Beat Pharmacy. Gassose bolle di tenebre che mi appiattiscono il dolore sotto il cappello. Sono da solo. Solo, brace microscopica nel diorama eccessivo della notte. Come piace a me. Nessuno mi vede e io niente spio. Niente di concreto, niente melma, solo distese di distanze da non riempire con auto, corse tra amici, appuntamenti d'amore. I punti resteranno divisi dall'ordine di questo deserto metropolitano e pigro.
Mi accuccio accanto alle uniche tre piante che popolano il mio balcone. Fa un freddo merda. Tolgo il cappello. Troppo brutto, anche se non ci sono specchi. Mi dico che sono colpevole di molte cose. Mi dico che mi sono trascurato. Che ho sempre rischiato troppo. Che non mi sono mai preparato le facce per il mondo allo specchio. Che nelle foto scappo prima che qualcuno mi chieda di esporre i denti. Che mi attraeva stancare la buona volontà di molti. C'è un certo gusto nel vedere buone intenzioni che si arrendono. Uno spettacolo tragico a portata di tasca e di malinconia. Quando qualcuno si rivela un bluff, e capita tante volte, si tratta di un grande spettacolo di cabaret per il diavolo o chi per lui. In ogni fallimento del bene c'è una sinfonia scivolosa, seducente e breve, tanto enfatica quanto idiota alla resa dei conti.
L'amore che finisce, per esempio, ti porta ad amare delle città, dei luoghi fantasma, dei balconi illuminati nelle notti di dicembre, delle stazioni fredde senza nemmeno una panca.

Ora sono seduto a terra. La traccia, la preferita degli ultimi mesi, è “Good to go” di Matthias Wagner. È il mio battito notturno, la trasformazione che diventa casa, albergo di se stessi. Penso a quella gita a Pompei nel 1979 con i miei genitori. Dormimmo a casa di una coppia di amici dei miei, Palmiro e Graziella. Io dormii da solo in una stanza dove c'era una madonna fluorescente di plastica, una statuina che di notte emetteva una luce verde. Mi addormentai tardissimo perché, a modo mio, la pregai. Le chiesi di non farmi soffrire troppo nel corso degli anni. Le mormorai che desideravo essere felice, che mi sarebbe piaciuto essere amato e poter amare a mia volta. Desideri di bambino insicuro. Bambino pessimista. Bambino ferito, mezzo muto nelle gioie e coraggioso nelle cadute dalla bici. Pregai quella luce verde, ma la mia preghiera elettrica e sfilacciata comprendeva la consapevolezza dell'inevitabile fine dei miei affetti, del breve viaggio accidentato della crescita, della scena orrenda in cui da lago devi trasformarti in lupo e accettare che nei tuoi denti ci siano brandelli delle speranze altrui. Poi chiesi una cosa che mi faceva stare malissimo; le chiesi, timido e indeciso, “di non farmi mai rifiutare nessuno, perché rifiutare qualcuno è lo schifo peggiore della vita”.

La nuova traccia è “Abraxas” di Echospace. Altro pezzo fisso delle playlist notturne. “Abraxas” mi fa particolarmente male, spazza gli angoli, vende i miei effetti al primo viandante, illumina la cucina dove le ombre dei miei genitori cercano di sorridere a me invecchiato, un qualsiasi stronzo con un cappello e la sigaretta perennemente in bocca. Uno che aspetta altre attese a ripetizione, attende nuove fasi di incertezza come fossero vacanze. Per un attimo, un'immagine indesiderata va a sporcare il nevischio elettrico e muto della musica di Echospace: ho davanti a me la scena di due che scopano forte, come macchine, come in un film porno senza audio, in una camera disgustata persino dalla morte. Senza foga e senza reale desiderio, accoppiarsi è un gesto certamente poco elegante. Inutile ammantarlo di altro. Ho sempre pensato che chi fa poesia dei coiti sia un minorato mentale. È una scena meccanica, asettica, lubrificata, sempre gravida di sciocche poesie improvvisate, ed è totalmente inutile continuare ad illudersi di catturare un orgasmo come fosse una lucciola. Qualche volta ho pensato che l'orgasmo in realtà non esiste. È un qualcosa cui aspiriamo spesso per stordimento favorevole, lo rendiamo una specie di lavanda gastrica mandata giù dagli dei. Io so solo che dopo il piacere è più facile camminare sotto i muri, in incognito, uccidere il nuovo o il troppo vecchio e tenersi pezzi di presente compunti come smorfie commerciali.

Non bisognerebbe dormire al coperto. Bisognerebbe fare come Knut Hamsun in “Fame”. Ma io non so arrivare a questo. Come buona parte dei miei contemporanei, mi manca quel coraggio pazzo della vera deriva. Oggi basta uscire dai ranghi sociali per sentirsi un bastardo, una persona non grata. Più facile. Non ti devi dimostrare il dolore, pare; questo è l'errore. Il grave errore, parte integrante di quel disegno di vomito che raffigura diversi artisti tormentati con la pancia piena, la camicia buona, il conto in banca al caldo, la moglie, l'amante, l'ego che è solo un cazzo di riserva, troppe volte dieci volte più interessante di quello analogico del corpo.
Io stesso, così mi dico, non sono così desideroso di dimostrarmi fin dove il mio abisso privato fa provincia, e in quanti altri porti e stazioni dovrò trascinare la disillusa ostensione di ferite comuni. Povero stronzo, credo di essere un mini-Knut Hamsun solo perché fumo di notte con la mia insonnia carnivora addosso.
Forse mi sento ganzo e lupo ferito a morte solo perché qualcuno mi ha insegnato a fare a pezzi i miei ricordi migliori e non scoparmi il futuro come il peggiore dei sognatori.
Per passare al livello superiore, dovrò diventare un vero lupo. Imparare a lasciar implodere il richiamo, l'ululato, ghignare sull'istinto di caccia ed espormi sul lato che i cacciatori preferiscono. Per fare più presto.
Riprendere in mano quella vecchia pratica che tanto ho amato, fotografare i viaggiatori della notte, escludendo le mie visite. Come sul mio blog. Escludermi per dare diversa presenza nell'assurda bellezza del buio.

©Luca De Pasquale 2016







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