27/12/16

Labbra al limone


Il segno della giovinezza è forse una magnifica vocazione per le facili felicità”
Albert Camus

Da ragazzo mi capitava di voler rinviare i momenti di tregua e di piacere. Di rinviarli fino a scongiurarli. Dissolverli, più che evitarli.
Sapevo che, esaurita la tensione, sarei rimasto più solo di prima. E anche tutta quella storia sul sesso fantastico, che trappola. Perché poi, finito il sesso, cosa rimane tra un uomo e il suo destino, quale cuscinetto attutisce i colpi?
Una volta riuscii ad uscire con una ragazza che volevano tutti, ma proprio tutti. Ero incredulo e quasi seccato.
Sapevo di avere un cuore nero. Invischiato. Un cuore-luminaria: luminaria da festa finita.
Certo che li volevo, i suoi baci. Chiaro. E volevo i suoi occhi solo per me. Un piccolo figlio di puttana alla rovescia, furbo nel cadere e mai nel salire. Un veterano dell'assenza e un impacciatissimo seduttore alle prime armi, le due caratteristiche fuse in un sorriso che non è mai entrato in una mia foto.
Andai a casa sua. I suoi genitori non c'erano. Parlai molto. Volevo piacerle. Mi facevo schifo, tutta quella commedia di luce gonfiata, costruita solo sull'abilità dialettica e non sulla verità.
Misi in mezzo dischi, libri, luci notturne, la passione nascente e bulimica per il cinema. Ogni dieci minuti mi avvicinavo un po' a lei, sul divano. Fuori, dalle grandi vetrate della sua casa lussuosa, vedevo la notte e le sue ombre; le foglie delle alberi giocavano a comporre innocui mostri nei miei occhi.
Desideravo quella ragazza sessualmente. Non bastavano i baci, che poi dovevi finire a casa quello che avevi iniziato con lei. Come tutti quella della mia età al tempo, fantasticavo sul sesso orale, mi ponevo problemi di resistenza dentro e speravo che il mio pene fosse un dardo scagliato direttamente da Apollo tra le cosce della mia immeritata fata occasionale. Volevo essere fuoco e maglio indimenticabile, ma facevo acqua come tutti i cuori neri bisognosi di autenticazione o vidimazione.
Non la desideravo perché la volevano tutti e sembrava che io l'avessi stranamente spuntata; quello non era rilevante. La desideravo perché era bella e perché mi sembrava così distante da me da farmi pensare che si trattasse di una pazza o almeno un'incosciente.
Quando ci scambiammo il primo bacio serio, al termine di un mio lungo e insensato discorso su non so cosa, il sapore delle sue labbra mi ricordò un dolce al limone e feci un pensiero assurdo, caotico.
Ecco, e ora, dopo questo bacio, cosa mi distoglie dal buio? Dovevo aspettare, dovevo aspettare...”

Non iniziò alcuna storia. Prima che mi dileguassi io, come volevo, lo fece lei. Ero un capriccio. Lo era anche lei. Le ali di cera dei capricci, con gli anni, durano sempre meno. C'è sempre qualche sole differente che le fonderà senza pietà, senza aspettare il minimo volo.
Stasera, passeggiando tra i negozi già chiusi, soggetto a piccoli cicloni da pozzanghera come le carte per terra, ripenso a quella ragazza e mi accorgo di non ricordarne neppure il nome.
Eppure, riesco a ricordare le formazioni di oscure band di rock e metal dei primi anni ottanta. Band sconosciute, travolte dalla notorietà mancata e da eccessi di fiducia mal riposta. Ricordo queste stranezze, ma non il nome di un essere sulle cui labbra ho posato le mie. Semplicemente disgustoso, per giunta molto triste.
Dimostrazione che quando un uomo smania per capriccio è quasi sempre una merda e non durerà più di un pessimo scherzo. Si dice che la nostalgia è canaglia, ma a me non basta. La nostalgia per la mia prima giovinezza, inquieta e violenta, io me la inculo e la tratto da puttana, quale poi è. Non mi merita e io non devo disporre di lei quando mi fa comodo. Quella nostalgia a cottimo è una lente deformante, un aborto, un'insidia strisciante, un ricatto con le cosce che ti stringono la gola. Non vale niente, niente riporta e nulla solennizza, se non la stupidità dell'invecchiamento.

La sera è cupa, punge come aghi di alberi gettati nella spazzatura prima ancora di capodanno, il posteggio dei taxi è deserto come la mia crudeltà di maniera. In una vetrina mi vedo, longilineo e stupido, con la macchia grigia dei capelli corti e la bocca atteggiata verso il basso come una dama scandalizzata da se stessa. Nient'altro che una vecchia puttana in stato di quiete apparente, un sognatore con interruttori ovunque, uno scriba con fili scoperti e qualche vezzo, una ruspa vintage con tasto di autodistruzione.
Che fine avrà fatto quella ragazza dalle labbra al limone?
La mia fantasia è banale e usurata: la immagino con tre figli, un marito ricco, qualche casa, un'ottima professione. Non scatta l'odio, ma un'insulsa tenerezza senza mittente e senza destinatario.
Eravamo ingenui, eravamo esposti, il nostro coraggio era determinato solo dal tempo esteso che davamo per scontato davanti a noi, come un panorama fisso nel quale era facile sentirsi attori e non comparse.

Quando arrivo a casa, vengo accolto dal classico odore degli appartamenti della mia famiglia: quello di mobili di legno e fumo di sigaretta. Fuori, invece, la notte sapeva di bruciato come tutte le notti invernali lontane dai centri abitati. Non ho una sola foto dei miei anni di scuola. Nemmeno una. Non esiste una mia storia fotografica: mi sono comportato da ruspa. I ricordi che sostituiscono le foto, per quanto riguarda gli anni di studio obbligatorio, sono costituiti da dischi, libri e odori. E quelli appartengono solo a me, alla mia esperienza e alla mia memoria. La ragazza con le labbra al limone potrei ritrovarla in un disco dei dimenticati Heir Apparent, nei libri di Camus e di Sartre che in quei giorni erano bibbie sdrucite che lasciavo macerare sotto il cuscino.
Ero ingenuo, mi sentivo attore.
Oggi sono la mia stella cadente e, qualche volta, la mia puttana silenziosa. Questione di tempo da valutare in prospettiva, non più di bellezza.

©Luca De Pasquale 2016

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