20/12/16

Incrociarsi in una notte di vento


Nel bar del porto non è rimasto quasi nessuno.
Per fortuna, le coppiette in cerca di pace e selfie se ne sono andate a fare in culo altrove. Detesto le coppie che esibiscono la loro passione: valgono meno di una collezione di souvenir in casa di una vecchia pazza.
Sono sulla soglia del bar e fumo una sigaretta. Ho uno scaldacollo di lana quasi sulla bocca. In bocca ho il sapore della sconfitta anche se non è successo niente. Niente di serio.
Per strada c'è il deserto, poche persone che si ritirano frettolosamente perché sta per piovere. Luci di Natale ai balconi. Festoni, stendardi, puntali, barchette stilizzate arrampicati sui muri fradici di salsedine.
Tutto qui è fradicio, fottutamente fradicio. Persino il bon ton del divertimento notturno ha qualcosa di malato, di sconfitto, di perdente.
Qui, come in quasi tutti i posti di mare, di notte si finisce per perdere facilmente.
Nel bar sono rimaste tre persone. Una coppia più un'amica, non so se di lui o di lei. Parlano di un'altra coppia che è partita per un viaggio. Hanno ricevuto le loro bellissime e suggestive foto. Li guardo. Da un certo punto di vista invidio la loro armonia, da un altro, diametralmente opposto, mi fanno schifo. La loro quiete apparente mi fa rabbrividire e non vorrei avere le loro vite addosso, i loro pasticci di decenza. Questi tre stronzi non sanno perdere in un posto come questo, dove la risacca mangia pensieri e ricordi, dove le navi attraccano per guastarsi e quelle che partono salutano per andare a morire.
Questo posto con le case gialle, azzurre e rosa dove si ama, si tradisce, si mangia, si prega e si muore, non sempre da anziani.
Quella che è l'amica della coppia non è molto attraente e non chiama sesso, eppure ha qualcosa di triste che spinge i miei pensieri verso una specie di micro-disperazione da condividere. Una di quelle donne che quando fa sesso concede all'amante molto più di quanto ha raccolto nella sua vita reale, quella legata ai corrimano, ai conti in banca e a quei maledetti anelli simbolici.
Quella donna mi appare coraggiosa e unica, perché in grado di crollare per un vento imprevisto, per un lampione che tremola in una cartolina notturna che viene meno, tradisce e uccide come tutti gli affetti che non si concretizzeranno. Non una di quelle che infilano la testa nel culo profumato di una coppia che si ripete fino a sfinirsi. Come invece gli altri due, quei due detestabili conservatori di status che fanno tintinnare bicchieri stracolmi di birra e di parole insulse.
Mi ritirerò a piedi. Scalcerò carte. Avrò problemi con altri cani randagi. Beccherò la pioggia. Guarderò navi in lontananza e lampare, verrò scortato dalle vetrine illuminate dei negozi vuoti fino al punto esatto del mio ovvio ritorno alla base.
Non è notte per amarsi. In questa notte di luci prese dal vento in un posto di mare dove le case hanno colori tenui e consolatori, si perde. Si perde pesante e si fuma fino ad avere il petto indolenzito, il fiato corto e il mal di testa da riposo rinviato.
Che vadano a farsi fottere le belle storie, i libri con il lieto fine, i resoconti dei viaggi e le telefonate di auguri fatte guardando schermi di computer e altri messaggi. Basta con l'invidia dei privilegi, delle cose statiche e belle, qui si perde, si perde di brutto, di notte perdere diventa un percorso sul quale il giorno seguente sputerà le sue banali sentenze di razionalizzazione.
Fare l'amore in notti come queste: e perché mai? Anche con creature talmente coraggiose da piegarsi al vento, perché e con quale durata emozionale?
Quale promessa d'amore non contiene in sé l'assurdità dell'assenza?
C'è gente che ci scrive libri infiniti, su questo senso di latente sconfitta emotiva. Io fumo troppo, ho bevuto due caffè e ho guardato i muri fradici di un posto, l'ennesimo, che mi vede misterioso ospite di me stesso.
Quella donna dovrebbe fare l'amore con un uomo che riesca a restituirle -sana e vivida come è giusto che sia- l'utopia della continuità e la forza del nido.
Qui siamo invece marinai, salpiamo per estinguerci, torniamo per essere ombre, ci innamoriamo per chiedere semplicemente scusa. Anche a noi stessi.

©Luca De Pasquale 2016

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