28/12/16

Fuck you, pretty boy


Ma tu adesso, tu, cosa mi faresti?”
Vuoi proprio saperlo?”
Sì, lo voglio. Ne ho bisogno. Dimmelo, sussurralo. Sussuralo come un maiale”
I maiali non sussurrano”
Non fare il vigliacco. Sono eccitata. Cosa mi faresti?”
Posso solo dirti che ho un'erezione”
Non usare parole tecniche, vai oltre, parla in dialetto”
Ecco, io ora ti chiederei di scendere giù... truccata da... da puttana... e di non avere remore... con me, solo con me”
Continua, continua, continua stronzo”
... poi ti morderei... le spalle... il collo... la lingua...”
Continua continua continua fottuto imbecille parla con il cazzo non con la bocca, impara a parlare con il cazzo”

Fuori, passa il funerale tipico di paese. Ci sono due auto funerarie molto lussuose, classica e inutile dimostrazione di solvibilità personale in piccoli centri abitati. C'è sia gente che piange che tizi più impegnati a ridacchiare, raccontare pettegolezzi e guardare i loro telefonini.
La giornata è fredda. I vetri delle finestre sono appannati per il contrasto tra riscaldamento interno e clima esterno. Non so chi è morto, ma deve trattarsi di qualcuno molto conosciuto in paese.
Chiudo bruscamente la telefonata pornografica, lasciando la mia interlocutrice li dov'è, immagino seminuda su una poltrona da ufficio. Telefono in ditta e dico che sono malato. Andassero affanculo, morissero. Spero che l'intero edificio crolli e che i miei colleghi crepino. No, non lo spero. Ma è come se fossero morti, già da ora, da sempre. Dentro di me, da sempre.

Che voleva quella? Voleva godere al telefono? Io non sono mai venuto al telefono, è una cosa da vigliacchi, da stronzi. Chi fa sesso al telefono è un idiota. Non mi sono nemmeno mai innamorato al telefono. Non mi sono innamorato di una voce. La mia vita non è un film di Truffaut. Chi pensa che la sua misera vita somigli ad un film francese non ha filtri tra ego, fantasticherie mollicose e cadute di stile del comportamento sessuale. Torno alla finestra a guardare il funerale. Fumo sui vetri che ho spannato con la manica del pullover, come un bambino.
Ieri è arrivata una lettera per mio padre da una galleria d'arte. Dalla busta è uscito un cartoncino che riproduceva una fetida natura morta riprodotta pedissequamente, senza originalità. Il biglietto interno recitava la seguente pappardella: “Gent.mo Preg.mo Dottor Civera, abbiamo il piacere e l'onore di InvitarLa alla prima assoluta ed esclusiva di Maurantonio Avelliniasi, magistrale pittore del secondo Novecento Napoletano. Voglia PregiarCi della sua Cortese presenza. Nell'attendere una sua Gent.Ma adesione, voglia gradire i Nostri più cordiali saluti e l'augurio caldo e sentito di Buone Festività Natalizie e di un auspice Buon Anno Nuovo. Galleria Castrizza, Napoli”

Un auspice buon anno. Gesù. VaffancuLo, Mio padRe è Morto, idioti. Morto da anni. E io, pur avendo soldi, non comprerei mai un quadro ora. Perché i quadri mi ricordano la Morte, la Preg.Ma Morte, per farvi capire.
Il funerale è passato. Ho guardato le teste dei vecchi, con i capelli radi e bianchi. Ho guardato le calze scure delle donne più giovani o meno vecchie. Ho fatto caso alle assurde tinture cui si sottopongono le donne. Ramature, rosseggiamenti, feste di giallo, zafferano e uovo marcio
Straccio l'invito della galleria d'arte, ma non mi sento meglio. Tutta questa presenza che devo impormi e dimostrare mi crea disagio e finisce che mi sento come un ex detenuto appena rilasciato alle luci dell'alba in una città ostile e trasformata.
Non ho più foto di belle donne nel portafogli. Mai più ne avrò una. Mai più mi affezionerò ad un quadro o a una promessa. O a una gita fuori porta.
In giornate come questa, cerco di sfinirmi per non avere nulla verso cui ribellarmi. Ma è più forte di me, è nella mia natura pormi contro, alle spalle dello specchio, in traiettoria di chi possa amarmi per simulato eroismo, per ricerca dell'affanno.
Non si può evitare che arrivino inviti a persone scomparse. Non si può evitare che la gente muoia. Insopportabile. Non si può interrompere il sortilegio della fontana dell'amore sabotata da vecchi gesti ingenui e traditi più volte. Non posso nemmeno sforzarmi di eiaculare al telefono con una che a stento conosco di vista.
Sono sempre stato un detenuto. La mia buona condotta è la beffa più stupida alla quale sottopormi.
È una vita che sogno di essere rilasciato all'alba, senza foto di donne nel portafogli restituito malamente, pronto ad organizzarmi per delinquere di nuovo, per abitare i sobborghi e non i quartieri dormitorio, per essere frainteso e trascurato a causa della mia buona educazione.
Mi dico, allineando le tende ai vetri freddi, che la lotta non si è mai interrotta, ha conosciuto solo gli svaghi di un dopolavoro disordinato e veloce.
Lotta. Parola strana. A volte ambigua. Lotta è anche capire di essere un uomo da strada, stranamente soggetto a movenze altre, ancestrali, diluite, abile a trascurarsi concretizzando il lusso altrimenti letterario degli spettri.

Mi richiama la donna.
Vigliacco”
Sì”
Sei solo un debole, e forse sei frocio. Finocchio. Te lo dico”
Sono debole, altro non so”
Lo sei. Una come me te la sogni”
Amen”
Forse hai paura di lui”
Proprio no”
Lui è geloso. Forte fisicamente. Lui si fa rispettare”
Non mi sembra”
E se glielo dicessi?”
Liberissima”
Non sfidarmi. Non sfidare la tua fortuna. Io sono una chance, io sono un dono”
Può darsi che io meriti il carbone della Befana”
La Befana può decidere di essere una geisha. Dipende da te”
Riattacco.

Chiamo il medico, gli chiedo il certificato.
Solita tracheite?”
Stavolta scrivi faringite”
Come preferisci”
Grazie doc”
Sono le undici. C'è stato un funerale. Di me so poco. So che non godo al telefono. So che non ho paura. Degli uomini e del vento. E non ho così tanta paura dell'amore da toccare il fondo sper smanie che si accendono negli schermi altrui.

©Luca De Pasquale 2016

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