12/12/16

Fermate deserte, verità rinculate


Uscire da una casa, un locale, un cinema di notte è sempre stata una grande emozione. Sin da quando ero adolescente.
Uscire da una zona protetta per entrare in un regno. Una sensazione di potere -spesso da dilapidare-, di ambiguità scivolosa, di rischio, il senso di una ultima missione.
L'odore della notte mi è necessario quasi quanto respirare. Scioglie i fantocci come per incanto. Alimenta le paure opportune. Ti costringe a scegliere tra l'ipocrisia e l'estremo. Ti fa cercare cocci nei momenti di calore e oasi di luce nelle discese. L'odore della notte guida e distrugge. Divora e restituisce.
Come un'amante a pagamento, può sputarti in faccia se non la ripaghi con la moneta giusta, in questo caso la tua piccola, scalcagnata verità personale.

Di notte ho compiuto diversi errori.
Uno per tutti, quello di credere e lasciar credere che volessi innamorarmi disperatamente di qualcosa che avesse o ottenesse stabilità.
Menzogna.
Perché la notte poi finisce e termina anche la suggestione dell'individuo.
Mi è piaciuto prendere autobus notturni, fumare in luoghi aperti, parlare dolcemente con prevedibili bugie di curiosità, mi è piaciuto simulare il dramma quando non ero altro che vuoto in procinto di ricaricare il motore.
Mi è piaciuto interpretare personaggi ombrosi, condannati alla malinconia, antieroi noiosi per i più, mi è piaciuto fottermi con le mie stesse mani.

Le notti di adesso sono diverse.
Se cammino, mi segno i numeri civici dei palazzi che mi piacciono. Poi, nei giorni successivi, cerco di andare a vedere le case che si fittano e pure quelle che si vendono. Oggi, ad esempio, ho visionato un trivani con due servizi a ridosso del lungomare. Mi sono vestito bene, ho sciorinato un buon italiano, ho cacciato qualche sorriso che non fosse ridicolo. Che cazzo ne poteva sapere l'agente immobiliare, che in tasca avevo sette euro e sessanta centesimi?
Mi ha chiesto che lavoro facessi. Non ho esitato: “libero professionista, settore cultura”, ho recitato con voce da doppiatore costipato.
Quello mi ha creduto.
Chiaro: è l'apparenza che artiglia per prima. Io so come non risultare un pezzente. So come simulare eleganza di pensiero e di spirito. Ci sono cresciuto, in quei rituali. Ho guardato e imparato. Se mi impegnassi a fondo, lo so, riuscirei anche a farmi chiamare “dottore”. Poi mi girerei la definizione a manico d'ombrello. Come faccio per quasi ogni complimento che mi capita di ricevere, il più delle volte flaccidi stati di cortesia in movimento.
Soprattutto quando mi dicono che sono profondo. Non significa nulla. E poi non è detto che io sia profondo. Non mi va di essere equiparato a un buco di culo. Troppe volte la parola “profondo” sembra stia lì a segnalare qualcuno che non si diverte, che non può farlo, che si scortica vivo per vezzo, che mastica la notte perché ha il sole alle spalle. E forse è pure parzialmente vero.

Tutti i rapporti si basano su una serie impressionante di non detti, di impeti sottaciuti, di contegno scremato e ripulito. Molto frequentemente ho la tentazione di giocare la carta suicida del pensiero reale. Poi rinculo. È impossibile e infantile tentare la sorte in questo modo. Non posso dire a nessuno “le tue idee sanno di merda”, ma nemmeno “smettila di fingere di avere a che fare con la cultura e la creazione, sei solo un piglianculo, un borghesuccio mezzo spento”.
Dovrei farne uno zibaldone, delle verità non trasmesse, delle frasi ridotte a bolo da rimasticare. Ma non le pubblicherei comunque, anche se facessero ridere. Non mi piacciono queste cazzate. Alla gente piace ridere senza avere dolori interni. Alla gente piacciono i giovani scavezzacollo, mentre a me stanno sul cazzo. È considerato “di gusto e di società” scrivere i propri pensieri sul diario pubblico di facebook, le proprie opinioni politiche, religiose e di stampo etico-civile. È considerato “normale” e “utile” fare pubblicità alla propria roba (quel che sia) fingendo di esserne assorbiti al punto da voler comunicare con gli Altri.
Puttanate. Si condivide per catturare, non per spalmare umanità. Parliamo e scriviamo sempre di mani da aprire, di abbracci da accettare, ma le nostre mosse sono futili e il nostro fare ampolloso e comunicativo è solo un parente smunto di Capitan Uncino con l'otite.

Un tizio che conosco scrive una storia di Pulcinella con taglio moderno, contaminandolo con Joyce e Renzo Arbore, Marek Hamsik e Gomorra, Anna Tatangelo e Montalbano, un mandolino parlante e una pizza che si trasforma in una nave da crociera; scatta anche la citazione di capitan Schettino.
Il mio reale pensiero qual è? Devo davvero scriverlo?
Arrivati a questo punto, non voglio giocare sporco. Il mio primo (e forse unico) pensiero è che il mandolino parlante se lo può anche infilare dove vuole.
Oggi come oggi, i miei “mi piace” certi andrebbero solo a Bunker, Gifford, Espedal, Fadanelli e Djian. Gli altri, non è detto. Dovrei sempre verificare, perché ho il diritto e il dovere di non rendere i miei gusti letterari un pezzo di formaggio pieno di buchi da violare per vili cortesie.

Mi rendo conto che ormai prediligo quasi esclusivamente storie notturne, popolate da protagonisti che da un pezzo hanno superato tutte le fasi della cautela sociale. Forse cerco dei fratelli, dei commilitoni, dei compagni, cerco la mia squadra di calcio, quella che gioca sui campetti umidi a picco sulla nebbia del domani. Squadretta di fabbri, di operai, di panettieri, di divorziati con la gastrite, di eroi soffocati dal mutuo. Senza stelle a chioma folta, senza stronzi da palcoscenico che vivacchiano della loro fama trasmessa per via orale, mischiando le lingue bagnate della noia diffusa sul territorio.

Mentre sto per chiudere questa nota, ecco che mi arriva -immancabile- uno di quegli sms collettivi che tanto detesto. È di un tizio che conosco quasi solo di vista. Ha scritto di una storia d'amore ambientata a Napoli, una Napoli però stile Blade Runner, dove hanno resistito al tempo solo i fili dei panni nei quartieri popolari e qualche murale di Dieguito Maradona. Davvero di grandissima originalità. Lo scrittore in questione si chiama Athos Cavazzale, l'ho visto due volte e in entrambe le occasioni avrei voluto creargli qualche problema. Ecco il suo sms, trascritto fedelmente: “CIAO! È da oggi in tutte le librerie (e anche in qualche edicola!!!!) la mia nuova opera, 'È scesa la luna a via Stadera mentre ci baciavamo nel futuro'... conto su di voi ma so di poterlo fare! Ciao! Alla prossima!!
Non ci sarà la prossima. Non la prossima e neanche questa. Non ci vengo a via Stadera. Non ti contatterò. Non metterò mi piace. Non farò word of mouth con la mia lingua sporca. Coerenza e abisso=silenzio.
Il mio primo pensiero è anche la frase che mi rimangio subito come risposta: “Uscito oggi? Ti ringrazio, sei grosso, ma non me ne fotte un cazzo. Cordialmente e ciao”.
No, non posso. Lo so.

©Luca De Pasquale 2016












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