07/12/16

Farsi male, ripartire


Per strada mi ferma un uomo anziano. Indossa un completo beige, ha i capelli bianchi e gli occhiali con montatura tartaruga.
Ciao”, mi dice, “non mi riconosci?”
No, io... prego... mi scusi, chi è lei?”
Sono Italo”
Italo...?”
Tu sei Luca, vero? Sono un vecchio amico di tuo padre”
Ma sì, ma certo...
Italo? Sì, ora ricordo... come sta, salve...”
Salve? Io non dico mai salve.
Come stai tu? Ti sei fatto proprio un uomo!”
E meno male”. Mi spalanco stranamente in un sorriso.
Questo Italo è un uomo gentile. Molto. E somiglia vagamente proprio a mio padre. Se non altro, ha gli stessi modi cortesi ma non affettati.
E dimmi, come sta tuo padre?”
Sento la fitta tra reni e spalle, una frusta di mille demoni, breve, stupida quanto un orgasmo ma molto più crudele.
Signor Italo”, quasi mormoro, “mio padre è scomparso diversi anni fa”
Scende il silenzio. Io non la so descrivere la sua espressione. L'espressione di un uomo che accusa un colpo. Un colpo duro.
E per questo, e forse per tanto altro, provo un'immensa tenerezza per lui. Una tenerezza nuda e violenta che mi fa male più di una sconfitta seria. Mi viene quasi da abbracciarlo.
Oddio, non sai quanto mi dispiace, Luca. Io... non sapevo... sai, ci eravamo persi di vista... e io...”
Non si preoccupi Italo, nella mia famiglia ci si perde sempre di vista, siamo fatti così, siamo fatti male”
E poi sorrido a metà.
Ci scambiamo qualche gentile informazione reciproca, poi ci salutiamo. Lui se ne va ingobbito, triste. Lo guardo allontanarsi con il suo vestito beige e la sua andatura elegante.
La città tutt'attorno ora mi è ostile. Detesto queste strade ricolme di assenze. Queste mute testimonianze di vite passate o in corsa verso l'ennesimo cambio di scena, di volti, la lotteria dei lutti e delle nascite. Certi giorni tutto questo è troppo e soprattutto è assurdo. La mia sensibilità, in questi momenti e anche in genere, mi fa decisamente schifo.
Immagino Italo a tavola con sua moglie, oggi, dirle sommessamente “ma lo sai che oggi ho appreso della morte di un vecchio amico? Ho incontrato suo figlio, un ragazzo sveglio che ora è disoccupato...”
Non entrerò mai in quella casa e forse non incontrerò mai più Italo. Incontrerò -in compenso- ancora queste strade, le percorrerò velocemente per non essere intercettato dai miei stessi ricordi, mangerò le vetrine, le gambe delle sconosciute, le mie fottute sigarette, urterò qualcuno senza chiedere scusa, tutto preso dal desiderio di fare presenza altrove, dove non mi misurano l'ombra.
Chi vuole misurarmi l'ombra mi perde. Ci si prova sempre, a misurare l'ampiezza delle ombre altrui. A volte si abusa dell'amore per queste misurazioni improvvide. Tantissimi anni fa, fumai almeno dieci sigarette in un'auto con una donna, dovevamo chiarire il nostro rapporto e invece ci lasciammo. Perché in quell'occasione ebbi la certezza che quella persona, sia pure con nobili intenzioni, desiderava ardentemente limitare la portata delle mie discese, arginare la tendenza all'abisso domestico, allo spaesamento nelle ore migliori, voleva costruire una campana per il mio cuore, un cuscino per i momenti più duri, quelli per me abituali in cui si rinnega ogni cosa e si finisce per inseguire solo la coda di una cometa che non è mai passata. Neanche nei sogni di bambino e nelle prime notti d'estate con le labbra disponibili.
Tentare l'amore offrendo protezione non fa per me: non sono una puttana. Sono solo un disertore. Un ammutinato. Un soldato che sputa nel suo rancio e che si addormenta sui sassi senza farsi troppo male.

Nelle mie stanze bianche suona un orrendo pianista, un prezzolato di merda pagato non si sa da chi, uno che pensa di gestire la malinconia, l'allegria, il rimpianto, la foga e l'odio. Un ciarlatano che sgozzerò sul suo pianoforte, bianco come le pareti.

Torno a casa e penso a Italo. Il suo vestito era quello di un vecchio che si accontenta dell'amore che ha seminato e raccolto. Il vestito di un uomo per bene. Spero che i suoi figli lo amino come devono. Spero di non venire mai a sapere della sua morte. Spero di non dover mai più incontrare donne che piangono, bambini con idoli fantasma, madri trattate come serbatoi, spero vivamente di non incontrare uomini come me nelle sere di pioggia.
Quando piove, quando la città inizia a sbadigliare nonostante gli amori e i tradimenti, non è opportuno che in una strada, in una casa, ci sia più di una persona con il torace trasparente ma blu come tutta quella materia spirituale e affettiva che non si compie, che trascura gli appuntamenti con la pace senza strepitare ai quattro venti la purezza delle proprie intenzioni.
Sono un corrotto. Un disertore corrotto. Non c'è niente di peggio. Una condizione che genera una strana allegria. Perché ufficialmente te ne strafotti di tutto, ma sai bene che il setaccio interno ti fregherà alla grande. Basterà incontrare un uomo, dargli una brutta notizia, prendere nota del suo smarrimento e seguirlo a ruota in una danza oscura e veloce, la vera empatia che non prevede lieto fine. Anche se continueremo ad amarci a caso per non pensarci.

©Luca De Pasquale 2016




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