13/11/16

Tu sei quello che non sai


Ogni tanto, parlando con qualcuno, mi rendo conto che appaio (o sono) come non credo di essere.
Mi accorgo di aver dato un'idea -o un'immagine- totalmente fallace rispetto a quello (poco) in cui credo, che perseguo e che, in qualche modo, mi motiva quotidianamente.
È principalmente l'aspetto “ideologico” a patire di questi equivoci clamorosi e spesso comici. Avrò di certo la mia bella percentuale di colpe, perché è innegabile che tutti noi -e dico tutti- abbiamo qualcosa di ambiguo, di incongruo, di non risolto, di “discrepante”. Ma non è solo colpa del singolo. La responsabilità va data anche ai preconcetti, alle idee precotte, alle definizioni comode e più in uso, alle idiosincrasie personali che vorrebbero tutti i nostri amici e conoscenti simili a noi e al nostro mondo.
Ad esempio, l'anarchia viene spesso vista come posizione individualista assoluta, come strana e deforme parente della strafottenza civile. Idea sbagliata, conclusione proditoria. Avere idee sociali e economiche inevitabilmente associabili alla sinistra può essere visto come una contraddizione ingiustificabile. Spesso mi hanno chiesto: “Ma insomma, sei anarchico o sei di sinistra?”
Ponendo, nel primo caso, che io mi diverta a disegnare simboli anarchici sui muri delle banche; e nel secondo che io frequenti attivamente centri sociali e volti noti dell'antagonismo regionale. Entrambe le cose non mi interessano per nulla, lo chiarisco ed ecco che scatta il retropensiero subdolo: “Allora non è anarchico e non è di sinistra”. Ma è anche probabile che io sia anarchico e di sinistra pur essendo lontanissimo da certe abitudini. Qual è il punto?
Forse l'unico aspetto che sono riuscito a chiarire in quarantaquattro anni di vita è che non sono di destra, che sono contrario al capitalismo e al liberismo e che non credo in nessun Dio. E che non mi sento affatto sfortunato e stronzo per questo. Come tutti quelli che non credono quasi in nulla, ho la mia mistica personale; una forma in perenne divenire, probabilmente un po' zoccola per vezzo, una mistica insofferente a ogni forma di vincolo e di definizione. Una mistica che significa anche che sono cazzi miei quel che mi piace, mi eccita e mi tiene insonne.

Gli equivoci sono continui e destinati a ripetersi all'infinito, un po' su tutto. Sui gusti artistici, sullo sport, sulle donne, sui desideri e persino sulle speranze. Un tempo me ne preoccupavo fattivamente. Cercavo di farmi accettare, cercavo la morbidezza relazionale e il chiarimento snebbiante. Non è più un mio problema.
Perché sbaglio anche io, e di brutto: sono capace di cambiare idea su una persona se scopro che è un integralista religioso, se è un reazionario, se rompe i coglioni con il suo ego, se pensa di essere il migliore nel suo campo. Posso smettere di frequentare qualcuno se scopro che ha in mente di scrivere un giallo alla moda. Giudico le persone anche dal loro parco amici, e questo oggettivamente fa schifo. Giudico le persone, pur cercando di tenermi a bada, dai privilegi che hanno e che ancor peggio ostentano. Non posso frequentare industriali, imprenditori, PR, rampanti manager, scrittori che si evirerebbero pur di essere popolari, xenofobi, guerrasantisti, predicatori uterini, spocchiosi intellettuali con lo scolo mentale, Regine del Brivido Al Basso Ventre e apostati del collezionismo di coiti. Non li frequenterei ben sapendo che “loro” non frequenterebbero mai me. E non c'è nessun problema al riguardo.
Tra me e un ricco rampollo della Napoli bene ci passano oceani, fiumi di rancore sociale, differenze di classe e di desideri, scelta dei sodali e quant'altro: inutile perdere tempo reciprocamente.

Quindi, ammetto di essere molto difettoso. E di avere dei pregiudizi. Di essere diffidente, sospettoso, incarognito e potenzialmente sgarbato fino al nichilismo. Sono scelte. Sono, ripeto, contrario alle perdite di tempo.
Sento di consigliare a tutti di non affannarsi più. Di non perdere la fantasia dietro a compromessi comportamentali e malcelata tolleranza di convenienza, perché poi i nodi vengono al pettine.
Non si può fingere a lungo. È paradossalmente più facile simulare piacere sessuale: “Te lo giuro sul mio cane del 1984 che non ho mai goduto così, sei una macchina del sesso”.
Oppure: “Sono talmente innamorato di te che non riesco a dimostrartelo”.
Ma il resto, il sostrato di una persona, le sue intime convinzioni, non possono mescolarsi al doppiopesismo, alle regole di cieca accettazione del pianeta “altri”. Non siamo obbligati a piacerci, a seguirci, a fiutarci il culo.
Non in nome del passato e men che meno in quello del futuro. Non sotto le insegne del possibile e del probabile. Non parlando in termini di potenzialità che resteranno inespresse e andranno a caricare la groppa delle frustrazioni.
Se uno mi dice “leggere Marx non serve a un cazzo”, il mio passo successivo non sarà quello di regalargli un tomo di Julius Evola. Forse penserò che abbiamo un background differente e lascerò le cose in standby; ma se la sua prossima esternazione dovesse essere “chi non mangia pesce è un coglione” è chiaro che troncherò.
Evitandogli, all'ipotetico tipo, quel fastidio enorme che è dire a qualcuno “ci somigliamo per forza e tu non ne sei a conoscenza”.
Le diversità sono fantastiche, sono il sale del mondo, ma non devono diventare una purga sociale. Di olio di ricino ne beviamo ogni giorno una quantità sensibile, perché accentuare la punizione per paura del silenzio?

©Luca De Pasquale


Nessun commento:

Posta un commento