13/11/16

Ritorno alle origini


Quando torno a Napoli, appena entro in stazione, mi prende un nodo alla gola. Inizio a sentirmi sporco e tutto il rinnovamento che avevo provato prima scompare di botto. Sarà l'idea del passato. Sarà il peso di quello che non ho risolto, penso, mentre già con la sigaretta in bocca mi faccio spazio verso il predellino.
Le valigie degli altri sono colorate, di dimensioni varie, molte sono firmate. Il mio trolley è marrone e apparentemente senza marca. Io sono un trolley con naso e bocca. Tutto quello che mi ero messo alle spalle ora, con questo approdo conosciuto, mi torna indietro. Il vomito dei miei santi polverosi.
Come staranno quelli che volevo dimenticare?
Sotto quali corpi maschili transiteranno le donne che mi dovevano salvare?
In quale melmosa sostanza evanescente si sono trasformate le simpatie, i brividi, le maledizioni?
Mi viene da pensare a un disco di Pino Daniele che ho letteralmente consumato per anni, “Bonne soirée”. Formazione pazzesca, Mel Collins al sax, Jerry Marotta alla batteria, Pino Palladino al basso. In “Boys in the night”, uno dei miei pezzi preferiti, al sax c'era il povero e grandissimo Larry Nocella.
Mi sembra di rivivere l'aria notturna di quel disco, il suo piglio orientale, la sua svagatezza ritmica così chirurgica. Mi sento come “il colore del giorno sulle macchine bagnate” e chissà se nel 1987 ero innamorato. Non ricordo.
Poco distante da me c'è una ragazza con i capelli molto lunghi e la faccia intelligente. Lo sguardo acuto e impaziente.
Il suo trolley è rosso. Più piccolo del mio. Sento il suo odore. Un odore che andrebbe bene per un giorno di pioggia senza lutti da ricordare o rimuovere. La desidero sessualmente e non solo. Vorrei morire d'amore per lei. Amarla a tal punto da restare deluso e fottuto e dunque ottenere un alibi per un nuovo esilio. Cos'è, amare qualcuno talmente intensamente da guadagnarsi una forma di suicidio emotivo assistito?
Ha una bella faccia, questa ragazza. Non è una di quelle che apparterrebbe mai veramente a un uomo. È sua e basta. Come tutte le donne. Solo che molte si ostinano a negarlo. Io lo so che risponderebbe ai miei gesti studiati e disperati con una vitalità che non sarei mai in grado di sostenere, di gestire, di valorizzare.
Io comincio a amare sempre da quello che non sono stato, che non sono e non sarò mai. Costruisco i miei amori in stanze lasciate da anni, decido l'amore con la finta casualità delle navi che partono di notte, so che il troppo amore fonde i miei meccanismi e allora cerco quel rischio e quella proposta unilaterale di schianto.
Continuo a fissare la nuca della ragazza. Mi determino a innamorarmi perdutamente. Sto tornando alla mia città, ai miei fantasmi chiari, appoggiati a vecchie ringhiere fumando marche di sigarette ormai fallite.
Che sigarette si fumavano nel 1973? Ma che importa?
Napoli mi riaccoglie con il sole. Non sono felice, ma gioco in casa. Sono anni che cerco un pirotecnico suicidio dei miei sensi attraverso una passione che mi distragga da tutto il resto. Sono anni che cerco il suicidio nella vita, proprio nella vita, e non chiedo al cielo di favorire le mie mosse di redenzione. Voglio parlare a questa ragazza. Voglio davvero parlarci.
Ti amo, voglio dirle, dammi un bacio e dammi veleno. Dammi veleno in bocca, dammi pace, dammi la follia di non poterti controllare. Dimostrami che non sarai mai mia. Fammi giocare con la parola “suicidio” attraverso un'estasi a cottimo.
Il treno si ferma, molto lentamente ferma la sua corsa al binario 15. Tento di odorare i capelli della ragazza con il trolley rosso. Cerco un po' di futuro in tanto passato che mi rumoreggia nello stomaco.
Ma, appena scesi al binario, mi accorgo che è attesa da un uomo. Si abbracciano. Lei è felice, lui è una faccia di cazzo. Io perdo. Io perdo e il banco mi mangia un altro pezzo di faccia, allargando la zona notte della mia casa vagabonda.
Chiuderò i conti. Con amore o senza.

©Luca De Pasquale




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