24/11/16

Occhi


Logorati dall’insuccesso, molti sedicenti artisti abdicano al ruolo di persone per trasformarsi in simulacri di invidia, persi in improbabili confronti, in inutili rivendicazioni, determinati a brillare nell’arte del dispetto, dell’indifferenza rumorosa, innamorati di una suggestione crudele e dispersiva: quella di sentirsi unici. Unici in genere, ma anche unici nel loro genere.
Ogni tanto qualcuno capita dalle mie parti e io devo affrontare il mostro, l’orrore: perché mi ritrovo davanti qualcuno che compare dal nulla e mi urla in bocca quanto è bravo, quanto scrive bene, quanto capisce il mondo, debordando in campi di nessun interesse come il sesso stile scheda di palestra e seduzioni tentate e osate con quell’aria francese che fa tanto Truffaut.
Non ne posso più dei seduttori truffautiani, per quanto io ami il Bertrand Morane di Charles Denner. Non ne posso più delle canaglie a mascella grossa, dei vitalisti finto intellettuali, degli affettati parlatori che trovano un adeguato interlocutore solo in un pene floscio, al quale viene attribuito un rango eroico che sfida ogni legge di senso comune.
Trovo stucchevoli gli uomini che dichiarano (e purtroppo pensano) di avere grande dimestichezza con il pianeta donna. Sono dei mitomani e spesso fanno male l’amore. Fanno sesso pensando all’orgasmo e alla prestazione. Ma una prestazione sessuale non può e non potrà mai vivere di luce propria. Una prestazione sessuale non ha un’anima. Nemmeno di scorta. Inoltre, un membro eretto non è un monumento alla vita. È solo un boccaglio, l’estremità di una valvola che non conosce la distinzione tra desiderio e meccanica.

Da sempre, gli occhi delle donne mi mettono in palese difficoltà. Una difficoltà che si è fatta disinvolta solo per questioni di età: nessun preciso merito. Sembrerà banale –e forse lo è- ma gli occhi delle donne, anche i più belli, possono ricacciarti all’inferno anche se non ti stanno chiedendo nulla.
Stasera, camminando, ho considerato gli occhi di tutte le donne incontrate come qualcosa di non codificabile, sorta di lucernari  posti all’ingresso di luoghi a me comunque vietati, per approssimazione esistenziale e vizio di forma.
Impossibile compiacersi di qualche sconosciuto fluido intuitivo che non si possiede affatto. Le persone di sera e di notte sono segnali, sono fari di presenza, non puoi sapere cosa contengono. Cosa vogliono. Qual è la loro traiettoria e come relazionarla a te. Ed è chiaro che qualsiasi tentativo di interpretazione è un errore fatale.
Di sera ci incrociamo per strada. Non è chiaro come siamo strutturati dentro. Quali sogni persi, diventati margini, hanno cambiato tutte le nostre frontiere. Quali aspettative ci hanno violentato. Quanta impazienza abbiamo messo al soldo dell’orgoglio. Quanto abbiamo voglia di vivere e quanta di sopravvivere. Quanto i nostri eventuali amori possano essere osceni e pretestuosi, oppure riuscire. Riuscire a darci pace in una corsa unica e veloce, spietata al punto da costringerci a costruire case, scuole, affetti, ricordi, viaggi.
I Diaframma cantavano che l’amore è negli occhi dei cani vagabondi, ma penso di poter aggiungere che potrebbe essere anche un arcobaleno già stinto nelle tasche di un mendicante. Potrebbe essere uno specchio che contiene più assenze che presenze. Infinitamente più assenze.
Sono queste le sensazioni di un’innocua passeggiata serale. Ed ecco che appare lampante quanto siano detestabili i pomposi interpretatori di sguardi, di movenze, di passioni. I luminari dei gesti seduttivi. Come i citatori di libri. Come tutti quelli che scambiano il loro percorso per verità. Quelli che il loro amore privato è il migliore. Quelli che simulano stupore dinanzi la loro stessa sopravvalutata intelligenza. Quelli che credono, e lo credono, che il sesso sia destino e sia serbatoio delle migliori nostalgie.

Mi incanta il mistero delle persone. Di quelli che non sono io. Mi incanta e vado a fondo quel che basta per fuggire spesso, prima ancora di iniziare le trattative per le fumate bianche. Il fumo mi piace con le luci in lontananza. Il fumo è il mio goniometro notturno e non devono toccarmelo.
Il mistero di quello che non vivremo, di quello che sfioriamo solamente, è di così alto livello che non resta molto da fare con gli organizzatori di sguardi, di pulsioni, con i maggiordomi di una presunta eternità.
Con i tanti piccoli e fasulli Bertrand Morane in giro mi piacerebbe fare un falò. In un campo sportivo di notte. Bruciare i loro concetti arrugginiti come lettere, come copertoni usati, come ricordi senza gambo, fiori secchi in libri di merda.
Certe verità dolorose ti prendono alla gola nei momenti più inconsueti. In una passeggiata armoniosa di sera, ma anche nel cesso di una stazione, oppure mentre si ripensa a chi è andato via. A volte capita anche durante il tanto celebrato sesso che i seduttori continuano a macchiare di ketchup, mayonnaise e detergente intimo.
Gli occhi delle donne non sono a disposizione dei cretini. Non possono essere materia di aforismi in vestaglia, magari con una pillola di Viagra nella tasca del fazzoletto.
Gli occhi delle donne non sono materia per quelli come me, ingenui rabdomanti di ombre, un tempo convinti che musica e buio potessero spiegare il colpo basso di un’emozione. Era troppo, era presunzione. Non ero Truffaut, non ero Bertrand Morane.
Spesso, non sono stato io. Non credo. Ringrazio qualcuno e qualcosa quando mi accorgo che la mia stazione resta aperta di notte, anche con treni in transito veloce, che non si fermeranno se non per dei guasti.
Il gioco affascinante, quando non si è stanchi, è intercettare la capienza degli sguardi altrui. A volte ti stupiscono: possono contenere tutti i tuoi sogni e dimenticarli subito.
Senza terremoti.

©Luca De Pasquale 2016

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