26/11/16

Milonga inutile della ginnastica dolce


Un vecchio amico di mio padre si è suicidato.
L'ho letto sul giornale, per caso. Anche se io i giornali non li leggo mai per caso.
Si è lanciato dal terrazzino della sua abitazione, in un paese alle porte di Napoli. Abitava al sesto piano. Aveva moglie e due figli maggiorenni. Si è andato a schiantare su alcune auto in sosta. Credo che il riconoscimento sia stato ancora più penoso di quello che è per definizione.
Il giorno in cui si è ucciso, io ero alle prese con cose di scarsa rilevanza. Chiacchiere politiche, stupide foto di torte e feste, scrittori ovunque, scrittori persino nella condotta fecale, amici con maglie a collo alto, amici con la barba curata a sostituire il sesso, amici che non lo sono, stupide domande parentali, miei progetti nati già con un bengala di dinamite in bocca. Giorni di girotondi e mutande pulite, di ragazze sorridenti, di curiosità infestate al principio e nella terminazione ingloriosa, giorni di curiosità già disinnescate.
Mio padre stimava l'uomo che si è andato a sfracellare. Me lo aveva detto varie volte, “Giulio è una persona per bene”. E io non rispondevo, facevo uno di quei miei mezzi sorrisi che significano “ti credo”.
Giulio si è lanciato dal suo terrazzo. Aveva settantacinque anni. Forse era depresso. Forse aveva un tumore. Di lui so che era un mercante d'arte. Di lui so che in gioventù aveva perdonato la moglie che lo aveva tradito. Di lui so che votava, all'epoca, per il Partito Repubblicano. So anche che lo avevano sfrattato da Fuorigrotta, era stato costretto a trasferirsi in una provincia degradata che non amava. Lui sognava Parigi, pare. Montparnasse. Certe volte penso che sognare luoghi lontani sia un'ipoteca per il suicidio. Andarsene forse non è così bello. Non riuscirci è una sconfitta. Restare è palude, stoicismo che diventa sfortuna, malasorte, fiato cattivo e tradimenti.
La morte si nasconde, indegnamente, nelle storie di quelli che conosciamo poco, per parole tramandate, per consuetudine oculare e per sorrisi, cenni del capo. Prendere nota di un suicidio mi fa sempre incazzare. Divento rapidamente oscuro, silenzioso, cerco scappatoie, cerco un vitalismo che si presenti alla porta come errore imperdonabile. Come scialo, come disattesa.
Prendere nota di un suicidio non è un atto neutrale: riaccende i focolai di una guerra che non ho mai osato interrompere e che mi vede cospiratore a volte arguto, ma più spesso sciocco e determinato a perdere.

Giulio G. è morto. Ci penso mentre sono in strada. Le persone oggi mi sembrano pesci. Boccheggiano. Non mi eccitano. Non ci nuoto accanto. Mio padre ne avrebbe avuto un dolore. Ma mio padre non c'è da tanto e chissà se dal suo sperone di niente vestito per la mia memoria vede o sente qualcosa. Vorrei che fosse così. Ma non lo so. Non pretendo di saperlo e col cazzo che voglio me lo si spieghi o lo si teorizzi.
Leggo su un cartello “Corsi di ginnastica dolce”. Accendo una sigaretta e penso che la legione straniera interiore degli uomini viene scambiata per arrendevolezza, eccessiva sensibilità, introversione. Sono clamorosi errori di superficialità, ma è un bene che si verifichino continuamente. Evitano assurdi ammaraggi e lanciano olio bollente su velleitari eserciti della salvezza. Chi urla al mondo la sua voglia di essere salvato per me è un debole, un cane. Non accetto la vocazione agli appelli. Non accetto la carità desiderata più della ricchezza, non accetto che si parli d'altro quando c'è una sparizione da convertire in continuazione, prima.
Ho i sensi accesi. La notizia mi ha trapassato. Passerà, ma intanto non scrivo per lenire quanto per fare male. Il fiore finisce sul tavolo autoptico, il bacio dell'amore codificato resta sul vetro dello specchio a evocare fantasmi.
Vorrei mandare dei fiori alla famiglia di Giulio, per Giulio, anche.
Ma a nome di chi? Di un fantasma che risponde al nome cancellato di mio padre? Sono io a non averlo cancellato. Gli altri, gli altri sono gli altri. La memoria di mio padre appartiene a me soltanto e non scrivo biglietti in sua vece. Dovrei scriverlo allora a mio nome? Ancora meno senso. Perché io sono ancora più spettro di papà. Sono l'ancora della nave che non è più nel porto della cittadina dove risiedo e dove respiro con impazienza. Non mando mai biglietti. I biglietti sono distanza, mentre invece i miei sensi accesi, non per giocare all'amore ma per fare male, sono presenza che si impone e non accetta code, liste d'attesa, idioti da piattaforma solidale.
Non so cosa significhi “ginnastica dolce”. Mi fa pensare a qualcosa che concerne il coito. Mi fa pensare a un selfie mentre si sta per venire e poi si mangia la pasta al forno dimenticando i morti.
Le persone di notte si baciano nelle auto, si eccitano, pregano Dio per i loro figli, per i loro affetti sani, per mantenere il timone dell'istinto di sopravvivenza. I soldi rendono allegri. Io questo lo so. Per questo da piccolo pisciavo nei lavandini, nelle case dei ricchi che detestavo. Ero stupido. Per certi versi ero più sincero di oggi.
Oggi, adulto, ferito, in lotta, ombra da specchio, lancetta da cucù venduto, non riesco nemmeno a inviare dei fiori alla squadra monca capitanata da uno che ha deciso di sparire e sparire male. Non per amore, ma per fare male.
Ginnastica dolce è forse morire senza che gli altri se ne accorgano.

©Luca De Pasquale 2016

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