30/11/16

Lunga prestazione senza piacere


Fallisco l'entrata in sette o otto fotografie.
In alcune si vedono solo i capelli, una mano, la mia ombra, oppure ho gli occhi chiusi e il rigonfiamento inerziale del pullover esibisce una pancia inesistente.
Fallisco l'entrata in un paio di stanze e non me ne accorgo neppure. Fallisco l'entrata negli occhi di qualcuno, occhi che alternavano scompostamente i neon “FOTTIMI” o “FOTTITI”. Non so, non ci vedo bene, sono ipermetrope.
Fallisco la spiegazione cui tenevo, e cioè che un uomo è libero -fino a prova contraria- anche nella prigionia della società e nel reticolato inestricabile di rapporti e convenzioni.
Mi sveglio presto, prestissimo, ma paradossalmente manco l'alba. Diserto l'ultima carezza della notte e la prima certezza del mattino.
Non salgo nella metro troppo affollata, decido di aspettare la corsa successiva, poi cambio idea e vado a piedi.
Mando a cosce all'aria una predica sul fumo e una sulla grandezza oculistica di Dio. Firmo la lista ufficiale delle pecore nere e poi dimentico di partecipare al convegno.
Dico a un amico che con il suo albero di Natale ci potrebbe costruire un regno di auguri veloci come messaggi e sterili come certi flirt in cui la pelle vera non si vede neanche a un millimetro di distanza.
C'è qualcuno da qualche parte che mi aspetta per farsi un selfie con me; ma io non sono stato convocato e dunque mancherò.
Mi piace mancare. Mi piace, cazzo. Mancanza è il nome della mia flotta più sontuosa.
Affronto la felicità di un uomo che dice di fare tante volte l'amore con la sua metà. La affronto senza muovere un muscolo, senza porre dubbi, e nei suoi occhi non vedo altro che una perversa meccanica, riempirsi e svuotarsi a scadenze regolari, in nome dell'amore. Amore in ceralacca, amore notarile, erezioni e accoglienze, mutui, bagnoschiuma, referendum, visite in chiesa con il telefono acceso, figli istruiti come killer capitalisti.
Leggere grazie al passaparola. Grazie alle presenze degli altri nelle foto. Leggere libri perché rilassano. Leggere perché si deve ridere di questa realtà così complicata. Un uomo così, quando ha finito il sesso, allora ha davvero finito. La fuoriuscita di sperma e promesse lo declina, lo esaurisce, lo ringalluzzisce per nuovi inizi. Tutti dannatamente uguali l'uno agli altri.

In giro, ci sono tonnellate di persone che hanno un grande bisogno di essere apprezzate e di fare parte di qualcosa. Questa consapevolezza mi sovrasta e mi rimpicciolisce. Non si può essere disumani e pretendere che se ne fottano allegramente. Mi verrebbe da dire “mostrami la tua vita, cercherò di farmela piacere”. Poi mi distraggo e dunque manco anche questa funzione. Vado vacante, come diceva un tizio che conoscevo un tempo e che forse ora sarà morto o felice. O entrambe.
Una volta, al liceo, in un tema scrissi che “la pretesa di essere amati vale meno di una sveltina”. Ce l'ho, con queste sveltine. Le menziono sempre. Le uso come paradosso. Le sveltine non chiedono verità, se non l'attimo e l'estensione animale di un battito spesso autodistruttivo. Devi rifiatare mezzo vestito, con la faccia allo specchio che sembra un brutto quadro dadaista, poi devi giocare con la cinta da riallacciare, con la musica, con i sensi di colpa e con la disperazione che in giro si fa piscina, oceano, pinacoteca, voto di rivolta e dunque scheda bianca nella pubblica utilità.
Esserci, sentirsi parte integrante (e funzionante) di qualcosa è talmente destabilizzante e vincolante da avermi lasciato addosso il vizio di conoscere tutte le scorciatoie, i belvedere più desolati, gli angoli sotto le finestre e le parti posteriori agli altarini lambiti per errore.

Una volta, sempre al liceo, una ragazza che non mi aveva mai calcolato prima di allora si complimentò vivacemente perché il professore mi aveva dato 10 al tema in classe. Io sapevo che quella ragazza elegante e dai modi vezzosi mi considerava una specie di scarabeo, un tipo assurdo con qualche problema, un introverso, un torvo uccello notturno spettinato. Non accettai il suo complimento. Non sorrisi. Avevo voglia di dirle solo “lecchiamoci la faccia a vicenda e poi andiamocene affanculo alla svelta”. Sveltine. Sveltine per non soffrire. Per continuare a svegliarsi da soli, senza la responsabilità assediante della felicità di altri. Sveltine per consumare le candele della notte, quelle conservate dai nostri previdenti e antiquati genitori. Sveltine per rendere corposi alibi di non amore, di distanza strutturata a ruscelli, a teoremi, usando il pallottoliere per tenere la conta dei piccoli lutti e delle occasioni crudeli che non finiscono negli occhi del destino.

Oggi la mattina è gelida. L'aria è satura del fumo inodore dei riscaldamenti accesi. La notte è stata un'amante mancata: io volevo dormirci sopra, anche sentendo freddo, ma lei mi ha chiesto di sputarle in faccia tutto il tempo. Mi ha chiesto una prestazione di insonnia e fantasia, trattandomi come una zoccola. Mi ha chiesto di tornare bambino, di tornare ingenuo, di affidarmi alla voglia di baci, di condivisioni, di fotografie, di viaggi, di saliva, di sciocchi bigliettini, di rivelazioni.
La notte mi ha umiliato, non apprezzando un'inutile, lunghissima sfiancante prestazione senza piacere.
Per ripicca, per doverosa ripicca, oggi mancherò a tutto.
Sono lontani i voti ai temi. Le sveltine sono postulati senza uditorio in camere svuotate. Lecchiamoci la faccia senza finire in foto.
Fottimi o fottiti, basta che fai presto.

©Luca De Pasquale 2016

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