16/11/16

La fontana sottomarina


Senza volerlo, mentre sono fermo per strada ad aspettare me stesso, i miei comodi e il mio motore, origlio l'animata conversazione di una coppia per strada.
A quanto pare, discutono del figlio che lei vuole e lui non si sa. Sembra di stare in una fiction di Rai Uno, di quelle domenicali. Non mi stupirei se arrivasse trafelato in bici Don Matteo o Beppe Fiorello travestito da Fausto Coppi, John Fitzgerald Kennedy o Meucci.
Il loro confronto, sostenuto e un po' isterico, mi mette addosso una malinconia inestinguibile, amarissima. Il loro prodigarsi così sinceramente verso un compromesso che non scontenti nessuno mi fa sentire l'ultimo maledetto e inutile pirata in circolazione.
Voi parlate di figli. Cazzo. Qui c'è un odore di foglie bruciate, di ultimi lembi di campagna, c'è odore di pane caldo del mattino e di dolore. Gli uomini sembrano tutti dei pupi in camicia e brillantina, gli animi sensibili ricordano delle mammolette senza palle e quelli duri e rozzi non meritano niente di più di un abbonamento televisivo alla loro squadra del cuore. Le donne che camminano oggi per queste strade mi danno l'idea di essere infelici. Infelici di brutto. Da quanto tempo la lingua di un uomo non comporta l'idea di passione ma, invece, di dovere e di obbligo alla carne? Quante preghiere già piegate recitano la sera?
In questa città abbiamo conservato il minimo coraggio di godere?

Mamma ci aiuterà a crescerlo”, dice lei.
Tua madre è proprio una bella persona. Le voglio bene”, fa lui.
Mi ha già detto che ci destinerà una cifra mensile”, lei sorride.
E allora... bè, grazie... cioé... con queste premesse io... allora...”
Che nausea. Che dannata nausea mi prende. Sarà colpa mia. Io ho la mentalità della sveltina. Questi dialoghi mi fanno sempre venire voglia di una sveltina. Di quelle che non sono piacere sessuale ma prenotazione dell'addio.
La capacità di creatività sul dolore delle persone mi fa sentire improprio, osceno. La troppa voglia di vivere e sopravvivere che sento in giro mi fa voltare, come in un sogno simbolico e cretino, verso una strada sterrata bianca e senza segnali. Tutta questa merda di galleggiamento non mi ricorda l'amore, e allora impazzisco.
Ti carezzerò i capelli, ti percorrerò le labbra con le dita, ti citerò dei versi già usati a Pasqua, a Natale, in un altro letto, alla periferia di un sesso che ora è vintage da obitorio. Tu mi ammazzerai con qualche richiesta così normale e sensata che io non respirerò più.
Pianificare un figlio, chiuderlo prima del tempo nella stanza dei suoceri. Potrei impazzire per molto meno. Il contributo delle famiglie unite. Potrei impazzire ora.

È una mattina di mezza campagna e mezza città in cui fattori, contadini e mezzadri che non lo sono affatto bruciano l'erba. L'odore di una verità provinciale, pulita e metodica che va ad affrontare tutti i miei demoni in libera uscita. Agli occhi -se esistono- di tanta voglia di vivere, le mie mosse valgono meno di una sveltina. Se aspettassi una donna in una stazione, l'aspetterei per non rimanere. Se salutassi prima di dormire, non penserei mai al mattino dopo.
Dopo le tempeste, gli uomini sono portati a credere che la verità è il momento, il momento che si supera da solo, demiurgo e carnefice di se stesso. Il momento passa e chi ne ferma uno è vecchio. Agonizza. Il tempo spinge a lucide forme di ammutinamento. Il tempo supera e irride l'amore al punto che le speranze si trasformano in meste pianificazioni.

Non volevo dirtelo, amore... ma mamma ha già comprato due tutine, una rosa e una azzurra... per buon augurio... poi una delle due si regala ai poveri...”
Lei parla, lui la bacia. Sto assistendo al concepimento di una continuazione, all'imbastitura di una prosecuzione dinastica. Non respiro bene, devo allontanarmi. Questa roba è peggio della ghigliottina.
L'odore di erba bruciata non riesce a coprire quello del mare. E questo è male. Mi guardo le scarpe mentre mi allontano. Aspettare nelle stazioni è un alibi che non si decide tra i ricordi e gli addii. Gli uomini come me hanno più dimore, quella diurna è tra le voci della gente, quella notturna è una fontana di lava in fondo a un mare, senza statue, senza scrigni, terrazza sottomarina sull'amore che perdo ogni volta che ci penso.

©Luca De Pasquale



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