11/11/16

In morte di Leonard Cohen


Vorrei poter dire tutto quello che c'è da dire in una sola parola. Odio tutte le cose che possono accadere tra l'inizio di una frase e la sua fine.
Leonard Cohen

Mi sveglio intontito, dopo una notte di freddo, di insonnia a strattoni. Fatico a prendere contatto con la realtà: forse perché mi interessa poco.
La prima notizia che il mondo mi regala tramite l'utilissimo e odiato pc è la morte di Leonard Cohen.
Resto davanti allo schermo per qualche minuto, senza movimenti, senza idee. Non riesco mai a ragionare social: se posterò qualche foto da qualche parte lo farò solo per nostalgia.
Non scriverò un excursus discografico su Leonard Cohen, non scomoderò vecchi ricordi per associarli alla sua musica e alla sua poesia. La morte di un artista non dovrebbe mai essere viagra per il proprio ego.

Forse non è un caso che in questa mattina la luce non si discosti molto dalla notizia ferale appena appresa. Una luce strana, a metà tra un bianco sporco e svogliato e un nero di contorno, lento, inesorabile avanzamento di temporali alla moviola. Una luce indolente, che mi infastidisce; sembra che in cielo non ci sia una sola certezza da andare a spacciare al mercato di se stessi e delle relazioni. Una luce gratuita e spietata che rende amore e sesso come giocattoli difettosi, salvadanai rotti, riserve di irrazionalità andate a farsi fottere.
È in questa luce irritante -che dimostra la colpevole distrazione di Dio- che un uomo può muoversi senza strategie, decidendo tout court di negare, negare ogni cosa e prendersi il materiale di risulta setacciandolo come oro.
In mattine come questa la speranza, l'enorme speranza che la gente si trascina dietro come un cane fedele e malato, è qualcosa da abbattere e non da accettare. Commuoversi per le grandi speranze è un atto oltraggioso. Cosa sono le speranze, se non la differenza tra sogni e fallimenti?
E chi se ne importa se il mio pavimento sarà il soffitto o il cielo di qualcuno?
Se i pedinamenti alle ombre saranno interpretate via via come coraggio, come originalità, come spirito di corpo con la propria vita?
No che non importa. Con questa luce si va contro, contro in modo deciso, semicieco, inerziale, necessario. Le grandi speranze che respirano stanche e contraddittorie per le strade sono come sagome per il cecchino. Si diventa spietati, si diventa ferro fuso, fogna di amori inconfessati, si diventa schizzo su un bel vestito da sera.
È morto Leonard Cohen. Non ascolterò la sua musica oggi. Non mi va di aspettare il caffè per fumare, accidenti, vaffanculo. Forse dovrei fumare anche quando dormo. Forse dovrei svegliarmi in un luogo palesemente ostile; non in questa molle fisarmonica che alterna movimenti assurdamente solenni e che fa vento, non distinguendo tra l'inutile e il bene, tra il gesto che resta e la smorfia sporca della fiera indifferenza. Detesto le mezze misure, più di quanto detesti aspettare il caffè la mattina per fumare.
Non scrivo saggi Bignami su Cohen, oggi. E pensare di fare poesia su una prosa fantasma è peggio che venire dopo due colpi al primo grande appuntamento. Oggi, la pazienza dell'esistenza condivisa fa male, è noia e sfugge; oggi le strade resteranno deserte e gli alberi di Natale in miniatura entreranno a stento negli occhi dei bambini. Di certo non nei miei.

©Luca De Pasquale

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