12/11/16

Geometrie dell'alba inquieta


Mi sveglia il temporale all'alba. Ma ero già sveglio, in effetti; perché sognavo.
Il mio orologio sostiene che sono le cinque e quaranta e fuori c'è una specie di pozzo bianco che sfida la forza di gravità e diventa cielo adatto per il tempo interiore.
Dormono tutti. Io no, il mio tempo interiore no. Il mio tempo interiore che mi sembra così importante, così dannatamente rilevante, e invece è un bluff, un hobby personale, un'estemporanea estensione di roba che mi è sconosciuta, a tempi fatti.
Cosa sarebbe, poi, il mio tempo interiore.
Le ipotesi sono molteplici:

  • piste d'aeroporto all'alba, rigorosamente chiuse;
  • amore restituito che è diventato calma e sentiero;
  • forme di dannazione privata con salvagente;
  • le auto che vanno in controsenso di primo mattino nella strada attigua alla mia;
  • la musica che mi aiuta a mandarmi a fare in culo quando pretendo cose;
  • i fantasmi che non sono mai tristi visite al cimitero ma assenze di costruzione;
  • l'aria fredda dell'alba che impatta contro il petto di un uomo -che sarei io- con una temperatura corporea più alta della media;
  • i bicchieri colorati che mi piacevano da bambino e che ho regalato negli anni, smembrandone lo spirito unitario di festa;
  • l'odio feroce e crudele per un passato che non ricordo, non ricordavo, non ricorderò;
  • i film che mi risucchiano nello schermo come un implorato Poltergeist;
  • le donne che mi hanno sorriso e che ho sperato di non conoscere;
  • le donne che non mi hanno sorriso e sono diventate interessanti solo per questo, perché un uomo è quasi sempre un idiota;
  • le paure concrete e gestibili che diventano guardiani della notte;
  • l'aver capito che un bacio non è niente, che gli abbracci spesso sono cancellati dagli spostamenti e che gli stessi spostamenti hanno le loro leggi di estinzione, in merito alla durata delle emozioni.

Quando qualcuno mi ha detto “sei bello dentro” mi è sempre scappato da ridere. Ma di che cazzo parli, cosa ne sai? Solo perché sono un riflessivo, una specie di custode dell'alba, e perché non sono un cesso esposto alle intemperie da un punto di vista meramente estetico?
Il tempo interiore di un uomo, di un qualsiasi uomo, è una religione che non prevede adepti: neanche il diretto interessato.
Non provo indulgenza e simpatia verso il mio tempo interiore. Lo vedo come una distesa di momenti collegati tra loro da impervie funivie, un panorama diseguale di capricci che vantano una nobiltà inesistente, capricci travestiti da necessità, da meritorie rivolte dell'anima. Ma io lo so che il giochino della nobiltà e forse la peggiore tra le farse che un uomo autodetermina.
La nobiltà d'animo non mi interessa. La parola “integerrimo” è una merda, l'ostentazione della coerenza è una forma di pazzia autoreferenziale.

Alle sei e mezza passa un'auto grigia, contromano. Sfreccia nella bruma del mattino piovoso, semina velocemente i miei occhi, il mio sguardo socchiuso. Sono solo un tipo dietro i vetri con la sigaretta. Un ex bambino che sogna la neve appena arriva il primo freddo. Il calore eccessivo del mio corpo mi salda ai posti dove vivo e mi esprimo. Mi rende parte della scena, ma quando faccio una carezza, quando rischio con l'affetto e la spontaneità mi chiedo sempre se si tratta veramente di me o di una controfigura.
Questo è l'effetto di svegliarsi troppo presto, quando tutto -proprio tutto- va contromano, fari accesi e guidatori nascosti dai vetri appannati.
Questo è un effetto secondario di quella religione deserta che si chiama osservare, nelle sale d'attesa, nelle stazioni, sui moli affollati dell'estate, nell'ultimo tavolo a sinistra del ristorante rustico, sulle terrazze delle feste con candele e vino, nascosto dietro la preparata bellezza di una donna mai vista o da quattro gatti esaltati, impegnati in battute non proprio trascendentali.
Osservo, riporto impressioni a me stesso, le scrivo, me ne stacco, ci vomito sopra, le riprendo, le uccido, le dimentico. Poi ricomincio con ritmi diversi.

Alle otto sono definitivamente sveglio, abbarbicato alla mia postazione classica da dove osservo e combatto. Ho preso il sapore delle mie sigarette, combatterò con ombre che io stesso ho alimentato per vezzo, perderò tempo con gli addii. Inevitabilmente. Mi inventerò draghi da decapitare e principesse da non guardare mai veramente negli occhi. Ballerò in posti che non mi potranno mai riconoscere, perché quelli me sono sempre ospiti e mai residenti. Mi ostinerò, anche oggi, anche domani, a ripetermi a voce calda che non ho capito e che capire non conviene. Capire elimina troppi punti strategici di osservazione e di educata consunzione. Poi si smette di sognare la neve e si comincia a far schifo sul serio. Non si rischia più niente, si diventa dei ragionieri, dei consolatori delle proprie voglie e inclinazioni. Si inizia a morire ad alta velocità, con lo stesso effetto di quei treni moderni che inghiottono il panorama privandoci dell'opportuna lungaggine legata al nuovo.
Alle otto e mezza tutte le auto percorrono la strada nella giusta direzione. Che noia.

©Luca De Pasquale


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