23/11/16

A sud di me stesso


Che sudati è meglio
e il morso è più maturo
e la fame è più fame
e la morte è più morte
sale e perle sulla fronte
languida sete avara
bellezza che succhi la volontà
dal cielo della bocca
Vinicio Capossela “Camera a sud”

Mi telefona un tizio per un'offerta sulla fibra ottica. Lo lascio parlare, fuori è praticamente già notte. Parla di tariffe convenienti, di una card che si ricarica in automatico, di punti fedeltà e di partite gratis per sei mesi.
Gli dico garbatamente che non sono il “conduttore” della casa. Fuori è praticamente già notte. E questo incide molto, moltissimo, sui miei comportamenti. Sono meno imprevedibile, sono calmo. Posato e impenetrabile.
E quindi io con chi è che potrei poi parlare?”
Non lo so, io non sono il conduttore, come le ho appena detto”
Ah, e... quindi, ecco, allora...”
Grazie di avermi spiegato doviziosamente la vostra offerta”
Fuori è praticamente notte.
Va bene... se vuole io posso richiamare quando l'altra persona, sarebbe...”
Buon lavoro e arrivederci”

A quest'ora non si può far altro che giocare di rimessa. Giocare sui margini, ballare sugli spuntoni di roccia, bastare a se stessi. Bastarsi. Essere statue emotive. Statue plasmate da uno sconosciuto creatore, statue che cedono dolcemente alla notte. A quest'ora respirare è come bere tutto, anche quello che manca. Esco sul terrazzo, che non ho spazzato come dovevo, e mi arriva l'odore di legna bruciata, di erba, di caldo umido travestito da tenebre, così come la puzza di brace casalinga di quello che vive e non muore sotto di me. È un dato: chi vive non muore. Non ancora.
Ho sentito quello che vive sotto scaldarsi al telefono sul tema del referendum. E pensare che avevo spento anche il televisore perché assediato da questo tema che non mi appassiona per niente. Mi stupisco di come le persone amino associare la loro faccia a slogan banali come “IO DICO NO!” oppure “IO SONO PER IL SÌ”. Stanno ore a fare fotomontaggi, a costruire avatar.
Il pensiero che faccio è sempre lo stesso: e chi se ne sbatte?
Non mi scaldano questi toni patetici, volgari, convulsi, queste rivendicazioni esagitate. Le voci alterate di Grillo e Renzi mi danno il voltastomaco. Questa campagna referendaria a base di schizzi di merda è troppo anche quando si sceglie un approccio distratto, distante.
Ma è chiaro che sbaglio io. Chiaro e pacifico, ma mi sta bene. Sono più attento alle luci che a queste chiacchiere. Conta più la luce fuori e anche quella dentro, conta la sintesi tra le diverse luci, il risultato che non assume mai l'assodata definizione di un colore accettato. Il proprio colore, lanciarlo nell'etere senza mutande, è un errore a prescindere. Sarà riservatezza, timidezza, sociopatia. Non è importante. I colori devono essere vestiti di altro, che siano brividi, paure, canzoni, abbracci nei disegni. I colori non possono chiedere credito per il mondo con le mutande abbassate.

Dopo cena, metto su la filodiffusione. Esiste ancora. Basta cercarla. Esiste e non è niente male. Capito su “Camera a sud” di Vinicio Capossela, la cosa mi deraglia per qualche secondo, è un pezzo che mi ricorda momenti che non ho conservato e forse neanche vissuto. I primi dischi di Capossela mi riportano sempre a sud di me stesso, io che già sono più a sud del sud che mi hanno assegnato.
Poi rido. Come un coglione. Cosa c'è più a sud del mio deserto? Il parco giochi dei miei sogni, probabile. Organizzato da una vecchia matrona, ex tenutaria di bordello, annoiata puttana alle prese con la svogliata anarchia di fantasticherie al confino. Una burrosa e felliniana Gradisca che a una certa ora fa l'appello con voce strascicata, ed è allora che i miei sogni tornano in collegio, in fila indiana, mortificati nel sesso, nella grandeur letteraria di uno stoicismo impossibile, sogni che non riescono neanche a baciarsi in bocca e quindi saldarsi.
Sogni che non ho mai venduto e non ho proposto ai vari mercatini delle pulci. E questo, sia chiaro, non mi fa onore. Perché i sogni senza prezzo, diciamolo una volta per tutte, vivono di un equivoco indegno e ormai ridicolo: l'intoccabilità di un individuo di fronte ai percorsi agognati.

Chissà quando, penso da bambino, ho imparato a studiare più la luce fuori, quella che filtra dalle tapparelle, dai vetri sporchi, dalle assenze, a scapito di quel villaggio sempre aperto al pubblico che è la comunicazione fintamente trasognata delle proprie azioni. Chissà quando. Ma non si torna indietro. Non si torna mai indietro. In molti, per questo, fanno fotografie per fronteggiare questa malinconia fisiologica e dolorosa. Io non faccio foto. Io scrivo su piccoli costoni di roccia, rigorosamente di notte, poggiandomi sulle dannazioni che ho collezionato. Perché io la nostalgia non la so gestire: diventa subito maledizione, sedimento, feritoia sul buio, albero d'insonnia e purtroppo gesto ferito.
Vorrei non ricordare. Desiderare poco e male. Fidarmi delle smanie collettive. Darmi liturgie e dogmatismi tascabili. Ma non riesco. Esco sempre fuori dai disegni, dai quadri, dai margini. Cerco spazi. Scopro puntualmente che sono a sud del mio sguardo, in un nuovo deserto dove mica lo so, se la filodiffusione la troverei.
Intanto, questa filodiffusione di stasera continua. Questa è alla mia portata: Bruno Martino, Avion Travel, Paolo Fresu, La Crus. Amo tutti. Ma è ovvio, dietro la curva del cuore sono tagliato in due: e non riesco a capire quale delle due parti mi porterà ancora più a sud, dove la luce esterna potrà decidere per me che parole usare quando sarò interrogato.

©Luca De Pasquale 2016



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