07/10/16

Vanità alla rovescia


Mon coeur est grand comme un aéroport
un grand coeur de putain de crocmort
le soufle court, merde
pret a pleurer
j ai un chagrin plus fort qu une armée”
Jean-Louis Murat – Le train bleu

Per anni ho giudicato i sogni delle persone semplici delle insopportabili lungaggini, cose da paese dei balocchi, banali estensioni di disgustose trasmissioni televisive, abbronzante su pelli già marroni e abbrustolite.
E già.
Perché io mi reputavo complicato, sovrastrutturato fino al parossismo, diverso e difficile, tormentato e estremo per mantenere un filo di bellezza. Mi sentivo una luce nera in giro per il mondo, un pozzo di parole, la rimessa della luna, posto unico e solitario dove parcheggiarmi quando non mi sopportavo.
E mi sentivo condannato. Bendato dai sogni, intaccato dalla realtà: perdente e disperato come i miei eroi migliori.
Oggi è diverso.
Non ho percorso la new age, quale che sia. Detesto tutto quello che profuma di nuovo corso pulito, ripulente, detesto gli interventi visionari sul dolore che ha trovato il suo colore deciso.
Me li tengo i miei dolori. Me li tengo stretti. Eccome. Ci dipingo, come fossero delle tele. Sì, lo sono. Sono le mie scenografie. Esco dai dischi di David Sylvian. Da quelli, i più esistenzialisti, di John Martyn.
Certi momenti in cui non mi appartengo affatto somigliano all'inizio di “Weathered wall” di David Sylvian. In quei momenti, io suono così.
Ma non per questo i miei sogni sono nobili, o lo è la mia anima. Rivendico tutta la sporcizia che riesco a contenere e che a sua volta mi contiene, mi trattiene, mi declina.
I miei angeli sono di polvere. Sono scrigni dimenticati in un solaio.
Le mie voglie sono tragicamente umane; come le mie miserie spirituali, le mie ipocrisie di passaggio, la mia eccitabilità sessuale, la mia sordida vanità alla rovescia. I miei tentativi di eternità sono velleitari, incompleti, grotteschi.
Le mie città sommerse, i miei sogni corrotti di stelle, spesso non prevedono l'amore. Sono regni confusi dove mi muovo finché ho il respiro. Finché riesco a possedere la follia di sognare. I miei regni sono ossa di marinaio, sono foto scure di fronte al mare, in quelle foto maledette l'amore non lo puoi vedere.
Sono incompleto, viandante, debole quando la vita chiede pazienza, forte solo in presenza di pericoli. Sono alla rovescia. Come la mia vanità, che nei precipizi si esalta, si agghinda come un'amante per la lunga notte delle mani, del freddo che non senti, del sempre che urla per qualche ora tra due corpi saldati.
Non rispondo ai miei disegni morali, alle mie chiamate d'emergenza, non rispondo ai pianti delle madri che mi cercano, sono intermittente con i fantasmi che ami. Il mio modo di essere cittadino del mondo è una continua ricerca di vento e di tempeste, ecco perché non mi piaccio.
La mia mancanza di quiete è ridicola. Ma mettetemi sotto il naso l'immagine di un vecchio che annaffia le sue piante sul balcone, di un bambino che piange per un'assenza, e allora io morirò velocemente come uno stupido. Ricordatemi la delusione sui volti degli innamorati traditi, il viaggio doloroso dei senza patria, ricordatemi i fallimenti dei sognatori e io morirò senza una parola, proteso come un vecchio portiere di calcio verso la difesa di qualcosa che si è già perso.
Entro nei bar con il bavero alzato, scrivo di qualcosa che mi somiglia da un sottosuolo confortevole, i miei sorrisi sono diseguali, imprevedibili, rari, rari come quella sensazione di completezza che non cerco più.
I miei sogni notturni -perché io non dormo, sogno solamente- sono simbolici, sono soldati di altre fazioni, sono porzioni di altre vite, sono interrogatori di polizia con la luce di una lampada in faccia. I miei sogni non sono migliori di quelli degli altri. Non sono sogni eleganti e letterari, sono sogni, sono polvere che non si posa.
Scrivo anche per fronteggiare questo continuo maremoto, questa assurda fretta di consumazioni e di appuntamenti rimandabili, l'agenda del fuggitivo, il vizio del rimanente.
Il tempo della superbia è finito. Ora si gioca di rimessa. E di notte. Come un guardiano di cantiere, come una guardia giurata dal cuore complesso, convinta per stupidità di possedere il fiuto della caccia e della strenua difesa.
Sono un commesso viaggiatore che non si accorge neanche più delle diverse insegne degli alberghi, che accetta lenzuola consumate se la luce è tollerabile, che mangia in silenzio chiedendo scusa a un vicino di tavolo immaginario.
Ho paura della vecchiaia. In genere, e della mia. Non ho paura delle rughe interne, in cui sguazzo come un cretino, ma dei segnali di cedimento esteriori, nel ritmo delle voglie e dei cicli, nel minutaggio delle dannazioni, ho paura dell'ultimo specchio in fondo alla camera dove non entro mai.

Si vive meglio, quando si smette di guardare nei risvolti dei sogni altrui, quando li si giudica con quella severità impostata e fasulla dettata dal terrore di rimanerne coinvolti.
Nessun nuovo ciclo, per carità. Consapevolezza. Vulnerabilità. Controllate forme di utile disperazione.
Forse, umanità. Un'umanità che mi consumerà ancora più velocemente, questo è acclarato. Sono i rischi del mestiere, sono le conseguenze di una propensione, oggi scolorita, alla vanità rovesciata.
Non è più tempo di chiedersi quanto si incide nei sogni della gente; è ora di chiedersi se si vale abbastanza per guardare negli occhi quei sogni.
Essere uomini senza applausi. Tutto qui.

©Luca De Pasquale 



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