15/10/16

Tornare


In alcune foto mi sembra di avere poco meno di trenta anni. In altre, più di sessanta.
Dipende dai miei occhi, perché la materia è una sola e quella è. Dipende dalla luce dentro, se è accesa in qualche modo, come un modem. Se sono adibito a connettermi o no.
In tutti i casi, ci sono momenti in cui riesco a scomparirmi addosso: come quando leggo, quando mi interesso a qualcuno o qualcosa, quando faccio ordine nel delirio del futuro.
In quei momenti non ho un'immagine, non devo andarmi a genio o schifarmi, non devo sedurmi o sedurre, non devo neanche battere in ritirata.

Spesso, quando devo parlare con le persone, sono percorso da fantasmi, che decidono più di me i miei reali movimenti; valgono come brividi con le candele in mano, come maggiordomi dei miei sbagli, come angeli rincoglioniti incapaci di confessarmi.
Parlando con gli altri, cerco di non fermarmi alla fissazione della pace, alla mania dell'acqua ferma e gentile. Confrontarsi è sempre febbre, e non sempre si guarisce con una sola aspirina.
Delle persone catturo la disperazione trattenuta, l'educazione all'annegamento nella saggezza che subisce la vita, delle persone mi inquieta l'evidente mancata liberazione dei sensi e dei reali desideri. La sabbia negli ingranaggi regala gli sguardi più profondi. Su questo non ho alcun dubbio.
Io sono trattenuto. La mia educazione mi fa orrore, in fugaci attimi di onestà non compiaciuta. La mia educazione, come quella altrui, impedisce a parti rilevanti di trovare adeguata espressione.
Come tanti, faccio il domatore di impulsi e poi mi escono le rughe. Quelle maledette rughe che poi vengono festeggiate ai compleanni.
Ripenso a quando, ragazzo complicato, pensavo che il piacere servisse a scacciare i mali, i fantasmi, i maggiordomi. Un mezzo orgasmo per ogni demone da fottere e rimandare a casa a fare la calza.

Quando ho voluto guardare qualcuno che amavo mentre dormiva, mi sono sempre sentito impotente. Mi sfuggirai, consideravo cupo nell'allungare una mano per una carezza ritrosa; e io sfuggirò a te, il nostro piacere non è una scatola da chiudere, non un regno, non una promessa eterna. Non puoi dominare una creatura e nemmeno il suo destino: quasi sempre ci si sfugge.
Fa male.
Non ho dimenticato quanto quel dubbio sul restare mi rodesse anche tanto tempo fa, al punto che quando mi attaccavo a qualcuno speravo solo che mi tradisse e mi deludesse in qualche modo. Aspettavo l'errore dell'altro e intanto sbagliavo io, per inerzia, per pigrizia emozionale, per quel sentimento di vendetta che al catechismo ti spiegano essere la tosse del diavolo.
Nell'aspettare che qualcuno ti faccia male, incida e lasci traccia definitiva, l'uomo che pensa troppo -ed è quindi stupido- finisce con lo spazientirsi e muoversi per primo. Sguazzare in quella palude scura dove incauti nuotatori tendono a scontrarsi senza chiedere mai scusa.
Perché un uomo che pensa ed è stupido aspetta di essere tradito, quasi lo implora?
Semplice. Per poter costruire meglio e prima una serie di scorciatoie al mare aperto, quella zona dove non devi preoccuparti di difendere il tuo fortino.
Per dirsi, nelle giornate difficili, “te lo avevo detto”.
Per poter equivocare la propria libertà, associandola alla disillusione, all'espatrio affettivo.
E perché, invece, conquistare quando non se ne ha voglia e intenzione?
Per dare al proprio orgoglio senza testa dei nomi, degli indirizzi, delle date di estinzione.
Per cancellarsi in vita da una lista d'attesa troppo lunga. Quelle di chi attende il rimborso, la rivalsa, il ritorno, la curva della giovinezza a marcia indietro, il sapore dei baci che verranno scambiati per avventi, per regali, per nuove case.

Ma questi sono solo pensieri e sponde da tragitto notturno. In taxi, rimpiangendo il freddo che mi avrebbe permesso di tenere una sciarpa sulla bocca, impedendomi di riconoscere il gioco ritmico del mio respiro, l'odore della mia stanchezza, la coda lunga e sognante degli eventi che sbiadiscono.
È una grande e giusta solitudine, tornare a se stessi grazie a un taxi, tutti presi dai calcoli di rischi nascosti, decisi a vendere cara la pelle anche dopo gli abbracci.

©Luca De Pasquale

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