16/10/16

Occhi di febbre


Chi sogna chi? Io so che ti sogno, ma non so se tu mi stai sognando.
Jorge Luis Borges

Mi siedo al tavolino. É una mattina di vento sabbioso, di persone con i giubbotti sotto il braccio, attraversata come un incubo leggero dal suono dei messaggi whatsapp, quel suono ottuso e idiota che detesto.
Ho con me “Il Corriere Della Sera”, il giornale che preferiva mio padre. Credo non abbia vissuto un solo giorno della sua vita senza comprarlo. Io, come al solito, lo leggerò -se va bene- fra tre o quattro giorni.
Oltretutto, sono senza occhiali come al solito. In attesa di fare la mia ordinazione solitaria, mi guardo intorno.
Sul muro di fronte qualcuno ha scritto con spray rosso “SEI SPERANZA SEI UNICITÁ SEI BELLEZZA”; magari la scritta ha già qualche anno e io non me ne sono mai accorto.
Di quante cose non mi accorgo, io e i miei maledetti microscopi?
E poi, chi ha scritto quella roba avrà coronato il suo sogno d'amore? Non me ne frega niente. Davvero niente. Fatti loro. Fatti privati di vite che non incrocerò mai. Fatti che sono lo scarto di selezioni già bruciate.

Poi, mentre liquido il ragazzo con la mia richiesta secca, mi telefona Occhi Di Febbre.
Occhi Di Febbre, quella che mi ha mentito sia sulla storia dell'amore che del non amore. E anche del disamore. Mi ha mentito su tutto, pur di innamorarsi per l'ennesima volta di se stessa.
La chiamo Occhi Di Febbre perché i suoi occhi al buio erano la mia febbre e non guarivo mai. Volevo sfasciarmi in quegli occhi, annegare ma senza quelle dannate poesie di Hikmet e Salinas a ballarci attorno, volevo stamparli per un addio scenografico e allo stesso tempo li odiavo.
Occhi Di Febbre vuole sostanzialmente sapere se sono ancora vivo e cosa faccio. Non ho voglia di parlarle, non ho voglia di darle mie notizie, eppure rispondo. Della sua vita attuale non me ne frega assolutamente niente; me ne frega ancor meno di quella scritta sul muro.
Mentre ascolto la sua voce squillante informarsi su di me penso che certe persone perdono l'attimo e diventano solo ricordo. Ricordo permanente, certo, ma svuotato; un ricordo doloroso che si innesca solo di notte o nelle giornate difficili, privato del futuro per definizione, un organismo di bellezza che non invecchia ma è incapace di sincronizzarsi con la nuova realtà.

Arriva il mio caffè, ho fumato due sigarette mentre parlavo con lei, mi sembra di non aver detto niente di rilevante, mi sembra di non aver dato coordinate, fatto rivelazioni. Sono stato in silenzio quasi per tutta la telefonata. E chissà se l'ho davvero ricevuta o se è solo la mia fantasia, gli effetti del vento.
Di Occhi Di Febbre ricordo pochissimo, più che altro i tragitti notturni che mi riportavano a casa dopo i nostri tormentati incontri con metastasi sentimentali estesissime, inesorabili. Quando capii che ci saremmo lasciati a breve, le regalai una copia di “Un sabato italiano” di Sergio Caputo, uno dei dischi più importanti del mio banale e violento curriculum affettivo.
Tutte le volte che tornavo a casa di notte, a volte a piedi e altre in taxi, canticchiavo “Spicchio di luna” fumando senza passione, senza avvertire neanche il sapore del tabacco.
Andavo a casa sua per sentirla mentire: quello volevo, quello mi aspettavo, quello mi toccava. Il suo primo “ti amo” fu un gioco crudele, il suo “non ti ho mai amato” un disinganno studiato allo specchio, il commiato “peccato, perché per noi speravo...” una farsa con tanto di comprimari, sedie giocattolo e troppo rossetto scuro.
Napoli era bellissima di notte, in quegli anni. Le belle scenografie rendono le bugie e gli amori infelici una questione teatrale, destinica e inquietante. La Napoli dark lady di quelle notti primaverili mi è rimasta talmente dentro, insieme alle spie luminose degli elettrodomestici spenti a casa sua, da non essere stato in grado di rimuovere Occhi Di Febbre completamente. Ma, del resto, come si fa a rimuovere le cicatrici?
E poi, per essere onesti, io sono talmente idiota da amarle le mie cicatrici, anche se non ci passo con il rasoio, con la spugna, con le labbra di altre passioni da inventare appositamente.
Le mie cicatrici sono come i punti al supermercato, sono un vero stronzo in questo. Non so cosa si vince. Anche qui, non me ne fotte niente.
Qualche saggio a forma di sfiatatoio umano mi potrebbe dire che le bugie di Occhi Di Febbre hanno poi portato alla luce altre verità. Più degne.
Può essere. Trovo che le cicatrici siano sempre degne, anche se generate da lame infide, nascoste in movenze quiete e feline di sensuale ipocrisia.
Com'era bella Napoli in quelle notti in cui mi sentivo talmente giovane e forte da doverla pagare per definizione; al punto da non essere riuscito a rimuovere le bugie dalla luce della notte, fino a usare quei vecchi occhi bugiardi per definire il tempo che resta, quando ho voglia di matematica irrazionale.
E chissà che fine ha fatto quel coglione che tornava a casa fischiettando Sergio Caputo in preda ad amnesie con il silenziatore.
Pago il caffè, torno a casa.
Riguardo quella scritta: “SEI SPERANZA SEI UNICITÁ SEI BELLEZZA”.
No. Proprio no.

©Luca De Pasquale



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