10/10/16

Nato a Napoli nel 1972


Parlo e scrivo poco della mia città. Scriverne, prenderla in esame, esaltarla, criticarla, è sempre un cammino costellato di trappole, di stereotipi (anche se rinnovati ad arte), un giocare con una materia troppo complessa e contraddittoria.
Per paradosso, poi, io non sarei un caso fulgido di narratore all'uopo, a causa del fatto che non tifo per il Napoli Calcio, che la mia fede è incrollabilmente viola.
Primo: al cuore non si comanda.
Secondo: sono napoletano prima che un tifoso. Sono napoletano con pari diritti di tutti i maniaci del Napoli prima e dopo Diego Armando.
Non baratterei le mie origini per niente al mondo, e se pure il mio cuore a volte può essere quello di un lupo nordico e solitario, Napoli è sempre lì, con la sua bellezza intollerabile, una bellezza cui sono purtroppo abituato negli occhi, ma che è pur sempre il virus che mi porto dentro.
Non sono uno che solca il mare di Napoli, che vuole godere il suo sole, i suoi monumenti, la sua meravigliosa ironia, la sua geniale irriverenza. Non voglio godere solo di questo. Mi considero un figlio non rinnegato, per niente, un figlio che ha scelto i cunicoli sotto il mare, la lava che tutto trascina sotto le strade che percorriamo, sotto il mito che crediamo di poter modernizzare con qualche slogan e quattro libri a metà strada tra oleografia smarcata e retorica ammutinante.
Sono innamorato della mia città. Innamorato perso, e per questo qualche volta confuso, disorientato, parzialmente in fuga. Come molti associo il mio destino a questo reame caotico, e dunque -quando l'acqua è torbida e i marinai muoiono di troppe speranze- finisco col doverne prenderne le distanze, con il comportarmi da stronzo, da ingrato. Non faccio altro che preferire il mio (eventuale) destino allo sfondo che mi è stato regalato, peccato di superbia, piccolezza di uomo qualsiasi, impotenza del singolo.
Ma è vero ed è atroce quanto io ami questi luoghi, quanto la loro magia multiforme mi costringa alla ritirata e a una simulata indifferenza, quanto poi
il suo nome, la sua storia e la sua essenza mi connotino dentro, marchiato per sempre senza un dubbio che sia uno.
Partirei domani per la Finlandia, e magari non tornerei mai più. Ma anche questa, ed ecco che torno l'amante indecente quale sono, è una forma precisa d'amore.
La mia Napoli è roba di dentro, è il sottosuolo dostoevskiano regolato sul mio minuto cabotaggio, la mia Napoli è il sorriso che elargisco quando non sono consapevole della mia immagine.
Una giornata di pioggia tra i vicoli di Corso Vittorio Emanuele, un tramonto a via Partenope, un nubifragio guardato a pochi passi dal porto, i tram verdi che percorrevano la Riviera Di Chiaia quando ero bambino, le figurine di Luciano “Giaguaro” Castellini e Antonio Iuliano che mi portava mio padre, i primi dischi di Pino Daniele, tutto questo per me non ha prezzo, non ha valore di scambio, non è merce emotiva e interiore che si deteriori.
No, è destino.

Forse non sarò degno di parlare di Napoli per via della mia fede calcistica e della mia maniacale perversione per le assenze, ma non c'è davvero niente che possa impedirmi -intimamente e a testa alta- di sentirmi a tutti gli effetti una creatura generata da questo ventre indescrivibile, infernale e sublime. La mia città è con me quando scrivo, quando guardo, quando cammino e cerco di compiermi, e quanto è difficile accettare che sì, il mio ruolo è quello di contrabbandiere di parole, controfigura di stelle nere, memoria silenziosa di una bellezza che non posso padroneggiare in alcun modo.
Maledico questa terra per l'ebbrezza abissale che dona a tutti i suoi figli, per quel finto fatalismo che è in realtà coraggio che trova la forza di ridere. Maledico questa terra per l'overdose di amore che ci nasconde dentro, negli abiti leggeri della primavera, nel motto di spirito sfrontato e dolente, nella partita a scacchi con la morte, ben lontana dalla metafora bergmaniana. Partita reale, sanguigna, partita di tentativi e bluff, tra cibo e sangue, amore pazzo agghindato da rancore pur di non tradirsi. La partita con la morte Napoli la gioca sempre in casa, e vince. Non è vero che “vedi Napoli e poi muori”; è piuttosto vero che la morte si stanca di essere tale in questa città, soccombe, il suo cinismo ottuso comunque filia altra vita.
A Napoli si muore. Troppo spesso si muore dimenticati in partenza. Anche io morirò, prima o poi, e che si sappia che ero napoletano.
Mi basterà essere una pioggia tra i vicoli del Corso Vittorio Emanuele, in onore dei miei genitori, mentre qualcuno imparerà ad amarsi nonostante tutto.
Non toccatemela, Napoli. Forse è l'emozione più personale che il mio sorriso da guappo fallito nasconde.

©Luca De Pasquale 2016





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