13/10/16

La lunga notte


Le ore della notte scorrono lente, dense, ossidate alle luci artificiali, inevitabili come la ruggine. Colme di trappole, tagliate da scorciatoie di pensiero e fiumi di ipotesi, capita che ti chiedano di non essere sperperate, e dunque di non dormire.
E allora leggi un libro finché non ne puoi più della visione di un altro; e poi accendi il televisore su un’improbabile televendita, passando per pezzi di carne che si carezzano, per noiosi professori di matematica, per scosciate affabulatrici che ti invitano a giocare alla roulette on line come se ti stessero proponendo una lap dance.
Ti alzi, sorseggi il caffè del pomeriggio precedente. Sa di sciroppo scaduto, fa schifo. Ci fumi su, appoggiato ai vetri della finestra più vicina al tuo sonno mancato. Cerchi della musica, musica che non ti ricordi quanto e perché non dormi.
La sensazione è che qualcuno ti suoni, come se tu fossi uno strumento. Tu non puoi farci niente, puoi solo prestarti, metterti a disposizione dell’artista senza volto. Applaudiranno lui, semmai, mica te.
Le ore della notte gestite così, a palude non bonificata, ti costringono a rielaborare chili e chili di roba estinta. Ti imponi di non farti guidare in questo vizio scellerato, ma perdi.
Ormai amo la mia insonnia come potrei amare una donna, senza riserve, prendendo le carezze, i tradimenti, la metodicità degli agguati, le sorprese della strana complicità.
Ho imparato a distinguere i rumori di chi mi vive attorno, conosco le turpi ossessioni, le stralunate fissazioni dei miei vicini e dirimpettai; so che l’avvocato Matera soffre di insonnia fino alle due e cinquanta del mattino, poi spegne la luce. So che la giovane coppia a fianco fa sesso dopo che il bambino sì addormentato, intorno alle 23e15; so che la donna nella scala D, quella al terzo piano con il marito che fuma sempre, è infelice e guarda l’orizzonte prima di dormire. Così come so che io sarò brutto e sciupato il mattino seguente, con un pallore quasi britannico e l’aria di chi le ha prese.
Nelle notti degli ultimi anni ho imparato a tenere in ordine i posti dove vivo: ho diviso le forchette da frutta da quelle più lunghe, ho riposto nello sgabuzzino le tazzine che piacevano a mio padre, perché da quando non c’è più il caffè lì dentro è solo veleno da gastrite. Ho imparato anche a non rimpiangere le donne che desideravo solo perché le volevo ed estendevo la sensazione alla vita intera. Ho letto tutte le buste paga di mio padre dal 1967 al 1978, concludendo che erano scritte molto male. Le voci erano ambigue: lui non ha mai protestato.
Nello sgabuzzino ci sono anche delle valigie da emigrante, stile anni settanta, che ho aperto nelle notti degli ultimi mesi. Dentro ho trovato i miei vestiti da bambino, il grembiule della prima elementare e un album di vecchie foto che ho scaraventato altrove.
Ho trovato delle cartoline di Torino, gli stabilimenti di Mirafiori. Due anni fa ho stracciato le lettere della mia terza fidanzata in ordine cronologico; erano così piene di “ti amerò per sempre” che mi è venuta la nausea. In una busta nera e grigia ho trovato i ritagli delle recensioni al mio primo libro; ingialliti, custoditi con poca cura e nessuna forma di orgoglio. Speravo di ritrovare la mia collezione di bottiglie mignon di liquore, non per berle, ma poi ho ricordato di averle regalate, proprio perché temevo di inciuccarmi di notte.
Di notte, nello specchio del bagno, vedo un uomo che non si è fermato alle prime impressioni. Alle prime rassicurazioni. Nello specchio vedo uno con una faccia comune e lo sguardo sfuggente di chi non è mai contento della prima discesa.
Le ore della notte, taglienti come il vento delle strade deserte, pretendono che non ci sia mai e solo una prima discesa; esigono revisioni, ricerca di differenze, progetto continuo di spostamenti. Mi suggeriscono i libri da leggere, i film da riesumare, i tagli da operare, le dolorose cesure che di giorno sembrano così spietate e immotivate. E mi dicono, anche, che nessuno di noi dovrebbe mai giustificarsi di qualcosa, soprattutto di come si è e come si sente. Di come si avverte il tempo che passa a livello di ossa, di amnesie del cuore, di frane catastrofiche su vecchie voglie esaudite e rinnegate, di volti da cancellare e riscrivere con l’educato rancore che il presente rende stile.
Sono innamorato di quest’insonnia che mi fa crescere e inabissare, tutta vestita di nebbia e di blu, sporca di incoerenze maniacali, non immune dalla beffa dell’autocoscienza, megalomane quando può grazie alla narrazione dei passi indietro e dei mostri, disperata quando diventa –sia pure per poco- ansia, respiro corto e smottamento interno.
Un uomo sveglio di notte è un maremoto. Vive di naufragi e allo stesso tempo cura il faro che tutto dovrebbe salvare e illuminare, ma che è solo una statua di speranze erosa dalla salsedine, dai baci dei sognatori, dalle parole meglio riuscite.
Di notte, quando l’impazienza del domani ti uccide il sonno, si perde di brutto. Accetti il tuo naso, la tua bocca, il tuo respiro caldo e caramellato di tormenti, accetti persino le euforie corrotte di quel che verrà. Sai di non essere nessuno se non un testimone, un girasole a polarità invertite, un raffreddore di Dio, sei il toro matato su un palco spoglio costruito sui fili della notte. Quel plancton di stelle dove appendere ad asciugare i propri sogni senza piangere e senza invocare la madre più vicina.


©Luca De Pasquale 2016

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