27/10/16

Il giovane agguato


Finisco nel quartiere universitario. E mi rendo conto di alcune cose. La prima è che non ho più quell’età. L’età degli studenti. La mia è una considerazione da vecchio, da nostalgico. Disprezzo tanto la mia malinconia latente che questo atteggiamento da reduce.
Nel fast food, sono di certo il più vecchio. Mangio il mio panino con cotoletta e mi sento gli anni addosso come un’influenza stagionale. Starnutisco nostalgia, la mia tosse proviene da altre ere, che non saranno certo nobilitate dal mio scriverci intorno.
Sempre la stessa solfa: malinconia e nostalgia mi mettono alle strette, sono veri e propri processi privati con troppi giudici e un uditorio insopportabile: tutti i miei alias in prima fila, a succhiare caramelle e a dannarsi.
Ho troppe cose da fare per perdermi in questa robaccia. Eppure, non riesco a non guardare i vestiti dei ragazzi in giro, non riesco a non notare lo scarto infame tra la loro energia eccessiva e vitale e il mio gioco di rimessa in punta d’ombra, con le luci del mio santuario accese per diventare futuro ricordo.
Cosa vado cercando? Cosa vorrei?
Uno aspetta tutta la vita, davvero tutta la vita, quella sensazione, quel brivido che ti dice: “non hai più niente da perdere sul serio” e poi si finisce nella giungla delle retromarce. L’hobby delle beffe continue.

Passo accanto a un negozio che vende roba per Halloween. Roba da streghe. Streghe di cartapesta, dolcetti inspidi, scherzetti che non fanno sorridere. Il 31 ottobre ci sarà questa roba. Come tutti gli anni. Ma quest’anno il 31 ottobre passerà in silenzio, senza che io dica o scriva una sola parola. Ho deciso di fottermene –una buona volta- del 31 ottobre.
Al bar ci sono tre giovani avvocati. La donna del trio è avvenente e molto sessuale nella gestualità. Credo che sarà fraintesa continuamente dagli uomini, non solo dai due colleghi che prendono il caffè con lei. Il suo modo di parlare sembra, anche a me che seguo la scena come un guardone distratto, un costante invito ad altri territori, ad altre scene, intime, totalizzanti, misteriose e forse inutili.
Ma, anche in questo caso, si respira una giusta arroganza dovuta alla giovane età, a un futuro in evidente costruzione, un continuo flusso di impegni che danno l'idea di comporre un progetto formativo e esistenziale.

Un tizio che ricorda l'attore Enzo Cannavale è all'ingresso di una pizzeria ad arringare le persone che passano, magnificando la pizza del luogo, “fatta con pasta speciale”. Gli sorrido e gli dico che sarà per un'altra volta.
Come per un'altra volta sarà molto altro, magari in una mattina di sole senza agguati malinconici, senza il sensore della realtà in piena attività, più un impiccio che una fortuna.

©Luca De Pasquale

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