30/10/16

I peggiori istinti


Joni Mitchell, “Shadows and light”.
In questo prezioso disco, Jaco Pastorius è semplicemente leggenda.
Affiancato da una band dei sogni, Michael Brecker, Pat Metheny, Don Alias, Lyle Mays, Jaco Pastorius dimostra senza mezzi termini che il basso può essere una condizione dell'anima, uno stato di grazia e di crisi, un totem in continuo movimento.
In brani come “Edith and the kingpin”, “Goodbye Pork Pie Hat” e “Hejira”, Jaco non è solo il bassista; è il maestro di cerimonie, l'artificiere, il rompicollo, quello che rischia di più.
Non mi stupisce che Jaco Pastorius si sia fottuto la vita e il genio.
Doveva andare così. Romantic and snowblind, direbbe Joni.

La giornata oggi ha tinte medie, sfocate, insoddisfacenti. Lo sguardo verso il domani si costruisce sugli sbagli di ieri e non solo. Il televisore è acceso nell'altra camera. Si parla del referendum. Sono consapevole che non me ne fotte niente. Davvero niente. Ho smesso di credere alla politica da ragazzo, in realtà non ci ho mai creduto. Non posso neanche chiamarmi un deluso. Ma quale deluso. Il deluso è sempre a rischio di nuove infatuazioni, io no. Io per niente. I delusi -in politica, in amore, nel sesso, nei soldi- sono sempre alla ricerca di nuovi maledetti profeti. Ho sempre pensato che i profeti nascono per essere mandati affanculo rapidamente. Il disco di Joni procede e mi rendo conto che non ci sono cause per le quali mi spenderei, cause riconoscibili intendo.
Sono solo, a sinistra, all'estrema sinistra del vuoto. Non cerco compagni di cordata. Cerco altre emozioni.
Cerco quel particolare sentimento che Jaco sembra interpretare alla perfezione nel live di Joni Mitchell, un febbrile equilibrismo sui sogni, mantenendo gli occhi ben aperti. Visioni e sapori che non siano consolazioni, che non nascano da quella precisa debolezza.

Al bar si parla del terremoto, del traditore Higuain, del tempo, dell'ora legale che ci ha lasciati.
Bevo il mio caffè. Ho gli occhiali da sole. Non voglio confidenze. Non voglio neanche ispirarle.
C'è un tipo che arringa gli altri avventori con frasi senza senso come “ma voi sapete tutto quello che il governo non vi dice? Ci riempiono di bugie i mess midia... siamo noi cittadini che dovremo ristabilire la verità... voi lo sapete che il governo ladro non ha detto che la cognata di Renzi ha appaltato tutti gli autogrill del cuneese per la carta igienica? Noi invece lo abbiamo scoperto...”
Il tipo si crede un profeta. Un ribelle. Un riequilibratore di verità nascoste.
Povero coglione arrogante.
Bastasse questo. Fosse così facile. Coglione. Facile lanciare anatemi, fare fantapolitica distruttiva e mantenere i privilegi. Coglione infatuato.

Tutti questi cercatori di verità non vogliono altro che allontanare dubbi, incertezze, tare e ossessioni da se stessi. Cercano la verità dappertutto, sfidando apertamente il patetico che li seppellirà. Per loro la verità è nel loro quadretto privato perfettibile, nei loro orgasmi routinari, nella rete di affetti e dipendenze che tutti sappiamo creare senza aver progettato l'uscita, per loro la verità è nella loro stessa idea di giustizia, di equanimità, di etica.
Al macero i bassi istinti. Mai confessarli, se non fingendo di scherzare.
E via con i luoghi comuni. Sesso=vitalismo. Famiglia=stabilità. Leggerezza=capacità di godersi la vita. Vino&canzoni=convivialità. Impegno sociale=capacità di leggere la realtà nel modo migliore.

Ritorno a casa. Ho ancora voglia del disco di Joni Mitchell e di quel basso. Piccoli pezzi di verità si trovano forse negli sconvolgimenti, nelle cose interrotte, nei terremoti, nelle fedi perse, nelle persone che non riusciamo ad amare, nelle curiosità sincere e tenere che rispediamo al mittente perché scambiamo ancora la crudeltà per selettività.
Sono stato crudele. Superficiale, passeggero, veloce di valutazione e di addii. Sono stato presuntuoso, ho creduto di essere un artista e poi ho scoperto che mi interessava più essere un uomo.
Essere un uomo significa accettare gli istinti. Anche quelli osceni, controvento, mezzi ciechi, solitari, crudi e fragili come un tentativo di volo in mezzo al cemento. Essere uomo è prendersi carico della propria storia, rapida e qualche volta dannata, senza ululare alla luna. Senza prendere i soldatini dai vecchi mobili per fingere di avere un esercito.
Oggi, con questo sole stinto, ancora nelle orecchie gli anatemi di quel beota, so di non avere nessun esercito, faccio gavetta e mi ferisco con i margini, e quando guardo al bene mi accorgo di non reggere ancora lo sguardo.
Troppe folate di vento gelido, in quel teatro abbandonato dove faccio prove di equilibrismo, cercando tra le sedie vuoto il sorriso che invece dovrei avere in dotazione io.

©Luca De Pasquale 2016

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