04/10/16

Freni inibitori


Un tizio mi chiama e decide di sfidarmi su Van Der Graaf Generator, Pink Floyd, Gentle Giant e Supertramp. Mi fa delle domande trabocchetto, cerca di mettermi alla corda con date, edizioni, bibliografie. Mi dice che lui è nel mondo delle recensioni e del giornalismo musicale. Mi fa capire di essere stato a pranzo con Peter Hammill e di aver preso un caffè americano con Roger Waters.
A me, però, non me ne frega un cazzo. Non mi faccio impressionare facilmente e queste sono gare da pene piccolo, vendette della misura non bastevole, prurigini da sesso quattro volte al mese.
Raccolgo l'inopinata sfida solo al quindici per cento, poi mi rompo i coglioni e chiudo, proprio quando lui riesce a fregiarsi della vittoria a mani basse sui titoli solisti di Peter Hammill: 15 a 3 per lui. Ho perso. Madonna, ora mi viene lo scagazzo. Oddio, che infamia.
Ma tu, carciofo, quanto ce l'hai dentro “Fool's mate” di Peter Hammill? Fin nelle viscere? Difficile, perché sei solo un fottuto collezionista. Diffido dei collezionisti. Sono malati. Diffido dei completisti: sono infelici in alcova.

Un tizio che non è il tizio di prima mi fa i complimenti per un successo editoriale. Lo fa trattandomi prima da Napoleone per blandirmi, ma dopo prende l'avviata che temevo: mi circuisce con un fare ambiguo teso a considerarmi uno che ha vinto una sorta di fortuita lotteria. Lui ha scritto due gialli nel 2007 e nel 2007 parte seconda, entrambi di nessun successo. Il suo commissario era ricalcato su qualche svedese pocket e su qualche napoletano crossover. Niente Scerbanenco. Niente Sjöwall&Wahloo o Henning Mankell, magari. No. Il suo era un Montalbano con la stitichezza, un Maigret con il catetere. Poi ha pubblicato un saggio su Sting e i Police, autoprodotto in stampa laser. Ha sbrodato su ogni social la sua conoscenza del mondo dei Police, fino a convincere praticamente tutti che non ne sapeva un beneamato uccello. I suoi complimenti sono falsi e di facciata: per quanto è chiaro che io non sia Baricco o il Culicchia d'antan, il baobba mi augura chiaramente morte, fallimento, scolo e disgrazie economiche. Che sono già abbondantemente in corso, quindi posso anche evitare di toccare ferro o ricorrere ad altri amuleti.

La letteratura è terapeutica”, scrive uno su facebook.
Leggere schioda il pensiero dalle secche della morte, diceva Naapat Bothli”, ammonisce un altro.
Un grande libro deve avere e percorrere più di una sottesa trama, altrimenti è solo uno sfogo amatoriale”, minaccia invece un autorevole fagotto accademico.
Belle le mie scarpe, vero? Oggi sono leggera... e devo, perché... buona serata a tutti”, scrive un'altra, lasciando intendere che soffre per amore. Per inciso, le sue scarpe fanno veramente schifo.
Evito di trascrivere tutto quello che il classico grillatico invasato si fa uscire da bocca e tastiera, e sorvolo anche sulle piccate repliche di Democrats dell'ultima ora. Per me è automatico: se mi martelli con frasi e diktat del direttorio Five Stars, io ti tolgo la voce. E non sono un Democrat. Col cazzo che sono un Democrat. Sono sulla strada letale del misirizzismo anarchico da tanto tempo, da quelle orecchie non ci sento, non ci ho mai sentito.
Le mie idee politiche, come è noto, sono un misto di Capitan Findus, Bakunin, la Banda Bonnot, Marx, Jean-Pierre Melville, Errico Malatesta, un pensionato della Stasi e il mio primo portiere di condominio, che ha lasciato il segno con il suo sublavorismo ferito.
Quindi non ci sento emotivamente, a livello democrat. Non percepisco, rifiuto. Chi usa i social per rompere i coglioni con i suoi anatemi etici è bannato a prescindere.
Basta con questa storia dei Democrat, adesso: non è che se Grillo ti fa cacare sei Democrat. Questa è l'opinione degli scemi con la visuale del cavallo alla prima corsa.

Basta anche con le coppie che schiumano amore. Che usano il “noi” anche se uno solo dei due ha dei disturbi gastrici.
Basta con l'umorismo ruffiano per tenere la giornata a galla, finitela con le freddure sdrammatizzanti.
Ogni tanto scrivete la verità: “Oggi ho tanta voglia di una scopata schifosa, piena di saliva e senza sentimenti. Senza rischiare la chiamata del giorno dopo”.
O, ancora più sinceri: “Oggi mi sono masturbato, perché non avevo occasioni veloci. Troppo faticoso procurarsi un coito. Ma siete d'accordo con me che venire fa bene?”
La sincerità può diventare poi orgasmo autolesionista: “Chi non mi ha sostenuto nei momenti difficili ora può anche fottersi. Non hai partecipato alla votazione per quella mia torta di scarole al concorso radiofonico, io ho cercato di sporcare la pancia di tua sorella”.
I nostri peggiori istinti vengono nascosti dal nostro presunto savoir vivre, dal nostro salvare le forme come ci hanno insegnato in fasce. Ma credetemi, quegli istinti che odorano di stupidità, diarrea e ferite ornamentali vengono fuori alla prima occasione, quando non siamo in controllo. Basta una semplice e fessa disfida Fivestars/Democrats, basta che uno ci tocchi un idolo musicale o letterario, basta che uno che consideriamo più brutto di noi abbia più successo con le donne. Basta poco. Una tenzone tardiva e maleducata sulla lunghezza dell'attrezzo, sul lancio delle pagliuzze sociali, e gli sputi in faccia appollaiati ai contatori del consenso pubblico. Roba di merda, diciamocelo.

Ma attenzione: inutile giocare a fare gli arbitri, i super partes.
Io non lo sono. Anche io ho le mie convenienze, i miei timori, le mie incertezze comportamentali. E su certi temi etici ragiono meno di una sedia a sdraio chiusa, in pieno dicembre.
Le mie ferite drenano stelle affascinanti e misteriose, ma anche squallore, imperizia tattica, bocca aperta da ebete quando il dolore non è solo letteratura. Il mio cuore adora le camere sulle linee della notte, ma è anche una gran puttana che non usa il citofono e i maggiordomi.
Se mai ho sentito qualche senso di superiorità, decenni fa, mi è subito scivolato di mano; come quei giocattoli per bambini ricchi che nelle nostre braccia diventano mostri ingombranti, minacciosi baubau provenienti da un destino vietato.

Luca De Pasquale 2016





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