31/10/16

Blues per Rick Danko


Quando un colore cobalto scuro satura l'aria come inchiostro blu; quel momento particolare di pomeriggio, quando non è né giorno né notte. È il colore di un’anima, adesso”

Eric Andersen, lettera di addio a Rick Danko, 12 dicembre 1999

Il 10 dicembre del 1999 andai comunque a lavorare nel negozio di dischi.
Ma ci andai con un chiaro malessere addosso, un senso di pesantezza, ed ebbi la percezione nitida dei miei gesti: lenti, dolenti, quasi confusi.
Era morto, nel sonno, all'improvviso, uno dei miei eroi, Rick Danko. Musicista straordinario di area folk-blues, pilastro di quell'istituzione nominata “The Band”, collaboratore praticamente paritario di enormità come Bob Dylan e Paul Butterfield.
In negozio, che in quel giorno prenatalizio mi offrì la solita sconcertante gamma di richieste proditorie e assurde, spesi il mio omaggio per Rick, mandando in heavy rotation “The last waltz” della Band.
E pensare che a me, all'inizio della mia fissazione per la musica, Rick Danko non era piaciuto per niente. Non nascevo come ascoltatore classico o folky di rock americano, non avevo cominciato con Bob Dylan bensì con i Weather Report. Ma proprio per questo, a conti fatti, avevo poi scoperto il mio clamoroso errore, vale a dire sottovalutare uno dei più autentici e preziosi troubadour del rock, un artista in grado di esprimere il suo talento in ambiti non sempre comunicanti, folk, country, rock blues acido, psichedelia sognante. Ma anche un bassista rude ed eclettico, stralunato performer su un basso stupefacente come l'Ampeg AMUB-1 Fretless e solido ritmatista sui nobili Gibson, non da meno di idoli come Jack Bruce, Felix Pappalardi e Jack Casady.

Rick Danko aveva quell'aria zingaresca e persa che contraddistingue molti talenti ingestibili; principalmente ingestibili in proprio, con un'inquietudine estrema e non stilizzata, cifra stilistica del sorriso, del modo di porsi, abitudine del fare e del sognare. Rick Danko era un vero troubadour, un cantore fuorilegge di un mondo per noi lontano e carico di suggestioni, quello di un rock che più tardi avremmo tradotto come americana.
E Rick era canadese, anche se più propriamente si potrebbe dire “inesausto cittadino del mondo”.
Borderline tanto da finire in galera per possesso di droga, gentile e affabile con gli altri come tutti i ribelli non costruiti: un potente boscaiolo capace di entrare facile nella Rock And Roll Hall Of Fame.
Simile, per certi versi, a un altro gigante buono del rock, il fumigante chitarrista Rory Gallagher, esplosivo con le sue camicie a quadri, letale nella ritmica, squisito conversatore appena giù dal palco.
Un uomo aperto e curioso, Rick, che superò tra mille sofferenze -sublimate in musica- la perdita del grande amico Richard Manuel, suo compagno nella Band, e dell'amato figlio Eli.
L'evidente propensione di Rick Danko verso i marginali, la marginalità e la spontanea asciuttezza della sua figura artistica, hanno fatto sì che mi attraesse più di Bob Dylan in persona. Come, del resto, ho preferito Kris Kristofferson a Johnny Cash, John Martyn a Nick Drake, Jack Bruce a Eric Clapton e Berry Oakley a Duane Allman.
Danko incarnava per me quel modello (involontario) d'artista che se ne strafotte delle mode, che non chiede l'altarino votivo ad ogni piè sospinto e che accetta le contaminazioni (e dunque le contraddizioni insite) come una legge di creatività e non un passo falso commerciale.
Con una faccia da fuorilegge, come Kristofferson appunto, che sembrava rassicurarti e dirti “non preoccuparti, se ami la mia musica non amerai per forza lo showbiz”.
Quella mattina, in negozio, andai giù pesante con “The last waltz” e anche con “Music from big pink”. E guardai a lungo le foto dei vinili, con la faccia da cowboy metodista di Levon Helm a sorvegliare la mia malinconia.
I clienti mi chiesero Vasco Rossi, Iron Maiden e Dream Theater, ma pensai tutto il giorno a Rick Danko.
Sono quegli artisti, Danko e i tanti fuorilegge e bucanieri del rock, capaci di estendere la dimensione di una solitudine privata fino ad un afflato ideale di similitudini e identificazione.
Quante volte ho desiderato avere quella faccia da cowboy zingaro? Quei baffetti, quell'energia grezza e pura?
Tante volte. Ma quella faccia non era e non è la mia. Forse polvere d'anima, quello sì.
Scrivere un omaggio a gente come Rick Danko non può funzionare, non basta. Come ricordava Eric Andersen nella sua lettera d'addio a Rick, Turgenev scriveva infatti: “Non ci sono parole adeguate per questi sentimenti: sono più profondi e più forti di qualunque parola, e non possono essere definiti. Solo la musica può esprimerli'.
Confermo.

©Luca De Pasquale








Richard Manuel




































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