05/10/16

Blu dimenticare


Alle cinque e cinquanta del mattino nel circondario, mi sembra tangibile, sono sveglio solo io. L'insonnia e i sogni mi tallonano, mi fanno ammalare per dieci minuti e poi tregua e poi si ricomincia.
La sensazione di meravigliosa solitudine dell'alba si confonde con la coda della notte, che a sua volta sembra una grande casa messa a soqquadro da una festa senza festeggiati.
Ho il vento diretto sotto le labbra, come una sciarpa di freddo.
Ho il petto gonfio di emozioni confuse che comunque ucciderò. Comunque.
Capisco intorno alle sei che la mia storia personale potrebbe essere tanto un incredibile equivoco che una farsa condotta a braccio. Non sono padrone della mia storia personale, non più di quanto io possa padroneggiare l'amore, le passioni e le nostalgie.
Sono padrone della mia scrittura, quasi sempre, anche se è un torchio, uno specchio, un affetto che mi scompare in grembo, il pianto asciutto per un errore clamoroso, il fallimento involontario come guest star. Come guest star io fallisco: nei tram, sulle navi, sulle passerelle degli affetti quieti, tra le braccia di voglie assurde. Quando fallisco, quando percepisco quell'emozione tra gli occhi, con il fiuto e la rabbia, allora vado allo specchio, che magnanimo mi restituisce una figura umana, blu ardesia, blu dimenticare.

L'ossessione di dimenticare mi spinge a divorare la vita: è così che morirò.
La tentazione di eccedere è la cura per il mal di testa, l'impazienza, la parzialità partigiana e semicieca delle mie speranze di resistenza.
Devo eccedere, devo eccedermi, rompermi le corna.
Mi piace il mio balcone sul mare. È decadente, divorato dalla salsedine, dal vento di mare. Come è divorato dagli stessi elementi il mio belvedere interno, buono per gli amanti ma non per me, adatto alle mie ossessioni e ai miei cani randagi, ma poco utile per l'identità concreta del quotidiano.
Sono le sei e venti, sono solo in quest'alba di vento, di lampioni che sembrano giocattoli tremanti, la mia sigaretta è la foto che non userò come icona, sembra che io scriva, sembra che io viva, sembra che io mi difenda.
Mi chiedo, mentre continuo a svegliarmi dal non sonno, come è possibile che un'opera certosina di recisione onirica possa essere scambiata per un lavare i propri stracci in pubblico. Uno scrittore è pubblico fino a un certo punto, più spesso è un idiota con tanti di quei conti in sospeso da poter aprire una filiale di se stesso. Io non faccio eccezione, anzi esalto quest'aspetto.

L'insonnia è una parte decisiva della mia scrittura. Come i brutti sogni. Come i sensi di colpa.
Esagero con i caffè, mentre si fa giorno. Mi sento come quando, ai compleanni e agli onomastici, i miei genitori mi compravano le paste e i dolci e io finivo con il nasconderli sotto i cuscini del divano per non dar loro un dispiacere.
C'è qualcosa che non torna.
Ho decisamente consapevolezza e paura di far soffrire. Non riesco a guarire da questo. Cerco la cautela e trovo sempre magma, dirupi brulli, teatri di fantasmi, schermi illuminati per prossime notti, sirene che sbagliano porta e anche parole.
I miei Faust privati durano a volte un'ora, un'ora e mezza. Meno di una scopata. Ma incidono molto più a fondo. Violentano il sonno, indirizzano la mia sensibilità verso luoghi abbandonati che sappiano accogliermi quando sono troppo stanco per stancarmi delle emozioni.
Passa una donna con un cane, poi il panettiere che lavora giù all'angolo. Io sono in piedi dietro i vetri, demone spettinato dei miei giochini, in procinto di scrivere, abituato all'autodistruzione veloce manco fosse un'applicazione indolore per ripulire il computer.
In albe come queste è facile pensare che l'amore sia uno sbaglio, la mancata consegna del vento migliore. In un'alba come questa, livida e pigra come un abisso, la capacità di amare di un uomo qualunque si estende fino a un'idea incontenibile che finisce per essere la più sciocca alluvione possibile.
E io perdo. Perdo, perdo, perdo.
Poi chi me la intitola malinconia ha la libertà di farlo. Magari fosse solo malinconia. O flusso di coscienza, quella vaga e incostante moda senza perché. Magari fosse solo flusso di coscienza sotto un ego eretto. No. Tutta questa materia vuota che chiama fiamme e fiamme non è malinconia o flusso di coscienza, e neanche qualcosa di più nobile. È la semplice dimostrazione che l'uomo perde quando intuisce, l'uomo perde quando desidera, l'uomo migliora quando accetta e spinge verso il buio le sue pulsioni più profonde.
Questo è forse per me il senso dello scrivere: abbattere quel cancello barocco e spegnere tutte quelle fottute candele-lacrima e fiaccole-festa, decidere di ammetterlo una buona volta, che amo più il resto di me stesso. Che amo la vita a tal punto da finire nel gioco del menestrello dolente.
Non amo le mie parole, detesto la mia sensibilità, i risvegli mi piacciono anche e soprattutto quando mancano.
E le linee rette sono il mio Inferno. Su questo sono certo.
Perché una linea retta non ricorda mai il senso del rischio a un piccolo uomo con la sigaretta.
Una linea retta non è un gesto, è sopportazione.

Luca De Pasquale 2016

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