20/09/16

Perdere per amare: Lazio-Fiorentina 4-0


Domenica 18 febbraio 1979 io e mio padre accendemmo la radio Telefunken Kitty arancione che avevamo in salotto. Adoravo quella radio, probabilmente per il suo colore; l'arancione è stato sempre il mio secondo colore, naturalmente dopo il viola.
Si giocava Lazio-Fiorentina, una partita che mio padre definì laconicamente “difficile, ardua”.
E tale fu. No, fu molto peggio.
La Fiorentina, che in quell'annata certo non brillò particolarmente, uscì sconfitta sonoramente, 4-0. Subì quattro reti in ventotto minuti, dal cinquantacinquesimo in poi: doppietta di Bruno Giordano, una sciagurata autorete di Roberto Galbiati e chiusura di marcature con Vincenzo D'Amico.
Sul 3-0, mio padre spense la radio rabbiosamente, senza interpellarmi.
Papà, perché hai spento?”
Basta, non voglio parlare. Incapaci. No, non voglio parlarne”
E si allontanò dal salotto, accendendo nervosamente una delle sue Muratti Ambassador.
Rimasto solo, decisi di riaccendere la radio e feci in tempo a beccarmi la stilettata di D'Amico alle spalle di Carmignani. Una disfatta colossale, che molti anni dopo fu replicata e superata con un assurdo 8-2 per la Lazio nella stagione 1994-95, sempre all'Olimpico.

Quando spensi la radio, mio padre era scomparso in cucina, parlottava con mia madre. Di cose che non avevano alcuna attinenza con fatti calcistici. Io mi sentivo molto amareggiato, perché nonostante i soli sette anni di età già tifavo con un ardore irrazionale, una sorta di spirito epico che mi portava ad attendere le partite della domenica con un atteggiamento da eroe greco senza scudo.
Mi chiusi in me stesso per una buona mezz'ora, ma in quel lasso di tempo il mio amore per la Fiorentina non fece che aumentare in modo esponenziale, poteva mai distrarmi dall'amore una sconfitta?
Sì, decisi forse in quel momento che le sconfitte erano e avrebbero dovuto essere una componente irrinunciabile dell'amore. Di qualsiasi tipo d'amore. È quando si perde che devono scattare le molle della perdizione, della devozione, paradossalmente della fedeltà.
Così, vincendo il mutismo e il sapore di fiele in bocca, raggiunsi mio padre, che intanto era davanti alla televisione a guardare una cosa con Alberto Sordi.
Mi avvicinai alla sua poltrona, gli toccai il braccio e quando mi guardò negli occhi gli dissi, senza troppa enfasi: “Papà, non fa niente se abbiamo perso 4-0. Io volevo dirti che amo la Fiorentina, che tiferò sempre Fiorentina, per tutta la vita. E poi non è colpa di Galbiati se ha fatto un'autorete, è un bel giocatore. Mi sta simpatico Galbiati e io sono un tifoso della Fiorentina”
Mio padre mi sorrise, con quel modo di emanare benevolenza e tenerezza che possono avere solo i padri quando si riconoscono in un figlio.
Mi carezzò la testa, e, pur confermandomi che non voleva parlare della partita, riuscì a dirmi “sei un vero tifoso”, frase che mi inorgoglì oltre modo.
Ricordo spesso quel Lazio-Fiorentina 4-0, meno di quanto ricordi mio padre e il nostro amore interrotto dalla vita e dalla fine di un ciclo, e non si tratta di un ricordo amaro. Per niente. Considero quel pomeriggio del 18 febbraio 1979 come una prima consapevolezza, e cioè che per rendersi conto di quanto amore c'è in gioco forse perdere è necessario.
Che la sconfitta è un atto passionale, è un abbraccio che va a vuoto solo nei primi istanti, ma può diventare saldatura, coerenza, spirito di presenza.

Io ho perso molte persone e molte 'cose' nella mia vita: un flusso inevitabile di smarrimenti, di beffe, di agguati e fughe, i tatuaggi della morte sulla pelle che invecchia, le fratture come brividi nella memoria che si autoriproduce tradendosi in continuazione. Mi sono perso io stesso tante di quelle volte che oggi, oggi che invecchio sul serio, considero una fortuna ritrovare piccole parti di me nello specchio o al risveglio.
Credo di sapere quanto amore ho provato a dare e di come spesso io sia stato ridicolo e inadeguato, credo anche -e questa è superbia- di conoscere l'enormità dell'amore che ho perso o che mi è sfuggito.
Non importa. Perdendo si rischia, perdere significa forse continuare ad amare. Perdere amplifica la dimensione onirica del tentativo d'amore e quella strana follia che chiamiamo volgarmente continuità.
Mi sta bene. Perderò ancora e ancora, la musica non basterà, le parole non sutureranno mai i 4-0 e gli 8-2, ma guardando la luce più stanca della giornata più banale non avrò niente da rimproverarmi.
Perdere per amare non è una frase a effetto, è un momento reale di desolante bellezza dove riusciamo ad essere desiderio e non solo protocollo di promesse.

Luca De Pasquale, 2016




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