14/09/16

"Non reggo la bellezza"


Dissi a quella donna che stavo conoscendo a poco a poco: “Puoi sognare anche senza di me”
Non c'era stato nulla; in qualche modo, quindi, fui eroico.
Come buona parte delle gesta che sembrano eroiche, quella rinuncia mi qualificò come un perseverante imbecille.
Forse fui anche vigliacco. Perché non posso nascondere che già lo pensavo allora, le donne sono ancora più belle nel momento in cui intuisci che possono essere tue.
Ed è lì che devi decidere, se ti senti all'altezza o sei solo un bluff.
Per anni mi sono considerato un bluff all'altezza, era un'idea mista: di conseguenza ho rinunciato spesso.
Quella donna, che era bella e con tutta probabilità più preziosa dell'intera mia persona, mi guardò delusa e scoraggiata. Il suo sguardo muto e basso mi arrivò nello stomaco come un dardo. Aggiunsi inutilmente: “Mi piacerebbe dirti che mi sento come Martin Fry dopo 'The lexicon of love'; troppa bellezza non la reggo, è come caricare di gas un piccolo serbatoio. Non può reggere, si esplode. E come si fa a preventivare seriamente i danni?”
Ma le mie parole già non le arrivavano più fresche e stuzzicanti come qualche ora prima.
Incontri un uomo che sembra un fiore notturno calpestato, provi a dargli un'identità di passione e persistenza e lui si suicida davanti a te, invocando Martin Fry. Capisco la delusione.

Scrivo spesso di Martin Fry e della musica degli ABC. Ne sono consapevole. Come di tante altre cose. Ho già confessato più volte che l'identificazione con Martin Fry mi è agevole perché sono un romantico messo a soqquadro dall'inizio dei tempi. Il mio romanticismo -radicato vezzo di un'anima sperimentale mai passata di grado- mi disgusta profondamente. Lo combatto con le armi del cinismo e del sarcasmo, ma soccombo.
Sono rassegnato al mio destino: il mio romanticismo eccessivo muore ogni giorno soffocato dal suo stesso vomito. Come Bon Scott degli Ac/Dc.
Sui treni notturni mi illudo di essere bello anche di me, della mia presenza: ma è un'illusione. Negli specchi scuri mi saluto con la tranquillità del commesso viaggiatore che chiede poche cose e si tiene a debita distanza dalle scene più belle e dai silenzi che un pittore raffigurerebbe come abbracci.

Al sicuro dai desideri, archiviata la luce del giorno, posso sentirmi capace di ogni cosa, di ogni traiettoria, di ogni sovversione. Sindrome da vampiro. L'odore della pelle è diverso, come il peso del cuore e la profondità degli occhi. Il buio funziona, nella misura in cui cocci e costoni, zavorra e sangue si dispongono a diadema nella figura di un uomo in piedi accanto a una finestra, affacciato ad un finestrino, seduto in poltrona, impegnato a scegliere le parole e le confessioni più accettabili.
Bluff.
Mai retta la bellezza. Mai costruiti ponti per permettere agli amanti di specchiarsi in un sogno fermo: quando credevo di regalare qualcosa, non facevo che invitare assenze alla mia tavola, spacciando il mio Ponte Del Diavolo per una cattedrale del domani.

Dissi a una donna sposata che la desideravo e che me ne fottevo del marito e della sua vita senza me. Ma lo feci per perdere, per allontanarmi, per sentirmi brutto, parziale, egoista. Dovevo allontanarmi dalla bellezza. Perché non la reggevo. Non più di cinque minuti. Il tempo di una canzone di Martin Fry e di una sigaretta. Il tempo di un sabba giocattolo, in ginocchio su un tramonto, velleitario come una lettera di protesta al destino, liquido come gli amori simulati, pessimo e saccente come un mediocre libro.
Se la bellezza mi aspetta su un'altalena e vuole che le carezzi i capelli, io preferirò andare a gettare una moneta nel pozzo, in quella zona poco illuminata che non è contesa da angeli, demoni e parole nuove. In silenzio sotto la luna, vendo i miei desideri per una moneta, per un tuffo misterioso, per una profondità che non posso misurare.
Il bluff vuole essere all'altezza: e allora che il bacio magico non sia per me. Che mi sfiori i vestiti, almeno quello, e che risalga il mare lontano, così esteso da impedirmi lo sguardo e la memoria.

Luca De Pasquale 2016




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