11/09/16

L'oltraggio di essere amati


Il mare stasera è agitato. Dalla finestra, ma anche dentro. Non posso farci niente: non ho mezzi di contrasto. Pazienza e occasioni non vanno d’accordo. E la pelle non si accorda al cervello, alla storia, al riposo. Se riposo, perdo passaggi; se stravivo, mi brucio irrimediabilmente. Spesso, la foto che può ritrarmi in un luogo, in un momento, è la sconfitta di tutto il resto. Essere presente da qualche parte significa accendere le luci a tutte le distanze, consapevoli e ignote. Come il panorama marino che mi si staglia innanzi prima di dormire, spaventoso nella sua grandiosa bellezza scura.
L’odore di cibo abbrustolito e vita altrui che percepisco fuori al ristorante mi prende alla gola, prima come artiglio, poi come mano guantata femminile con musica annessa. Impossibile essere altro rispetto alle proprie potenzialità. Impossibile compierle, quelle potenzialità. Mi sono detto molte bugie per continuare a essere me stesso, o credere di esserlo. E non lo nego, i miei migliori sguardi d’amore contenevano lo strano fascino della sconfitta in partenza. Non amo i quadri alle pareti, gli abbracci che vorrebbero essere la parte sincera degli addii. Non amo i viaggi pianificati, mi creano confusione attorno e addosso, mi sento in gabbia. Forse è lo stesso concetto di benessere che va in conflitto con il caos necessario.
Un tizio che abita di fronte esce sul balcone quasi con il cazzo da fuori; probabile che voglia far intuire di aver consumato del sesso. Un tipo alto e sgraziato che indossa sempre delle mutande strettissime. Un uomo ridicolo. Stasera sui balconi fa freddo e lui non seduce nessuno con la sua biscia ammosciata e le sue pose olimpiche. Se ha fatto del sesso, a lui rimane: il mondo resterà invariato. Io continuo a fumare la mia sigaretta, lo guardo di sfuggita, mi nauseo. Cosa può pensare un uomo del genere quando è in una donna? Quale senso di sciocca immortalità può attraversarlo? Farà sesso come se volesse gonfiare un materasso ad acqua, nient’altro. Niente mistica del piacere, neanche quella infusa dai libri fessi che legge, le sfumature verdi, azzurre e indaco al di sotto dei suoi testicoli.
Vorrei riprendere a comprare sigarette di contrabbando. Vorrei tornare in certi alberghi e in certe case con gli occhi dei miei nuovi anni da uomo che invecchia. Vorrei anche non aver conosciuto certi passatempi: avrei fatto meglio a praticare giardinaggio notturno. Non mi piace quando qualcuno mi dice con tono enfatico “questo libro mi ha emozionato molto”. So che poi non leggerò quel libro.
E poi. Chi non ha paura dell’amore è uno stupido e un presuntuoso. L’amore è un rischio enorme. Ho passato notti e notti senza dormire solo perché stavo finendo di convincermi al proposito. Non so se amare è eroico, probabile; di sicuro lo è farsi amare. Perché non è più un gioco solitario o un valzer di fantasmi, è qualcosa che aggroviglia, tende corte, sbreccia feritoie misteriose, procura diluvi nelle tane più sicure, mina la libido suicida dell’autotutela.
È una notte strana, questa. Sembra troppo presto, ma è troppo tardi. O viceversa. Non mi riconosco in quiete, non mi riconosco allo specchio, non mi certifico scrivendo. Passo, muoio, mi mangio, poi forse dormo. Non importa quel che provo, ma ciò che accetto di provare. Mi contraddico quando voglio seguire una linea guida troppo chiara. Forse non sono capace di dosare l’amore nello sguardo, quando esagero l’amore contiene la morte nella sua più stupida e ovvia dicotomia. Non bisogna neanche esagerare con il gelo e il colore dei ghiacciai, perché poi si ha bisogno di tane, di rifugi. Di branchi, addirittura. E non è bene.
Amare è facile. Essere amati è invece un oltraggio a quel progetto di assenza che sulla carta sembrava un sogno esclusivo e costruito sulle difese più certe della notte. Non sono uno che esce sul balcone in mutande, alla notte chiedo molto di più. Molto più di me stesso e del mio corpo. Occhi inclusi.


Luca De Pasquale 2016

Nessun commento:

Posta un commento