28/09/16

Le radici sono fantasmi


io non voglio, non voglio invecchiare.
– rimpiangi la gioventù come se tu l’avessi ben spesa
– era una promessa, e anche una menzogna: ero io il bugiardo.
Louis Malle, “Fuoco fatuo”

L'uomo aspetta la sua amante in auto, lontano dal portone. Io lo vedo dal balcone, a sera fatta. Quindici ore che sono sveglio, mi sento la faccia nello stomaco e i piedi al posto del cervello.
Al segnale convenuto, un piccolo colpo di clacson, la donna si affretta nel vialetto, corre sui tacchi. Poi entra al posto del passeggero e si baciano velocemente. Fuori c'è vento e io non dormo da quindici ore.
Non riesco a dormire.
Vaffanculo, non riesco più a dormire. Sono fatto così. Non dormo per costituzione. Non dormo per troppi sogni, per la cenere dietro le spalle, non dormo per darmi cenni di vita reali.

La donna è uscita con una gonna molto corta, mentre l'uomo è venuto con la solita auto metallizzata tirata a lucido. In casa c'è odore di cibo e fumo, c'è il calore della mia famiglia che è andata via, si è smaterializzata, è morta, ha sciolto la sua associazione in vita e ora è diventata culto. Culto privato, ferito, che accendo di notte al posto del sesso. Al posto delle fissazioni da svestire.
Se apro un armadio, se spalanco uno dei balconi centrali, tutto mi dice che qui c'è del vecchio; un antico che fa male, che non riporta al punto di partenza, un vecchio che sarà bistrattato e smembrato quando lascerò questa casa.
Sarà impietoso e ovvio. Come è spesso la vita.
Sarebbe una di quelle sere adatte a rivedere vecchie foto, ma proprio non mi va di rivedermi bambino o adolescente. Ho un pessimo rapporto con quei ricordi e ho un pessimo rapporto con chi vuole per forza evocarli. Le mie radici sono sorrisi e lacrimucce per alcuni, ma per me sono spettri, spettri con la coda.
Demoni personali che non voglio appartengano ad altri che a me. Difendo i miei demoni al punto da decidere il silenzio e i punti. Quando voglio io e con chi dico io, è un mio diritto.

Nelle donne che ho voluto e che mi hanno voluto, che mi hanno ricambiato o hanno semplicemente acceso le luci del carnevale, ho cercato le tregue migliori delle mie, nei loro occhi ho cercato le insolenti preghiere costruttive che io non ho mai saputo elaborare. E mi dicevo come uno stupido animale che avrei potuto amarle meglio, se in loro mi fossi specchiato senza presenze alle spalle.
Inizialmente, quindi, mi ponevo io al centro. Ma io odio il centro e la posizione equidistante dalla rovina e dall'estasi. Finivo dunque con il concentrarmi io su di loro. Era più giusto. Più soddisfacente. Non si fanno scampagnate con i fantasmi; con la grazia è facile spingersi in quel territorio dove, apparendo cretini, si concede ad altri esseri il proscenio sgombro. Amavo senza tenere il conto. Senza foto da appendere al muro nelle notti da solo. Animale ero e animale rimarrò. Non sono un predatore alfa, ma so come difendere un regno. Questo lo so fare.
E in questo appartamento, in queste notti, sono io il lupo a guardia di quello che è rimasto e ciò che è svanito.

Stamattina il telefono continuava a suonare, ma non ho risposto. Sapevo chi era e non ho risposto. I complimenti non mi tagliano gli artigli. Il telefono suonava, ho alzato il volume su “My ten year lady is giving it away”, potenza sonora, astrazione elettrica, geometria privata dell'uomo in silenzio.
La continuazione di un individuo è fatta di apparizioni, ma anche di rifugi. Così come mi presento in un negozio o a una serata, così posso non esserci, non sfruttare la possibilità di comparire e fare numero. I rifugi di un uomo sono più importanti dei suoi titoli, delle sue bravate sociali da esposizione, delle sue opere costruttive e stimate standard.

Il mio nome su una copertina. Il mio nome sulle labbra di qualcuno. O magari nella sua notte. Dipende da me, dalla verità che credo di portarmi dietro?
No.
Casualità. Curiosità. Devozione, dipendenza, legame certificato, estratto di nascita e crescita e anche vicinanza. Musica se va bene. Passione, quando si ha paura della morte. Ma anche maledizione, se non si è adeguatamente preparati a voler stare bene. In pace. Senza guardiani tra i piedi. Senza il biscotto sociale dell'amore da dare in pasto alle anime belle. Che rovina, la folla di anime belle. Quanto impegno per qualche sponsor.

Il mio primo libro, ricordo che mio padre me lo restituì senza averlo letto. Solo le prime dieci pagine, mi disse. Gli avevo scritto una dedica apposita e insistei perché lo tenesse almeno nel cassetto del suo comodino. Accettò con un sorriso. Fece bene a non leggerlo. In quel libro prevalse la rabbia e non i fantasmi. Mi sembrava più opportuno: i fantasmi, proprio a lui non potevo proporli.
Non mi sono mai sentito fiero di quel libro e in genere non provo piacere sessuale e autocompiacimento nel vedere una mia opera compiuta. Non mi masturbo con quel che faccio, quel che riesco a fare. La fierezza intellettuale è una roba sporca, come sbavare mentre fotti, come stampare un bacio sulle guance di una madre che ti ha appena dato dei soldi.
Trovo orrendo il compiacimento del proprio percorso, di qualunque cosa si parli. Davvero orrendo e svilente. Il compiacimento azzera per poco la paura, rendendo un uomo in battaglia solo un cazzo ritto davanti a uno specchio. Con la coda dell'occhio cerchi le mani che ti applaudono, le gambe che vorresti aprire, e nella smania di essere apprezzato concedi seconde possibilità e perdoni ai peggiori imbecilli. Te compreso.

Non dormo da diciassette ore, eppure non sono stanco. Forse potrei continuare fino all'alba. Qualcosa mi piace, dell'insonnia. Sarà il senso di vigilanza notturna, quel sentore di aver conquistato un belvedere sul vento, persino sulle vite e sulle emozioni degli altri.
Di notte ho le mani caldissime e nei piccoli spostamenti da una postazione all'altra sono felicemente un cieco senza cane.
L'insonne sa che l'amore non può essere risacca, non è un ritorno dopo la pioggia; l'insonne capisce che dietro il dolore il pensiero di Dio è troppo facile, l'insonne divora angeli senza volerlo, li sbrana, tutto preso dalla strenua difesa della sua fortezza fuori moda.
Sono insonne, sono perso, sono vivo.
Ogni notte mi innamoro di piccole cose, di azioni involontarie, di occhi nascosti. Mai di me e delle mie parole. Ogni notte accetto la lezione breve di quel tipo di silenzio degli insonni, quando voci calde e disturbate ti dicono, come comunicazione di servizio, che continuare è anche rifugiarsi.
E ferirsi. Ferirsi sempre.

Luca De Pasquale 2016










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