16/09/16

L'angelo fallito


Cazzo adultero, adultero d’un cazzo; certo così è,
per quanto dicono: la pentola sceglie da sé le sue verdure.
Catullo

Quella volta in piscina ero incazzato sul serio.
Sentivo la rabbia tra i denti, come un ascesso. Avevo voglia di fumare, di bere, di una sveltina. Scaricarmi sessualmente non mi sarebbe bastato, ma ne avevo voglia.
Chi pensa che il sesso basti è un pazzo, un idiota. Il sesso accentua la rabbia, la canonizza solo per qualche minuto, trova una giacca da sera al fiele.
Quel giorno in piscina mi sentivo Gustav von Aschenbach e il Tadzio di turno era lei, che entrava e usciva dall'acqua, spiata, guatata e desiderata da tutti gli uomini (e non solo) presenti. Se si fosse alzata all'improvviso e puntato il dito verso l'orizzonte, forse sarei anche morto.

Dato che non parlavamo molto, avevo portato della musica. Ascoltavo ossessivamente in cuffia “Every move we make” di Geoff Tate, l'ex cantante dei Queensrÿche. Pezzo bellissimo, che però -in quel contesto- non mi dava quiete.
Anch'io la guardavo nuotare, asciugarsi, persino sorridermi. Avrei dovuto e potuto sentirmi fortunato. La sera prima avevamo scopato. Lei mi aveva piantato le unghie nella schiena e io mi ero sentito uomo. Persino quando ero venuto, brevemente, come un animale ustionato. In quel gesto, in quelle pose veloci, fameliche, i nostri corpi però non avevano scambiato alcuna informazione utile per il futuro. Nemmeno per il presente, alla fine.
Una donna non è mai di un uomo. Non può esserlo. Impossibile. Lei non era mia: non solo mia e non per sempre. Poteva bastare per odiarmi, non certo per odiare lei. Poteva bastarmi per voler andare a fondo e precipitare.
Mi è sempre piaciuto sabotarmi. Mettermi in difficoltà. Mettermi alla prova e guardarmi cadere. Non ho angeli sul mio letto. Non ho la pazienza e la benevolenza dell'umiltà immobile. La mia umiltà è drogata, reale ma brevissima, chiedo sempre troppo e mi punisco regolarmente.

Hai fame?”, mi chiese.
No”
Eppure è ora. Io mangio”
E mangia. Mangia alla faccia mia. Fatti guardare dagli uomini. Anche dagli angeli. Il desiderio dura più della vita di un uomo, in certi casi. Il mio per te è maledizione, confusione, precarietà, musica sul mare per ricchi sordi. Il mio desiderio è veemenza, smania di concludere l'ossessione a mio favore, tacito bisogno di autodistruzione.
Lei mangiava il suo panino. Il mio, conservato. Sarebbe rimasto lì, come tante mie parole. La puzza di prosciutto e latte di cocco avrebbe coperto parte del suo odore. La mia gelosia, fuori come un fiore. Un fiore velenoso, un oleandro puzzolente. Non era solo mia. Non completamente. Nulla è completo, nulla è sul serio, pensai.
Lo iodio, le grida dei bambini, il sole, gli insetti, tutto mi dava alla testa, mi innervosiva ancora di più. Mi alzai. Avevo una mezza erezione. Erezione di rabbia.
Ero consapevole che le mie erezioni con lei e per lei non sarebbero servite certo per fare bambini. Erano un disperato grido d'aiuto in una stanza insonorizzata, il mio cervello stanco, una pistola carica puntata alla tempia sinistra. Niente è per sempre e niente è al completo in questi lidi. In questi lidi senza bagnini, i miei, il troppo desiderio invade la spiaggia libera della voglia di morire.
E quindi, il nudismo definitivo.

Accesi una sigaretta e mi allontanai. Feci in tempo a sentire la sua voce che mi chiedeva retoricamente “te ne vai?” e raggiunsi i bagni dello stabilimento. Solo, in piedi a picco sulla tazza del cesso, guardai il mio attrezzo quasi completamente in erezione. Mi disgustava profondamente. Persino di più del disgusto che provavo per me stesso quando mi innamoravo. Un uomo innamorato che non nasconda il suo stato è uno spettacolo penoso.
Dovrei venire di nuovo, mi aiuterò”, considerai. Ma lasciai perdere. Quando vieni per rabbia ti condanni. Il cazzo restava lì, probabilmente mi guardava. Nella mia vita c'era qualcosa che non andava. Finivo sempre per far sbavare i desideri. Troppo e oltre. Sempre. Il possesso, la consapevolezza del bisogno di quella sensazione, mi dimezzava. Un vero fesso.
E pensare che per lei avevo interrotto quella relazione così quieta e tendenzialmente soddisfacente. In quella relazione non eiaculavo quasi mai e la rabbia stava a zero. Parlavo poco, ero solo gentile e piuttosto amorfo. E non avevo voglia di morire, di sbiadire. Nemmeno di partire. Nell'altra relazione mi eccitavo solo per l'eccitazione dell'altra. Di desiderio spontaneo neanche l'ombra. Desiderio autonomo inesistente. Solo riflessi. Cortesi riflessi. Vaffanculo.
Non ero un uomo pulito. Lo sapevo. Era lo sbaraglio che mi muoveva, quasi sempre. Quando quel mio vecchio compagno di scuola mi aveva presentato la sua compagna, avevo provato desiderio sessuale e glielo avevo fatto anche intuire. Ai funerali non pregavo. Ai matrimoni non mi complimentavo. Della mia infanzia conservavo un ricordo fatto di Madonne trasparenti in bottiglia, incubi notturni, cotolette al latte, bugie di parenti, rifiuto del catechismo, infantile anarchia e masturbazione solenne per le amiche di mia madre e mai per le pari età.
La compagna del mio vecchio amico non mi piaceva nemmeno, ma qualcosa mi aveva spinto a considerare, solo considerare, di profanare quel legame con la mia sporcizia impulsiva. Neanche ideologia del marcio, peggio: derive. L'errore come la sordina della tromba, nel momento sbagliato. Quando ogni Dio è lontano. E non si dovrebbe mai suonare quando Dio è lontano.

Mi tirai tutti i capelli all'indietro, gonfio di risentimenti atavici, invecchiati, mal gestiti e incomunicabili. Il cazzo duro nel costume, la bocca socchiusa, il cuore svuotato su un banco di scuola tra temperini, gomme da masticare e figurine. L'amore era quiete? No. Rivoluzione? La parola rivoluzione era in bocca a troppi idioti, mai usarla. Pensai che da vecchio, se mai ci fossi arrivato, avrei rischiato il lolitismo. Pensai a vecchie storie finite a cosce all'aria e senza godere sul serio. Storie di bava che diventavano veleno calmo s squallido. Cos'è la quiete? Una testa che va su e giù sul mio sesso? I complimenti di un superiore, l'ipotizzata grazia di un Dio somministratore di perdoni? Può mai essere la quiete la geografia di buoni rapporti con chi ti sorride, anche solo per inerzia? La quiete è scrivere libri, essere stimato come generatore di parole e come cantastorie? La quiete è poter dire “mi piace la solitudine” senza il dileggio del caos altrui? La quiete è per caso guardare il proprio amore accettato e giudicato degno?

Andai al bar. Chiesi un caffè per me e un gelato per lei. Mi guardai i piedi, maledetti infradito. Detesto gli infradito da sempre: sono delle calzature oscene. Di notte muovo i piedi durante i brutti sogni. Sono come dei metronomi che danno il la a immagini difficili.
Poi la raggiunsi. Stava ascoltando della musica e prendendo il sole. Aprì mezzo occhio: “Chi si rivede?”
Gelato”, dissi stupidamente.
Oh, grazie...”
Tirandosi su sul lettino di plastica, offrì ai miei occhi il collo, le spalle, le schiena. Tutto quello che non avrei mai avuto, pur potendoci giocare per un po'. Ma io non sapevo giocare con l'amore. Non giocavo con il suo corpo e nemmeno con la mia ossessione. Giocavo con la fine, come al solito, senza intellettualismi. Per questo mi sentii autorizzato a chiederle, porgendole il gelato: “L'hai mai vista la statua del Galata morente?”
Ho visto quella del Galata suicida”
Già”
Il sole, stava finendo. Lei no e io, non l'avrei mai saputo.

Luca De Pasquale 2016









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