22/09/16

La vecchiaia minacciosa, i santoni rock sulla punta del cazzo


Delle persone anziane reggo lo sguardo, ma non riesco a guardarle di spalle, con il loro passo lento e la loro irreale pazienza.
Non riesco a reggere la malinconia della vecchiaia: se loro resistono -e io li ammiro da morire, gli anziani-, io soccombo senza possibilità di salvarmi.
Mi vergogno spesso di fronte a loro, mi vergogno della mia codardia, della violenza che mi porto dentro, dei modi spicci e feriti, del veloce turpiloquio della mia memoria.
Mi vergogno dei lutti che non ho superato e che hanno innescato un cocktail di culto e vendetta.
E mi vergogno di essere un uomo violento, anche se non ho mai fatto del male a nessuno. La mia violenza è navigare sotto i bordi, quasi solo di notte, parte della mia violenza è tutelare chi amo ma non me stesso.
Ieri per strada mi sono trovato una donna anziana davanti, claudicante, stoica, e ho iniziato a sentire disagio. Poi, sorpassandola, mi sono girato a guardarla in volto e le sue rughe profonde, incise, mi hanno rassicurato. Non le mie, appena accennate, lava che sembra disegnata: del resto credo che la mia faccia si possa cancellare. Il mio naso imperfetto, i piccoli spiazzi sotto gli occhi, le guance che dimagriscono per i pensieri e si rimpolpano quando sono stupido, coglione e vitalista.

Può anche essere che la donna mi abbia lievemente sorriso, sì, è possibile. So però che mi sono allontanato velocemente, sulle mie gambe, sulle mie inquietudini.
Avevo in testa di scrivere qualcosa sui santoni rock, qualcosa di corrosivo, qualcosa di selvaggio, perché sono insofferente. Detesto quegli atteggiamenti saccenti da illuminati, da spianatori della strada, da guru e pigmalioni, da veri rocker con il sospensorio. I santoni rock sono facili da sputtanare, perché non smettono mai di raccontare degli innumerevoli concerti ai quali hanno partecipato e se citi una band particolare e originale loro non te lo consentono, ti devono subito rimettere al tuo posto, che è quello -cristallizzato e osceno- di eterno apprendista sbavante. I santoni rock mi stanno sulla punta del cazzo e questo non è turpiloquio. La loro competitività protratta è ridicola, il loro status è ferito e incompleto per definizione, non meno dell'umanità intera.
Sono fragili, paurosi: se tu conosci benissimo i Rush, loro ti spiattelleranno quanti concerti dell'immensa band hanno reportato e di quella volta che hanno bevuto una birra con Geddy Lee: pensano che così ti levano da mezzo, ti inibiscono. E invece no. Perché, per esempio, io Geddy Lee me lo porto in testa, Geddy Lee mi suona dentro. E pazienza se non ho l'edizione Gold Super Audio di “Roll the bones”. Gli audiofili hanno dei chiari problemi con le dimensioni del pene, come quelli che guidano SUV o sfoggiano donne che sembrano uscite da una casa di moda.
Ma quella donna anziana, la tristezza che mi ha messo addosso, ha scongiurato il pericolo che io scrivessi un pamphlet contro i santoni rock e la loro boria autoreferenziale. La visione della vecchiaia mi ha inibito per davvero, soprattutto perché io sono un fottuto codardo.
Ci vuole uno spirito particolare per invecchiare senza vomitarsi addosso e camminare sotto il muro; so di non possederlo. Verrò meno, mi deluderò. Avrò paura della morte e della non autonomia, perché non so costruire chiese, nemmeno una talmente piccola da contenere le anteprime delle mie paure.
Non so pregare: contemplo la riconoscenza, ma finisco per confondermi e contraddirmi. Contemplo l'amore, eccome: ma senza passione è probabile che io sia solo un verme. Forse senza cazzo sarei come uno scrittore senza carta o senza computer; senza forza addosso, la forza di questi anni, finirei per avere terrore di crollare e mi inventerei un dio impasticcato da tradire.
Il modo in cui si sono amati i miei genitori, di quiete, di piccole abitudini, di cura disinteressata, di devozione mai urlata, mi annichilisce: ho un complesso di inferiorità, sono uno stronzo.
Ora faccio il gallo sulla monnezza perché -alla mia apparenza- non ho più nulla da perdere: attacco, rientro, attacco di nuovo, mi suicido e poi celebro la resurrezione, ma sono giochi di fuoco che officio da solo, in un microcosmo personale di giocattoli andati a male.
Quello che ammiro, quello che emoziona, non lo vedo nello specchio. E allora devo distrarmi, magari attaccando i santoni rock e i loro santini ormai quasi impotenti. Ma è un gioco della mia notte, Dio mi sputerà in faccia se non imparerò la disciplina della vera decadenza, quella che non è mai roba facile per uno scrittore.

Luca De Pasquale 2016


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