04/09/16

La cassetta di "Benny Merdons"


In un piovoso pomeriggio di settembre del 1989 mi precipitai da Top Music a via Merliani.
Qualcuno direbbe “Vomero, Napoli”, ma devo precisare per l'ennesima volta che il Vomero non è una cittadina alle porte di Napoli, semplicemente un suo quartiere.
Entrai trafelato nel negozio, al quale si accedeva scendendo delle scale piuttosto ripide, e mi imbattei subito in ciò che cercavo: la vetrina delle cassette originali. Nel 1989 non avevo più il piatto e il cd lo avrei scoperto molto dopo: acquistavo cassette. Che puntualmente finivano per smagnetizzarsi molto presto. Le ascoltavo in una specie di radioregistratore metallizzato con tasti rettangolari color arancio, che nemmeno il più sfigato degli aspiranti rapper avrebbe adottato come compagno di strada.

Finché compravo pop, la cosa era possibile. Ma avevo serie difficoltà a trovare le cassette originali di Ronnie James Dio, dei 220 Volt o degli Anthrax.
Quel pomeriggio, però, dovevo avere del romanticismo addosso, se è vero che mi lasciai ammaliare da una cassetta di colore blu carico, che raffigurava una specie di Johnny Hallyday in salsa yankee, capello biondo fluido e aria sofferta. Lessi il nome: BENNY MARDONES.
Il tizio mi convinceva ad istinto. Mi sembrava adatto a prendersi carico del mio lato FM e più ingenuamente radiofonico: sapevo di non potermi imbottire solo di thrash, black e speed metal. Mi piaceva deviare e quel tipo biondo mi sembrava in linea con personaggi che conoscevo già, come Richard Marx, i Survivor (per via di Rocky, lo ammetto), Gino Vannelli e altri. Ma non avevo alcuna prova di questo: solo intuito.

Raggiunsi il banco. C'era Armando, il mio primo mentore: capello brizzolato, occhiali fumé, appassionato di jazz e fusion.
Salve”
Ciao”
Mi interessa una cassetta lì in vetrina”
Guarda che ne sono arrivate due che avevi ordinato: 'Thundersteel' dei Riot e 'Nobody's perfect' dei Deep Purple. Non le vuoi più? Io te le ho prese apposta per te”
Nel suo tono c'era un giusto rimprovero che però non mi scoraggiò affatto.
Le prendo la prossima volta, ora ho un'urgenza...”
E va bene. Qual è la cassetta?”
Quella al centro di colore blu... quella... quella di BENNY MERDONS”
Chi?”
Ben... ny... Mer... Merdons, credo”
Ma non si dice come pronunci tu! Si dice MARDONES”
Scusi”
No, figurati...”
Armando ridacchiava, io mi sentii molto stupido ma contento: avrei potuto esplorare musica nuova, mi piaceva quel cognome esotico, MARDONES, poteva essere anche un attaccante del Guadalajara...
E poi, dopo giornate in cui mi massacravo di riff, di hook metallici, di voci enfatiche e stridule, avevo bisogno della cassetta della notte, più romantica. L'avrei usata per scrivere, per sognare. Quella mi sembrava adatta.
Quando salutai Armando, mi resi conto della mia sindrome: avevo in lista più di mezza discografia dei Deep Purple, ma continuavo ad alternare acquisti senza nessuna regolarità.

A casa, passate le ventidue e con i miei genitori mezzi addormentati vicino al televisore, presi le cuffie (padiglioni gialli, quasi pendant con i tasti del registratore) e scartai Mardones. Ascoltai la cassetta poggiandomi sul tavolo di lavoro di mio padre.
Il lavoro mi sembrò più che valido. Classico disco radio-oriented a stelle e strisce con fior di turnisti: infatti non ci misi poi tanto a scoprire, in seguito, che nel progetto erano coinvolti nomi come Mark Mangold, Robert Tepper, Michael Thompson, l'immancabile Jeff Porcaro e soprattutto i bassisti Dennis Belfield e John Pierce. Roba forte.
Porca troia, dovrò scrivere in modo che si innamorino tutte, e dico tutte”, delirai, all'altezza di un pezzone come “Into the night”, un classico di Benny Mardones in quel caso rivisitato in chiave ancora più AOR.
Mi pensavo addosso e dunque continuai: “Evidentemente ho qualcosa di spezzato dentro. È palese: me lo porterò dentro per sempre. Devo rendere questa assurda debolezza un punto di forza: tutte dovranno provare qualcosa per me, ognuna di loro. Le donne impossibili, le donne degli amici, quelle che inizialmente mi ignorano, le snob, le ricche, le distaccate, tutte dovranno almeno chiedersi 'ma chi è questo? Accidenti, però scrive..' Sì, voglio questo, voglio fare l'incantatore”

Ero un coglione. Ero ingenuo, imbecille (anche imbelle) e avevo letto troppi libri di D'Annunzio: che, per inciso, considero uno scrittore enorme con limiti di contenuto. Il “Notturno” è per me un caposaldo e guai a chi me lo tocca. Lì c'era un vero scrittore, diventato semicieco e capace di sciorinare una prosa tanto pomposa quanto magica; oggi gli scrittori scrivono al PC tenendo da fuori ego e ansie da prestazione, permettendo che queste due orrende entità inizino a combaciare pericolosamente.
Per lo scrittore da tavolino, buono e attento ai bisogni patologici dei lettori, di cuore e attento alle masse, l'importante è la storia, "principalmente la storia".
Col cazzo. Dipende pure da come la scrivi la storia, e oggi è un dato di fatto che la prosa letteraria si sia appiattita verso il basso, pur di piacere.
Credevo davvero che il dolore -presunto o reale, interiore o rampicante- potesse funzionare, fondersi sull'anima e fissarsi sulle scene del piacere come una benedizione?
Disagio, dolore, precarietà, tinte malate e lingue in bocca che non significano “futuro” sono in pochi a trovarli attraenti. Sembra sempre un gioco decadente destinato a finire male. L'amore sotto la pioggia non diventa rifugia, si spugna e inizia anche a puzzare, come i piedi di un commesso dopo dieci ore all'impiedi.
Gli uomini feriti non riescono a convogliare le voglie sulla loro inevitabile ambiguità a luci basse e spesso nemmeno verso il loro membro eretto: dopo il brivido, veloce e precoce, c'è la desolazione. I loro regali somigliano a dei testamenti, i loro baci a una mania che non può guarire dalla fascinazione per l'ultimo giorno a disposizione. Forse è proprio così.
Perciò, quando si sognava sul piccolo dolore -grazie anche alla cassetta di Mardones- si era davvero stupidi, ma meno di oggi, quando siamo tentati di ringraziare chi non giudica in anticipo, come fosse un mezzo dio.
La regola dovrebbe essere accettare e accogliere le storie diverse dalla nostra: ma siamo così sconci e parziali da non trovare una via di mezzo tra il bisogno di amare ridicolmente e il fabbisogno di odio.
Non tentate amori sotto la pioggia: funzionano solo nei film.

Luca De Pasquale 2016








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