29/09/16

Il suicidio dell'ingegnere, il sesso veloce di notte

foto di Paolo Belletti
La mia interlocutrice ha le gambe accavallate fino in fondo. Senza malizia, ma così è.
Non riesco a guardarla in faccia, sono imbarazzato, cincischio, mi perdo in dettagli, pronuncio sei volte in due minuti la parola “diciamo” e anche “infatti”, il tutto con un'aria che non mi si addice affatto.
Intorno è ancora estate, lo dimostrano le cosce nude della donna, lo testimonia la mia insofferenza, il moto perpetuo delle mie mani e pure il gusto deludente della sigaretta.
La donna mi dice che ha un figlio. Rilascio un sorriso stanco, imperfetto, tutto a sinistra, da comparsa.
Io non ho un figlio e canticchio mentalmente una canzone da ore, la cover che i grandi Ulver hanno rilasciato di un classico dei Byrds, “Everyone's been burned”.
Di questa donna non mi piace l'atteggiamento idolatrante nei confronti di un noto scrittore e nella cieca fede che ostenta verso le parole di Beppe Grillo e compagnia. Di questa donna mi piacciono i ragionamenti finché si resta sul vago, e mi piacciono le sue cosce. Di me, qualche volta mi piace la libertà in potenza e un certo modo di soffrire, nei giorni migliori.

Vado in ufficio a chiedere delle informazioni e non sento proprio nulla di quello che mi dicono. Annoto meccanicamente qualcosa, annuisco mentre il tipo sta ancora parlando, come facevo a scuola quando fingevo di seguire il docente. Mi va una sigaretta e non vorrei avere vincoli, orari, appuntamenti. Divago, cambio strade di pensiero. Ricordo che una volta mi sono lasciato con una donna in un ristorante: cenammo lo stesso in un'irreale atmosfera di complicità e smania del dopo. Uno schifo. Non celebrammo scopate d'addio. Speravo di innamorarmi di quella donna. Innamorarmi in quel modo disperato e insensato che mi cattura come gli odori della mia infanzia, quelli che in fondo non ho mai conservato per più di un attimo di incredulità.
Mentre lo sportellista informativo mi parla, ricordo anche che in un'occasione iniziai un gioco perverso e al massacro con una persona già legata. Io la provocavo, lei mi provocava. Io mi sentivo tenebroso e stronzo. Io volevo creparmi, come un bicchiere. Non reggere il troppo calore o il troppo gelo. Fagocitai indegnamente un'ossessione sessuale senza sbocchi. Non mi ricordo chi dei due crollò per prima, fatto sta che quando ci incontriamo per strada non ci salutiamo nemmeno.
Ti piacerebbe sbattermi, eh?”, mi digrignò in faccia, in un giorno d'estate.
Risposi no. Era sì. Non mi crepai.

La ringrazio delle informazioni. N'norno”
È la mia voce. Che se ne va con me. Due anni fa un ingegnere amico di mio padre si è sparato in bocca. Alle quattro del mattino, seduto nel letto. Era divorziato senza figli. Aveva debiti. Che ne so se ha chiesto o meno perdono a Dio? E se c'è effettivamente da chiedere perdono a Dio? Che ne so io di suicidio?
Me lo porto tatuato addosso, come il nome di una vecchia fidanzata decaduta. Anche se sono consapevole che gli effetti e i postumi di quella parola orrenda sono nelle mie mani, nel mio modo di disperarmi per gli affetti, nella mia paura di fare male, molto male, e nell'occasionale e furtiva smania di essere talmente senza scrupoli da iniziare a dormire per colpa.
Da bambino, sotto l'ombrellone della famiglia amica dei miei genitori, una bambina mi dava dei baci. Si chiamava Domenica. Mio padre mi sembrava forte della sua debolezza, mia mamma conduceva tutto. Mi piacevano le luci della notte e le bambine che non mi guardavano mai.

C'è una foto della mia vita che mi piace ed è consueta.
Un piccolo lume sulla scrivania, alla sinistra della finestra, io seduto che con calma scrivo e forse sfiorisco. Quando scrivo mi tolgo l'orologio. Quando scrivo, dietro le porte a vetri di casa mia c'è sempre qualcuno che non conosco. Spesso sono ricordi disattesi, suggestioni monche, appuntamenti che dalle parole cadevano nel silenzio. Ho scritto affamato e mi sono ostinato a non prepararmi da mangiare. Ho scritto con la febbre, con i brividi nella schiena ogni volta che pigiavo su un tasto.
Non ho mai pensato, neppure per un solo istante, di essere salvo grazie a queste istantanee notturne. Scrivere è meticciato spesso disarmonico. È un fermo alla frontiera, per ore e ore. Scrivere così, un lume e la propria persona, è amore tradito. Poca voglia di lasciare l'idea di te a navigare nel corpo di un'altra persona.
Scrivo e sfiorisco. Con cura, con educazione, anche quando sono allegro. Stavolta la malinconia non c'entra. Scrivere al buio è una sfida, perché la notte è già piena di suo, già carica, di notte ogni desiderio è superfluo e forse malato.

Cosa può volere un uomo?
Riconoscimenti.
Voglie. Di stare dentro. Dentro la vita, dentro una donna, dentro la notte. Non sull'elenco delle punizioni divine. Lontano dall'alcol, dall'odio fesso, dal rancore sovrastrutturato. Nelle emissioni sonore di una canzone cupa e ambientale. Strapazzato e eccitato dalle luci e dai corpi. Capace di scrivere un libro come di piazzare la propria fine oltre uno steccato di anni disponibili. Cosa può volere un uomo, se non dimenticare la dipendenza da quel verbo a forma di lama, “tradire”?
Nella smania di dimenticare ho anche fatto schifo. Nel far pesare l'indifferenza, sono stato meschino.
Avresti voglia di sbattermi, eh?”
Sì. Sì, avrei voglia di sbatterti. Ma come si fa a essere pieni come la notte senza fare schifo?
Sì, ti vorrei sbattere. A quelli come me piace generare piacere e evitare, per quanto possibile, il proprio nello specchio. Il piacere è una smorfia, promette troppo, poi non scrivi più. Sei nella smorfia della voglia, di notte non scrivi più.
L'ingegnere amico di mio padre si è sparato in bocca alle quattro del mattino. Il sangue è finito su un quadro che mio padre gli aveva regalato.
Io so qualcosa del suicidio e non ho paura di scriverne e di sentirne l'odore caustico, seppellito e osceno. Dire che non mi riguarda è imbecillità.
Me ne devo occupare. Di notte, alla scrivania, dopo averti sbattuto come strumento e non come amante.

Luca De Pasquale



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