26/09/16

I brividi delle ricompense


Quando uscivo dai cinema, d'inverno, mi venivano sempre attacchi di freddo. Convulsi, spietati. Iniziavo a tremare, finiva che dovevo accendermi una sigaretta per riprendere un minimo di controllo.
In quei momenti avevo la sensazione di essere finalmente in grado di non dare nessuna definizione al mio disordine emotivo, al mio caos e, appunto, a quel freddo interiore che è stato un mio necessario compagno di crescita.
Soprattutto se decidi di metterti in gioco, di amare qualcosa o qualcuno e che questo non sia civetteria, prima o poi avrai un gran freddo e ti scapperà di avere paura.
Paura di crescere ancora, forse, e dunque di morire.
Paura che i sentimenti, nella loro astrazione così terrena e stringente, siano troppo per la tua anima e per la tua vita; che siano così impegnativi da esporti al rischio del ridicolo.
Tutte le volte che ho patito attacchi di freddo a tradimento, tutte le volte che ho tremato fino a tornare finalmente bambino, sono riuscito a dirmi che ero vivo e non solo un figlio di puttana a compartimenti stagni.

Ho tremato tante di quelle volte, fuori ai cinema e agli appartamenti, che qualcuno era poi costretto ad abbracciarmi. E io accettavo. Continuavo a tremare finché l'abbraccio non diventava un saldo, un rimborso esistenziale, probabilmente una ricompensa.
I miei inverni erano così diversi dagli inverni meteorologici da portarli allo scontro, da impedire che il mio corpo si abituasse all'inverno degli altri, dei passanti distratti, delle belle donne, degli affetti persi e massacrati, della musica lasciata nei cassetti, del sole preso a pugni in momenti di euforia.
Ma per disinstallare l'inverno dal cuore di un uomo non bastano gli abbracci. Perché finito il calore del momento il clima si riconferma, con le sue abitudini, con le sue ossessioni e i suoi riti non condivisi, sfuggenti, equivoci e taglienti.

Da ragazzo, il mio inverno interiore, quel soldato timido che invocava tregue quando non ce n'era realmente bisogno, era simboleggiato dal mio sorriso breve, dai miei libri, dai miei dischi. Ma non mi bastavano i simboli. E magari decidevo di innamorarmi. Principalmente di difficoltà, di annunciate delusioni, di sfide contorte, improduttive. Mi innamoravo di distanze per dimenticare le mie. L'ho fatto fino a poco tempo fa.
E la sera, anche se non posso ricordarlo, pregavo perché le ricompense non arrivassero a gettare ulteriore scompiglio.
Come negare che le distanze preservano concrete parti della nostra storia personale?

Una volta tornai a casa di notte da Posillipo, sotto la pioggia d'inverno. Un'ora di cammino. Ero stato a casa di un amico a cazzeggiare, avevamo fumato e parlato di musica, ragazze e chissà cos'altro. Sotto un assurdo giubbotto a scacchi indossavo una t-shirt della quale andavo orgogliosissimo, con l'icona mostruosa di “Grendel” dei Marillion. L'immagine era poco rassicurante per i miei genitori, che nella loro ignoranza giustificata pensavano ai Marillion come una di quelle band sataniste che andavano per la maggiore. Quello fu l'anno in cui “Clutching at straws” diventò il mio disco-icona. Avevo letto, forse su “Ciao 2001”, che il disco raccontava della crisi esistenziale di Torch, ideale continuazione del personaggio del Jester con cui i Marillion avevano iniziato. La cupezza di quel disco, con la sua mancanza di un concetto forte di redenzione, era ideale per accompagnare quei primi passi nel mondo adulto che non mi trovavano convinto o particolarmente fiducioso.
E così, come un piccolo Torch napoletano, tornai a casa in piena notte, fradicio, confuso e pensieroso, con il giubbotto che sembrava una grossa spugna a scacchi e la maglietta di Grendel che sembrava nera.
Trovai mio padre in piedi. Mi guardò con aria di rimprovero, ricordandomi che non potevo ritirarmi quando volevo. Dovevo avvertire, quando facevo così tardi.
Forte però delle sensazioni provenienti dalla promenade notturna, attaccato come un ragno alla tela liquida del basso di Trevawas nel disco dei Marillion, quasi gli risi in faccia.
Percorsi il corridoio buio non rispondendogli più, perso nella mia stupida insolenza adolescenziale. Quello, per Dio, era mio padre e oggi è l'assenza che più striscia nelle mie notti.
Raggiunsi il bagno e mi cambiai. Improvvisamente, quando mi sfilai la t-shirt di Grendel, iniziai a percepire l'arrivo di un'onda di brividi ghiacciati. Mi ricordo ancora della mia faccia bianca e stupida allo specchio mentre tremavo. Ricordando la canzone che più mi faceva male, “Sugar mice”, mi sussurrai quel che mi navigava dentro come un presagio stanco, e cioè che l'amore, qualsiasi forma di amore, un giorno mi avrebbe ucciso. Fatto a pezzi.
Avevo messo in funzione il mio juke-box di brividi, aggredito dal freddo in un angolo familiare della mia crescita difficile.
Oggi, sono un sopravvissuto qualsiasi. L'amore mi ha fatto a pezzi e io sono stato gentile, tollerante, persino creativo. Ho resistito. Come quel disco ha resistito nella mia memoria selettiva e come lo sguardo di mio padre è finito, irrazionale e eterno, nelle mie mani fredde.
Quel che rimane è la mia malinconia. Profonda, inguaribile, eccitante.
Sono un uomo malinconico, un professionista della malinconia. Probabile che io scriva anche per questo.
Le ricompense? Aspetteranno. Al bar, dietro il bancone vuoto, sugli sgabelli di pelle senza lacrime, nelle bottiglie scure che mi tentano senza alcuna possibilità di essere consumate.

Luca De Pasquale 2016










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