08/09/16

Disperate curiosità

“La presi con violenza tra le braccia e sentii la solitudine calare su di me, reale come l’odore umido, da cimitero, dell’erba, malinconica come il ruscello che scorreva davanti a noi. Mi sentii pesante come una domenica, come se il tempo potesse trascinarmi in un mondo simile ad una brutta stampa, vuoto, noioso e perduto. Scacciai l’immagine che la solitudine aveva creato (i boschi di sera, le due figure avvinte senza una vera ragione, le ombre) e frugai nella mente alla ricerca di belle parole da dire…”

John Braine, “La stanza di sopra”

Il cane zoppo gironzola fuori la stazione. Chissà se lo capisce, che bagagli e sorriso a parte, sto quasi come lui. Lo guardo, seguo la sua fuga dalle carezze e dalla carità, sento il sudore sotto la camicia e la sigaretta sa di rabbia convertita, addomesticata solo per qualche ora. Sì, solo per qualche ora.
Poi vado al binario ad aspettare il mio treno. La nuova sigaretta sa di pausa pranzo al lavoro, sa di ricordi sgradevoli e di finte occasioni perse. Sto partendo e non l’ho detto a nessuno: perché dare queste informazioni? Non l’ho fatto a vent’anni, oggi sarebbe ancora più stupido. Al binario di fronte c’è una ragazza con un vestito verde smeraldo molto corto, ma non a campana o a sbuffo: si chiude quasi come un pantaloncino. Le sue cosce abbronzatissime spuntano comunque fuori con molta evidenza, sembra un dolce di menta e cioccolato con un ombrellino giallo piantato sopra. Gli operai della stazione se la squadrano con cura, cupidigia assennata e una calma irreale. Joe Lampton, l’eroe di John Braine in “La stanza di sopra”, l’avrebbe definita una ragazza di terza categoria, in senso buono; terza dall’alto in un insieme formato da dieci categorie.
La osservo come se fosse un dolce in vetrina, in una pasticceria che non bazzico e dove non sono stato il benvenuto. In treno, che arriva con quaranta minuti di ritardo, come al solito non ho voglia di sedermi; osservo il panorama che scorre veloce e fetido oltre il finestrino macchiato di uova o vernice o chissà cosa. In testa faccio la solita chirurgia di sempre, recido, svello, smonto, caustico, allargo e bendo. Non so perché, mi viene da pensare a tutti gli inviti per quei caffè del cazzo che poi non si concretizzano mai. Le intenzioni forse sono anche buone, ma quanta bonomia sprecata, per Dio. In fondo, si fa una grande e inutile fatica solo per non dire “mi sa che non abbiamo niente da dirci, le nostre vite non convergono, salutami a soreta”.
Nella mia carrozza c’è solo una donna di mezza età –annotazione che non significa nulla né per me né per il lettore- che continua a registrare messaggi vocali per whatsapp. È rivoltante vedere queste bocche che si piegano per parlare in un telefono, tenendolo piatto come una sogliola. La donna non mi attrae per niente. Non mi verrebbe mai duro per lei: neanche per rabbia. E di rabbia ne ho una flotta, ho un’intera compagnia di navigazione. I viaggi in treno sono sempre una cesura violenta per me: mi sembra di dimenticare ogni cosa, ogni persona, ogni piacere, ogni ipotesi di destino. Mi sembra di aver vissuto troppo e con la spia dell’irrazionalità perennemente accesa a capriccio. Chi mi ha leccato la faccia per gioco è morto. Il cane pazzo che lasciavo slegato di notte, anche lui è morto; o forse si è tramutato in un gatto soriano, una fotografia, un’infatuazione disciolta in notti confuse, estive, notti di bocche umide e ricordi azzerati ancor prima di cominciare.
“Cosa faresti tu per me?”, mi chiedeva qualcuno, un tempo illimitato fa. E io rispondevo sempre “tutto, forse”. E poi vinceva il forse, perché il tutto è pur sempre una farsa stancante, debole. Scenica ma debole. Oscillo tra i venti anni e i settanta in continuazione, e poi più o meno faccio media. In questo treno, oggi, ho quasi cinquant’anni, una cicatrice sulla bocca che parte dall’interno. So di essere sano solo perché non ho svolto approfondimenti. Sono sano per ignoranza e lassismo: ma sono infetto sotto gli altari, nella contemplazione faticosa di entità compensatorie, che mi distolgano una volta per tutte dalla collezione di beni posizionali che continuo ad accumulare, a scapito di affetti che, tremando di niente, di quel niente crudele alla portata di tutti, mi muoiono addosso a scadenze imprevedibili.
La donna mi chiede quanto manca ad una fermata mentre penso a cose disordinate, tra le quali la nostalgia immensa per quel vinile dei Marillion che consumai a tredici anni, iniziando a costruire la mia insonnia precoce. Rispondo alla donna e il mio tono è nasale, quasi pornografico, come pornografica è la nostalgia che ricopre la mia anima durante questi brevi spostamenti. Ho voglia di accendermi una sigaretta, ma il controllore passa troppo spesso. Non voglio litigare con lui. Non voglio farmi sgridare come un ragazzino: oggi ho cinquant’anni e sono imbottito di pornografia mnemonica orrenda e gisutificabile.
“Spogliami tu: vuoi?”. No – avrei dovuto dire. “I tuoi genitori sono orgogliosi di te”. E per quale motivo, poi? – avrei dovuto rispondere. L’ho sempre pensato, che la gente parla troppo. E, ancor di più, elabora troppe ipotesi, nei fumi di approcci psicologici senza basi e senza elasticità di giudizio. Giudichiamo gli altri in primo luogo per i nostri stessi errori: sarebbe comico se non facesse schifo.
“Ti ricordi? Non puoi non ricordare!” Non voglio ricordare: andate affanculo. Non voglio e non devo ricordare, mi devo tutelare. Ho fallito viaggi d’amore per voler ricordare troppo, come molti sono schiavo dell’essere stato un bambino e aver subito le bugie degli adulti, le loro ridicole congetture, ho iniziato a scopare mentre loro morivano lentamente, uno a uno e ora non sono disposto a fare pulizia per loro o chi è rimasto. Non nego, non dimentico, ma su queste cose sono un predatore alfa: faccio scempio di un gregge per prenderne uno solo.
Arrivato sul posto, penso, andrò in quel pub e cercherò qualcuno che mi voglia nel suo letto. Certo, se continuo a stare in silenzio otterrò ben poco. Ma non mi piace parlare e la convivialità spesso mi disturba, soprattutto quando si manifesta a voce alta. Mi farò usare per rubare i muri di un’altra casa. Per affacciarmi ad una casa diversa dalla mia in piena notte, con addosso i residui di una cosa breve, per l’ennesima volta capace di constatare che è impossibile catturare le luci dei lampioni, le distanze sotto sembianze di finestre accese, gli amori alternativi, le musiche altre, le promesse invecchiate più delle sequoie. Il piacere rende tutto ancora più precario. Il piacere è bugiardo, mai osceno. Complice del buio, assassino di ogni progetto sensato, treno fermo in una stazione che salta sempre. La solitudine, la mia e non solo, è un mio bene posizionale, uno status deforme di spaventosa bellezza. Panacea macchiata sin dalla introduzione, camera iperbarica per conoscenze occasionali con occhi a pesce e bocche cucite. Sono come i vecchi: ricordo benissimo episodi e sensazioni di trent’anni fa, ma quello che è passato in mezzo tra quella roba è il mio ora è una smorfia, è un’estranea che non violerò ma non rispetterò nemmeno. Speriamo che alla pensione mi diano quella camera dove finisco per sognare sempre fontane e giardini deserti, e non morti. E non passioni costruite su nostalgie più vecchie di quella che mi tortura adesso, mentre il treno sferraglia indolente e malato sotto il mio abisso di uomo.
La mia stanza è la quattro. Il televisore non funziona. Mi dicono che non posso fumare in camera. Andassero a farsi fottere, fumerò lo stesso. Mi piace fumare in luoghi chiusi: poi ristagna e ritrovo parte dell’odore che respiravo da bambino, quando essere amato e avere paura sembravano cose normali e accettabili. Fuori alla pensione incrocio gli occhi di una donna, ma non ci faccio fantasie. Basta fantasie di quel tipo: vogliamo degradarci insieme o morire lontani? Il mio avvenire, sai, vale come la preghiera composta di chi tifa per me. Quindi, moltissimo in certe fasi e nulla quando me ne accorgo. La tua curiosità mi arriva già fredda, come la maglia che indosserò alle quattro del mattino in stanza, rimasto senza coperte per i troppi movimenti. Non mi interessa il tuo passato e non mi interessa il mio futuro. Come potrà apparire a te e come lo percepisco io. Il futuro suona come un obbligo dinamico, il futuro è coercizione, ossessione della mente, ricerca spasmodica del miglioramento pur di accettare il disegno intero. Non voglio pensarci, e comunque non con te che sei curiosa per induzione e noia. Conosco solo la curiosità per disperazione: e quello, maledizione, è un affare privato. Più dei lutti silenziosi e più dell’organo sessuale che mi riposa addosso come un cane fedele ora che scrivo. La curiosità disperata è affare interno, allo stato gassoso, non deve indurirsi per risultare virile e costruttivo. Non deve riposare per riprovare. Non riprova mai: tenta, muore, infine si affaccia sulla notte con occhi già provati mille volte.
In una strada che costeggia il circolo nautico di questa graziosa cittadina, vedo una donna vestita di blu. Sembra appena uscita da una cena di gala, ma sono le undici del mattino. C’è qualcosa di morboso e disperato in questa scena. Qualcosa che mi ricorda senza alcun riguardo una solitudine eccessiva, improvvisa e violenta come un conato di vomito. Mi fermo a guardare la donna in blu che cammina su tacchi altissimi e non posso frenare un pensiero veloce che mi sussurra “questa donna è a rischio suicidio”. Troppa voglia di emozioni ed ecco che il suicidio si sveglia dalla sua condizione di mostro innominabile, diventa un silenzioso tentatore che sonnecchia tra un’ora e l’altra, promette amore come Cupido ma ti fotte male come il più scalcagnato dei demoni. In molti credono di sconfiggerlo ed esorcizzarlo con gli abbracci, la confusione, i successi, la popolarità. Si credono al sicuro. Io, quando me lo sono trovato davanti, bello come Helmut Berger, aggressivo e solido come un atleta che gareggia da solo, ho semplicemente sorriso e mi sono chiamato il vento sulle spalle per non avere troppo freddo. La donna sbanda sui tacchi, il cielo è un avvertimento, io mi sento insicuro e senza ricette universali da rivendere al prossimo. Sui cartelloni pubblicitari dall’altra parte del marciapiede, campeggiano le immagini iconiche di due notissimi scrittori, quelli con i sorrisi sempre complici, sempre caldi come un abbraccio che ingloba l’intero creato in una panzana di marketing e autoconvinzione che pochi lettori hanno voglia di demolire. Nessuno vuole demolire chi ci rassicura con vuote parole vibranti di empatia e un sole che entri per intero nello spazio che ci hanno lasciato come avatar. Io, anche se decidessi di leggerli, non riuscirei a evitare di trovarmi davanti quel silenzioso e ambiguo Helmut Berger del nulla che prova a sorriderti quando meno te lo aspetti. Non so se la donna in blu si suiciderà mai, ma sento che il rischio è concreto: troppe aspettative, troppa smania di essere accettata e stupire insieme, troppe lacrime per troppi uomini diversi. Ci tocca a tutti, piangere per numeri più alti della sobrietà che sognavamo un tempo. Offrirò un caffè al mio Helmut Berger, quando lo vedrò sulle mie sedie e tra le mie cose alle prime luci dell’alba. Gli dirò con dolcezza che da queste parti conosciamo l’argomento e che non ha molto senso anticipare i tramonti virandoli a dramma egoistico.

Luca De Pasquale 2016


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