13/09/16

Assenze durante gli orgasmi


Il culto dell'orgasmo: l'utilitarismo puritano applicato alla vita sessuale; l'efficienza contrapposta all'ozio; la riduzione del coito a un ostacolo che va superato il più velocemente possibile per giungere a un'esplosione estatica, unico vero fine dell'amore e dell'universo. Perché è scomparso il piacere della lentezza?
Milan Kundera

Conosco uno scrittore che ha da poco pubblicato un nuovo libro e questo ha migliorato del buon novanta per cento le sue prestazioni sessuali.
Per troppo tempo aveva fatto l'amore muto, meccanicamente, come una marionetta fatta di marzapane e carote. Scopava con tristezza, mesto, senza euforia, senza la pazzia dell'attimo, disilluso, con addosso quella schifosa sensazione di fallimento esistenziale che di certo non aiuta le gesta dell'apparato riproduttivo.
E invece, adesso ha ripreso a chiamare “bambina” la sua compagna mentre la penetra con un'enfasi eccessiva e una platealità plastica che contiene in sé il virus atroce del ridicolo.
Dice cose del tipo “mi fai volare, bambina, sei la mia modella, oh... oddio santo che mi fai che ti faccio che ci facciamo qui”, poi, quando viene, si sente più rilevante di David Foster Wallace e Philip Roth messi insieme.
Sono dell'opinione che sbaglia tutto e quindi è un assoluto coglione.
Perché?
Perché è criminale pensare all'orgasmo maschile (posto che quello femminile rimarrà inconoscibile e fatato, misterioso e cupo come strisce di velluto sovrapposte alla notte) come a un momento di celebrazione e contemplazione di sé e della propria arte apparente.
L'orgasmo maschile è un attimo sopravvalutato di totale stupidità. Quando non subissato da tutta la retorica procreatrice, è ancora più fragile, mingherlino, scontato e gocciolante. Non credo che l'orgasmo sia una piccola morte soltanto, come si ama dire e citare; credo piuttosto che sia una scomparizione in piena regola, un'assenza non priva di dolori retroattivi, intaccata dalla finitezza, dalla fisicità mortificante del momento finale.
Non so: io dopo che vengo mi sento una stella abissale, un'involuzione veloce verso desideri primari e inconfessati, mi sento l'abitante invisibile di un castello di sabbia costruito da un bambino. Dopo che sono venuto mi sento metà eroe e metà merda; in entrambi i casi non servo a nulla e non servirò più alla mia partner.
Non ho certo paura dell'orgasmo, ma di me stesso dopo l'orgasmo sì. Un soldatino suicida, un brano non radiofonico, la chiglia nera di una nave in fondo mai salpata.
E da ragazzo pensavo, “se mi innamoro per davvero cercherò di non raggiungere mai un orgasmo con quella creatura”. Già. Perché le coccole dopo il sesso sono orrende. Sono come un giornale di gossip, come una canzone sdolcinata da portarsi nel villaggio turistico. Sembra che devi riprendere il filo delle cose -e dell'irrazionalità- da un momento conclusivo, contorto, molto spesso annichilente.
Lo scrittore che conosco scoperà meglio e verrà copiosamente finché avrà buone recensioni e si sentirà in progresso rispetto agli standard che intravedeva negli attimi bui, poi riacquisterà quell'aspetto emaciato, sofferto senza voli, ritroverà le sue rughe autoreferenziali e le sue ossessioni sdoganate dalla passione esibita per le “cose artistiche”.
Ma cose artistiche e sperma non sono associati, e l'orgasmo non è una buona torta con le candeline per un uomo che non voglia fingere. Lo specchio del piacere nasconde demoni e forse il sogno è questo, l'eccitazione proviene dall'oscurità nascosta dietro i banali contorcimenti dell'epilogo.
Dopo il sesso penso che si può andare alla finestra e scrivere il proprio nome sul vetro appannato. Per scongiurare la peggiore sparizione. Per demolire gli alias delle troppe madri simulate. Per sconcertare e spiazzare l'oscenità della felicità da rappresentarsi.
Una volta una ragazza mi chiese se non fossi uno di quei tipi che considera amore e dolore come un tutt'uno. No, non direi. Ma l'amore, indubbiamente, non è il poster che può coprire quel buco nella parete (dove a volte si annida un sole seduttore) che altro non è che una foto dell'anima mentre cerca la quiete.
Assente durante parecchi orgasmi. Assente alle feste. Assente sulle panche ripulite dai vicari del giusto. Assente nei miei sogni migliori. Assente per chi mi ama solo perché mostro di conoscere la strada per la mia conclusione.
Assente nei miei giorni di sole, assente nei miei occhi quando decido di piacermi. Presente e prigioniero del vento al richiamo delle cause perse.
Quello sempre.

Luca De Pasquale 2016

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