11/08/16

Un sogno di troppo, e diventi già passato


Stamattina mi sono imbottito di musica come un drogato, un fattone. Sax perversi, battiti animali, tastierine liquide e bassi in erezione come da prassi. Sono uscito, consapevole che la mia vita è un gioco. Che i miei desideri sono una chiesa con i muri scrostati. Senza perpetua, senza chierichetto. Dentro la mia chiesa c'è un dipinto magico e catastrofico, ma io non so chi l'ha creato. Era lì quando ho iniziato a sognare e pregare affinché sognassi.

Ho percorso vecchie strade fumando quasi mezzo pacchetto di sigarette. Il fumo mi snebbia sempre. Mi è necessario: sono peggio di Gainsbourg.
Mi sono ricordato che alcune estati fa uscivo di casa pensando che tutte le donne sarebbero state disponibili. Avevo quel sentore particolare. Pensavo che avrei potuto osare con chiunque e dovunque. Era un pensiero che mi piaceva e mi disgustava allo stesso tempo. Quell'estate non avevo un cazzo da perdere. Vivevo bene nella consapevolezza che il giorno dopo, proprio come concetto, era un lusso di suo. Un regalo, alla fine.
Progetti a lunga scadenza, una fregatura. Fedeltà, una stronzata inculcata per tradizione, per pavidità. Un lacciuolo, una catena arrugginita.
Avevo preso le ferie, al lavoro. Andavo in giro per la città, a caccia di emozioni. Facevo il tipo risoluto, ma tutto quel che chiedevo era di dovermi fermare e iniziare a soffrire per qualcosa di concreto ed altamente evitabile. Come un incontro diluito nel futuro: il peggiore di tutti i mali.
L'idea peregrina -che però appariva vincente- era quella di un sesso veloce tra fantasmi. Fantasmi feriti da altri, quindi predisposti ad incontrarsi per pianificare piccole disperazioni di rinnovamento, manie di odori, sapori, profumi. Confusione sul colore dei capelli, sui gusti, sull'idea della morte. Il tutto sotto lo sguardo rassicurante di una memoria corta e malata.

Avevo voglia di sbagliare. Molta. Troppa, ne ero consapevole.
Ero così stupido da pensare che avrei sbagliato solo io. Invece si sbagliava insieme, fuori sincrono, invertendo i poli dei bisogni, annegando senza neanche una statua a guardarci, soffocati da bugie, pronti a confondere trascendenze da discount e umori intimi già bruciati altrove. Nella notte dei tempi delle Maggiori Illusioni.
Dannate estati di merda con tutta quella smania di sesso incauto, posticcia indipendenza e sberleffo alla fine.
Le donne mi sembravano tutte disponibili. Ero come avvinazzato venti ore al giorno, assuefatto a quella bestialità. Il mio approccio era: “Senti, non me ne frega un cazzo di crepare. Ci incontriamo per un po'? Se hai qualcuno, sono affari tuoi”
Ci si sente vincenti, quando si ha tanta voglia di perdere. Perdere sempre, per dimenticare tutto quel che è uscito dalla scatola di sicurezza. Alcuni uomini della mia generazione, tra i quali io, credono ancora nell'uso fondamentale della perdizione, pur di ritrovarsi.
Speri di salvarti, anche se non lo ammetti; implori il cielo oscuro che ti salvi con l'ultima caduta, ma tutto quello che sai fare è produrti in un fiotto di sperma che ti finisce sul petto e poi evapora velocemente, un po' più della tua stessa vita.
La mia generazione è composta da molti uomini che si sono fottuti da soli, con tutto quell'idealismo maldestro spalmato su radici marce. Leggi von Kleist e ti senti un iniziato, ma lo sai che sei solo una testa di cazzo. Ti illudi di poter giocare al Des Esseintes, ma sei ridicolo. I profumi ti tradiranno ancor prima della tua donna, coglione.

Incontri qualcuno che ti accende fino allo spasimo, che ti rende ancor di più carne da macello. Trasecoli, hai le vertigini, sei orrendo nella tua bellezza nuda e fragile, sei orrendo perchè dietro il vizio c'è la tua fetida voglia di amore ultimo e definitivo. Chiedi di aprirti la strada tra le cosce, di leccarti la bocca, di incerottarti l'anima, ma è la voglia di amare che ti farà precipitare in quella chiesa deserta con il dipinto anonimo. La voglia di amare richiama demoni e venti dalle cavità più oltraggiose del nostro sottosuolo, dove l'idea di felicità continuativa è stata bruciata come una strega. Quando eri bambino, chiaro. Non molto dopo.
Apri le gambe, fammi morire un po'”, chiedi penosamente, e intanto ti volti verso quel mondo gentile e affidabile che hai definito come “amore puro”.
Giochi tra fantasmi.
La carta del Jolly ti ride in faccia, quando scambi un orgasmo per una prenotazione esistenziale infiorettata di bellezza.

Una donna che incontrai quell'estate mi chiese se mi piaceva la musica di George Benson. Risposi sdegnosamente, che cazzo me ne fotteva di George Benson, ma mentii per dispetto. Avevo dei dischi di Benson a casa. E uno di quelli, “In your eyes”, per quanto un po' patinato, aveva sovvertito parte della mia giovinezza più delle seghe in piedi nel bagno a undici anni.
Fui sciocco tutto il tempo del nostro incontro. Fui contraddittorio. Non me ne fregava di morire, certo, e probabilmente nemmeno di godere troppo. Ancora mi interrogavo come un mago di scarto, ci si salva con dolore aggiuntivo?
Questioni da chiesa deserta, nemmeno sconsacrata. Tormenti esistenziali più evanescenti dello sperma di cui sopra. Inclinazioni artistiche bislacche che diventano inferno codificato, abitudine e poi silenzio.

Sono arrivato in edicola, stamattina, e ho chiesto una copia de “Il Messaggero”. Ho scambiato quattro chiacchiere con Don Aldo, l'edicolante. Soffre d'asma. Principalmente ad agosto. Io ad agosto sono la mia chiesa-palafitta e fumo sempre. Generazione persa, la mia.
Un sogno di troppo, e diventi già passato.

Luca De Pasquale 2016






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