24/08/16

Riempimi o lasciati divorare - dai Queensrÿche a John Martyn


Quando mi capitò tra le mani per la prima volta “Rage for order” dei Queensrÿche, ero poco più di un pischello, tutto sogni ed emotività.
Era il periodo centrale del mio essere considerato “strano” da chiunque mi circondava: parenti, amici, compagni di classe, ragazze. Strano, originale, qualche volta genialoide, ma pur sempre “strano”. E dunque da guarire. Da svezzare. Da rendere presentabile. Il mio migliore amico dell'epoca, senza rendersene forse conto, si era messo in testa di “normalizzarmi” o, come disse in quei giorni a loro modo irripetibili, “insegnarti a vivere”.
Al tempo la cosa mi fece rabbia, molta, e gradualmente ci allontanammo. Oggi rivedo i fatti con uno sguardo diverso, tutta quella reciproca sconsideratezza -lui il saggio, io il pazzo- mi fa tenerezza, anche se so che ci ha chiaramente impedito di diventare veramente amici in realtà adulta.

In quel periodo della mia adolescenza e pre-post-adolescenza, ascoltavo continuamente “Rage for order”, che a modo suo era il manifesto della mia stranezza, la scollatura con gli altri. Del resto, negli anni novanta essere metallaro e per giunta metallaro “intellettuale” non ripagava un granché; i Queensrÿche facevano troppe ballate complicate e disperate per risultare commestibili.
Con i Queensrÿche non ci scopavi di certo, ma imparavi a pensare, e a sviscerare le emozioni. Certo, mi eccitavano molto i Van Halen, gli Slayer, i Megadeth (i Metallica meno, nonostante Cliff Burton), i Kiss, i Motley Crue, i Motorhead, e poi c'era il disco solista di David Lee Roth dei Van Halen, “Eat 'em and smile” dove Steve Vai imperversava come axeman e Billy Sheehan al basso era mostruoso e arrapante, ma...
Ma i Queensrÿche andavano bene per le notti di inverno, per la distanza dagli amorazzi tutti saliva e palle gonfie nei pantaloni, erano perfetti per ribellioni che iniziavano a sembrare intelligenti, la loro musica mi annunciava che le emozioni, quelle serie, sarebbero state complicatissime e poco gestibili.
E così, mentre il mio affettuoso, volenteroso e ingenuo amico cercava di mettermi al salvo dal bando dei coetanei e dall'embargo emotivo dei più quadrati e gaudenti, io acceleravo verso altre direzioni, che ho poi sviluppato, ricostruito e infine mantenuto.
Lui suonava la chitarra e catturava continuamente ragazze, io scrivevo, leggevo e dormivo poco. Con le ragazze era già complicata allora: le attrazioni diventavano repulsioni in un amen e i flirt non mantenevano mai quanto promettevano. Lui sognava la California e la sua solarità aveva tutti i crismi del giusto, io invece avevo capito che il buio sapeva chiamarmi meglio del rumore giovanile.
Il giorno e la notte. Correva forse il 1987/1988.

Ho un ricordo molto intenso di “Rage for order”. Lo riascolto di frequente. Chris DeGarmo era un genio, con le sue sofferte composizioni, e Geoff Tate aveva una voce che sarebbe risuonata solenne anche nella più larga conca dell'universo. Non avevo, in quegli anni, eccessiva consapevolezza del ruolo del basso in una rock band, così Eddie Jackson non era tra i miei preferiti. Ma ho avuto modo di ricredermi. Preferivo il grand guignol di Gene Simmons e Blackie Lawless, mi sembravano degli sporchi e compiaciuti peccatori. Il mio idolo era però Tom Araya. La violenza degli Slayer mi coinvolgeva molto.

Quando uscì “Operation mindcrime” non lo comprai subito, lo feci solo a metà del 1989 e cambiò ulteriormente la percezione della musica e della vita. Avevo una ragazza ma ero inquieto, una canna al vento imbottita di dinamite e di veleno. Mi allontanai molto dall'amico educatore, era difficile recuperare la complicità e la reciproca credibilità, anche se tre anni dopo riprendemmo a frequentarci. La cosa paradossale è che mi trovava se possibile più pazzo di prima, fomentato anche da altri contatti che la pensavano allo stesso modo, e credo di ricordare che rinunciò ad educarmi agli “altri”, alle buone maniere a anche al cucco scopereccio. A volte l'affetto non basta a restare amici.
Ero andato avanti. Soffrivo diversamente, mi incazzavo diversamente, idealizzavo cose e persone con più contraddizioni ancora. Avevo anche imparato a radermi quei quattro peli che mi crescevano attorno alla bocca.
Fumavo già forte. Ricordo che quando i miei genitori andavano a letto mi infilavo nel buio e ascoltavo a ripetizione “My empty room” da “Operation mindcrime”. Mi sembrava che il testo parlasse di disperazione, di vuoto: me ne riempivo senza capirci un cazzo, ma funzionava.
Poi mi innamorai dei Rush e tralasciai i Queensrÿche, il resto è più o meno storia, l'amore per il basso rock e hard rock, la sbandata jazz breve e nervosa, le cadenze pop onnipresenti, il petting mancato e mucoso con la musica d'autore, l'insofferenza nevrotica per il commerciale.
Simmons e Lawless erano stati scalzati da Geddy Lee e Stu Hamm. Ora mi piacciono tutti e quattro per motivi diversissimi, anche se le differenze di competenze strumentali sono abissali, incommensurabili, naturalmente a favore di Hamm e soprattutto di Geddy Lee.

Non mi è più capitato di trovare persone che volessero “istruirmi” alla vita come l'amico che ho perduto, almeno quel tentativo era sincero per quanto arrogante come si può essere a venti anni quando si stringe una ragazza e si suona uno strumento. Ma ero arrogante anch'io, perché non posso negare che sì, mi sentivo un piccolo principe del Buio.
Crescendo, mi procurai le armi per fronteggiare i sacerdoti del buon fare, i lenoni dell'aldilà, i salici piangenti che taroccavano il quotidiano per poi finire smarriti in una momentanea lubrificazione chiazzata di dubbia santità. Gli uomini che hanno parlato di più di libertà, a me almeno, sono finiti nel recinto di stallatico della loro insipienza, bisognosi di protezione, di officiare la penosa precarietà dei sensi e degli affetti con gesti ad affetto, visibili anche con i vetri chiusi.

Ma i predicatori sono ad ogni angolo di strada, oggi più di ieri: quasi mai vale la pena ascoltare quanto hanno da dirti o da raccontare. Nonostante tutto questo, paradossalmente, sono diventato più indulgente.
Forse perché, perdendo il lavoro e radendo al suolo gli affetti più fragili si ha la sensazione di ricominciare da zero, come da molto giovani. Rispetto a quello strano e divertente periodo in cui ero il pazzo della (non) comitiva, oggi posso permettermi il lusso di non occuparmi più delle sensazioni altrui circa ciò che è strano, inusuale e dunque “sbagliato”. Con la strada ristretta, si presta meno attenzione al panorama: si pensa alla meta.

Oggi, i tramonti durano meno: hai meno tempo per fantasticare.
Ascolto ancora i Queensrÿche e pure gli Slayer, ma certe serate al sapore di vento e tabacco le trascorro con John Martyn, uno dei simboli di un esistenzialismo individuale che non vuole fare pace con se stesso e stringere alleanze peregrine.
Come potrei pensare di essere un principe del Buio? Non è caduto il buio, ma si è sgretolato il concetto di principe. Alla mia età, sarei un vero coglione se pensassi di poter lanciare proclami millenaristi dalle feritoie della notte, con una veste da camera addosso e i capelli scarmigliati. Mi limito a fare il mio: ma credo ancora alla saggezza del non compiacersi, autocompiacersi ed abboccarsi.
Questo è cambiato, rispetto al 1987.
Forse è poco, forse è troppo.
Ma doveva cambiare. Perché gli anni ti portano a indagare, a scrutare la tua storia personale come un Tom Ponzi qualsiasi, sono gli anni a regalarti il colpo di genio circa l'estrema fragilità dell'amore e delle vicinanze. Tutto è soggetto a cambiamento, a rivoluzioni spesso incompiute, che ti costringono a guardarti allo specchio e ritrovare un pezzo per metà obsoleto e per l'altra inutilizzabile perché con troppo futuro addosso.
Forse pagherei per sognare ancora con “Rage for order”, con la stessa creduloneria di quella fase di vita, ma oggi riesco a trovare una miniatura della mia anima anche in una notte con John Martyn, le sigarette, il vento fuori e il foglio bianco che ti porrà presto l'ultimatum di prassi, “riempimi o lasciati divorare”. O entrambe.
Quante promesse ho mantenuto? Pochissime. Quante premesse ricordo? Nessuna. I percorsi, quando sono realmente tali, le premesse le smontano a prescindere, come zavorra, come tramonti, come vecchi amori buoni solo per tornare ad urlarti nei sogni. Le vecchie emozioni non sono mai domani.

Luca De Pasquale, 2016







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