13/08/16

Positano Fistfucking


Le persone che mi imbarazzano di più sono quelle impegnate nelle scalate sociali, nel consolidamento di status di privilegio, e ancora di più quelle che amano circondarsi di amicizie importanti e di prestigio.
E di persone del genere ne ho conosciute molte, certamente troppe.
Individui con lavori umili e stipendi bassi che facevano davvero di tutto per poter ostentare l'amico con la barca a vela, il direttore di negozio, il musicista noto in città e nei paraggi, il consigliere comunale, il mezzo intellettuale da casa editrice, eccetera.
A Napoli, ad esempio, il mediocre impiegato con smanie di scalata sociale cerca di buttarsi nell'ambiente ovattato di Posillipo o di Chiaia, quasi per dimostrarsi di essere in grado di reggere amicizie con gente dal portafogli e dalle abitudini per forza diverse. Io a Chiaia ci sono nato, ma non ho mai pensato di farne parte. E non aspiravo affatto a diventare amico di figli di notai, di professionisti lucrandi e di altri campioni del profitto e della fama.
L'agiatezza per me non è un valore: tendenzialmente mi lascia indifferente, non farei carte false per arrivarci (e si vede), le caste e le cricche mi danno ai nervi, non altro.
Se un mio conoscente fa il giro del golfo in barca a vela, sono cazzi suoi. Non mi sento ammirato per questo e non riesco nemmeno ad invidiarlo. Sono difettoso in questo. La parola “laurea” non mi fa alcuna impressione. Di base, sono contrario a qualsiasi forma di deferenza e di scomposta ammirazione.
Titoli, proprietà, lusso, abitudini ridanciane e quant'altro sono una parte della vita che mi annoia, che conosco pochissimo e che non sarà mai parte della mia persona.

Petrus Cremino, un tizio che conobbi in una comitiva consumata e liquidata con velocità, è di fronte a me sul lungomare di Pozzuoli. La sua polo finto trasandata è un insulto all'intelligenza. Ha la stessa bocca di un coniglio con un ascesso. Mi offre un caffè. È una persona per bene, chiaro, ma è uno di quelli “dammodo” che ti rompe solo i coglioni. Con la sua sola presenza.
Non hai più visto Capirinha, Sery, Giombar, Pino e Tadzio?”
Non li vedo da almeno cinque anni, Petrus”
Lo sai che ho conosciuto il grande scrittore Ottone Irto?”
Non lo sapevo”
Mi metteva in soggezione”
E perché mai?”
Ma come perché, Luca? Mi stupisco di te, lo sai quanto ha scritto, è una figura di rilievo...”
Tutti, a modo nostro, siamo figure di rilievo”
Continua su questa falsariga per altri interminabili minuti, ma l'errore fatale non l'ha ancora compiuto: ad un tratto, mi dice -senza alcun gancio con i contenuti precedenti- che un suo carissimo amico è praticamente il re di Positano. Il suo carissimo amico a Positano è un nome importante, un'autorità, la chiave dell'acqua del bon vivre e della famigerata accoglienza del luogo. Ora, Positano è un posto fantastico, ma del suo amico davvero non me ne sbatte niente. Vorrei consigliare al suo amico potente in quel di Positano di praticare del fistfucking di primo mattino. Fa bene, apre (anche) la mente, è un'attività in fondo elitaria. Come piace a Petrus e a quelli come lui, pronti a scappellarsi sempre di fronte a chi è riuscito, a chi è stato in gamba, a chi ha accumulato soldi e comodità, alleanze e protettori.
Ma che ci vuole a mettersi in scia di quelli che “ce l'hanno fatta”?
Si tratta di un meccanismo volgarissimo, di un'imitazione patetica e spesso infruttuosa, si tratta di non avere i coglioni.
Se uno ha i soldi e potrebbe essermi utile ma io penso sia uno stronzo, lo evito, mica gli lecco le palle. Basta con gli inginocchiatoi, le lingue raspose, le pose prone, basta con i maggiordomi ed i portaborse. Anche sotto le disgustose spoglie dell'amicizia spontanea. Non ci crede nessuno, coraggio.

Non si stima qualcuno per ciò che ha raggiunto. Quello, principalmente, è un suo affare. Che si ingrossa ben lontano da te, quindi è tutto inutile. Questi manichini dovrebbero piantarla di far roteare ventagli sotto l'ego ipertrofico dei vincenti. Mi fai pesare che possiedi tre barche a vela? Ostenti, parli troppo? Non ti farò complimenti, le vele te le infilo su per il culo. Questo è il mio principio essenziale di relazione con l'élite socioeconomica. Se sei uno a posto ti rispetto, altrimenti sei un nemico. Niente vie di mezzo e niente abboccamenti. Non siamo fratelli, non siamo simili, la tua ricchezza non mi interessa, semmai posso trovarla poco equa, sproporzionata, forse stupida.
Poche volte meritata. Perché spesso è ereditaria, pigra, sdraiata su pingui divani di pelle, con i sandali cosparsi di diamanti ed i piedi che puzzano.
Quanti tizi che hanno votato Berlusconi negli anni passati se ne uscivano con la deprimente affermazione “è stato in gambissima, guarda che ha creato”.
E a te che cosa te ne viene, stronzo?
Nella mia ottica, che in società conta meno di zero, un capitano d'industria vale meno di un manicurista. Mi interessano gli umili, non i fortunati. E lo dico, lo scrivo, e che si pensi pure che è invidia: non mi piace l'élite, quello che vale come concetto, come parte del nostro sistema, come nemico del popolo.
Non si tratta, come bolsamente mi veniva fatto notare negli anni scorsi, di un comunismo poco aggiornato ed utopistico. Si tratta di senso di appartenenza, di lucidità sociale.
Credo nella divisione di classe perché la vedo. C'è e negarlo è da fasulli. Le differenze aumentano. Il governo di centrosinistra che abbiamo adesso è la rivisitazione in chiave “boy-scout con il cazzo piccolissimo” delle peggiori pagine del berlusconismo, del dellutrismo e dell'entusiasmo al Drive In per le tette di Tini Cansino. Siamo lì. Il paese è una fogna dove la parola “speranza” è usata come passepartout svenevole e grottesco per sembrare persone a modo.
Non credo nella società italiana. L'Italia non sarà mai un paese attento ai diritti dei lavoratori, dei deboli, degli emarginati e degli scartati.
A questo punto, avendo vissuto più della metà della mia esistenza, preferisco stare dalla parte sbagliata, come del resto è sempre stato. Nell'oblio e nell'essere dimenticati, paradossalmente, si ha più spazio per respirare. Se uno mi ferma per raccontarmi che il suo amico è il re di Positano, può anche baciarmi il culo. Che facessero fistfucking alle prime luci del mattino con le loro disinteressatissime compagne. Punto, comunicazione chiusa.

Ma Petrus non aveva finito, se è vero che ritiene sensato e opportuno raccontarmi delle peripezie e dei cambiamenti verificatisi all'interno dell'azienda dove lavoravo. Mi racconta, ignorando la mia espressione disgustata, di persone che non vedo da anni, non frequento né dal vivo né via social, ombre sbiadite, simulacri di un periodo finito e pure smembrato, masticato e digerito dai vermi. Mi dice, il Petrus, che i miei ex compagni di lavoro stanno vivendo delle difficoltà. Cosa vuoi che me ne fotta? Non sono un volontario di Medici Senza Frontiere. Non sono mago Otelma.
Forse Petrus non sa che a me piace chiudere i conti in modo energico. Che dopo il fallimento di un'impresa concepisco il nulla bianco e non la nostalgia. Che non sono una gru o un'impresa di recupero.
Ascolto il suo racconto, mi dice pure che qualcuno gli ha chiesto di me, non sapendo che fine avessi fatto. Esistono i telefoni dai tempi di Meucci. Ma è tardi per me, per loro e pure per i ricordi.
Ognuno si racconta la sua storia, le sue menzogne ed i suoi alibi, ognuno cerca giustificazioni di qualche tipo per tutto ciò che fallisce. Per questo, alcuni sbroccano ed iniziano la trafila degli “stimatori dei riusciti”, illudendosi di poter entrare in qualche ingranaggio funzionante, ogni tanto.
Io penso che l'unica salvezza possibile sia praticare fistfucking a Positano, lontani dalle orecchie e dagli occhi dell'ennesimo Re di questo cazzo.

Luca De Pasquale 2016

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