29/08/16

Pietà plus IVA


Il futuro sembra un'entità democratica ma non lo è affatto.
Credo che solo la paura della morte, e in particolare della morte violenta, riesca a rendere le gigantesche distanze tra le persone poco più di un soffio.
La solidarietà, l'emotività messa a dura prova, il senso di nazione funestato dal lutto, tutti questi elementi sembrano favorire -oltre alla prevedibile idiozia totale di anatemisti e complottisti d'ogni sorta- una specie di poltiglia ideologica che favorisce il pensiero ipocrita e utopistico che gli uomini siano tutti uguali.
Tutti sulla barca di Dio, con poco più di un fragile remo in mano.
Il futuro, invece, tendenzialmente non è affatto democratico: si lascia -troppo spesso- prenotare come la camera di un hotel, si fa fortificare con la cura a base di denaro, commercia in colori a seconda delle possibilità finanziarie del compratore. Paga bene e vedrai celestino; non paghi, rischi il suicidio alle quattro del mattino, con le bollette sul tavolo e un sentimento di fallimento persino nelle tasche dei cappotti. Perché se non paghi, sarà il nero il tuo colore.
Sono in molti a non vederlo affatto, il futuro. Sono in moltissimi coloro -tra i quali rientro con piacere- che non amano guardare oltre il prossimo risveglio, per ovvie ragioni. Nessun programma, nessuna pianificazione, e soprattutto nessuna marmellata emozionale da rubare assieme al prossimo.

Provo un forte disagio e un crescente imbarazzo a prendere nota di come i grandi eventi funesti (con l'ausilio dei disgraziatissimi social) prendano la mano a un numero eccessivo di individui, portandoli come per incanto su spiagge e piattaforme dalle quali imbonire il prossimo con una carità che si è appena convertita dall'indifferenza totale alla lacrima facile, dall'individualismo malaticcio al senso epico e sacrificale della collettività. E poi moniti, moniti a iosa, come se piovesse. Avvertimenti, "risvegli della mente" ampiamente colati nel ridicolo involontario, questo sconosciuto.
La polemica politica si cela, male e goffamente, in pretesti fantasiosi, strumentali e mal espressi. Leggo cose atroci: ad esempio, che a una festa stile “figli dei fiori” della Roma bene ci si prenda il lusso di fermarsi per un'ora, abbassando la musica e guardando tutti verso il cielo come in una farsa imbastita da Carlo Verdone.
Ma perché fermarsi, a questo punto? Perché non continuate a divertirvi? Mi sembrerebbe meno ipocrita. Non mi risulta che certe feste siano state annullate nel 2007, quando morirono gli operai della Thyssen. 
Da noi poi, nella nostra grande distribuzione di finta cultura, si continuò a organizzare la festa aziendale, quelle per intenderci dove fai sfoggio di lingua collosa e genitali rasati e rinfrescati, non si mai che ci scappi un giochetto veloce nei cessi.
Sembra che non esistano vie di mezzo: si passa dal più totale e sconcio egoismo alla pietà pubblica levigata per l'occasione.

Ci siamo dentro fino al collo. Dove? Banale: in un sistema. Un sistema che prevede, accetta e salvaguarda in qualche modo ossessioni non sempre pacifiche come quelle animaliste, ultracattoliche, il negazionismo immerso a capa sotto nella religione, vegani combattenti armati di mais acuminato contro noi fottuti consumatori di carne, critici e censori contro le nostre oscenità letterarie o paraletterarie, gruppi di neofascisti spacciati per difensori della patria un po' ingenui, ma che nega fino al parossismo le differenze di classe e l'esistenza di congrue sacche di ciarlatani con il “bene pubblico” sempre in bocca e avvezzo a pericolose tendenze forcaiole e ultraconservatrici di non si sa bene quale fantastica tradizione liberista.
Quanto poi ai sacerdoti della cultura sempre con l'ego in erezione, forse dimenticano i vari cartelli editoriali che regolano -volente o nolente- il mercato della lettura in Italia. Dimenticano che il pianto peregrino e patetico “leggete di più e sarete migliori” è figlio del marketing e non della coscienza. 
Case editrici, scrittori, lettori invasati e avamposti della lettura a pagamento continuano a cavalcare questo slogan che è di una demenza assoluta. Come se ci si dovesse svegliare nel 2016 per dire un'ovvietà del genere.
Siamo al punto in cui preferiamo leggere gialli tutti uguali o ricalcati sul povero Camilleri (al quale fischieranno orecchie e sigarette venti ore al giorno, almeno) e saggi grotteschi su orditure sconosciute (e chiare solo agli autori di quegli obbrobri), piuttosto che riscoprire un'inedita ma ormai sputtanata narrativa civica, lucida nel distinguere i torrioni e il filo spinato che dividono caste di individui e categorie di lavoratori.
Sono giorni che parecchi fantasiosi italiani rompono i coglioni con le loro ineffabili e penose ipotesi circa il terremoto in centro Italia. Per qualcuno è colpa di Renzi, per altri è una punizione divina, c'è anche chi ha osato parlare di karma negativo per l'abuso di carni perpetrato ad Amatrice. Per tutti i gusti, olè. Tanto poi si resta in spiaggia, no?
Cosa costa inviare un tweet dalla sedia a sdraio, infilare un fiocco nero sull'avatar, scrivere assurdità come “e ora voglio la verità!” dallo stabilimento balneare, prima del panino con caprese?
Questa volta sono morti in troppi, bisogna mostrarsi affranti; ma con il coraggio di perseguire quella ambigua premessa silenziosa che consiste nel continuare a farsi i cazzi propri pur con l'orrore in petto.

Per tutti quelli invece senza lavoro o fottuti del caporalato, beh, lì è meno necessario mobilitarsi. Si tira in ballo la sfortuna, spesso, e si fa capire -sommessamente- che ogni individuo ha le sue colpe, se non si è bene inserito in società. In fondo, l'Italia è sempre stata la casa di Big Jim dell'America, almeno così è parso a molti. Cioè: anche qui ci sono le chances, ci sono i sogni, anche qui le parabole edificanti sono possibili. Basta la forza di volontà: chi ha fallito l'Italian Dream è un disadattato.
Chi vuole fortemente privilegi, prima o poi li ottiene. A molti piace pensare questa cazzata. E dunque, chi non è stato capace di garantirsi almeno la tranquillità è un elemento di scarto. La solidarietà è una bestia strana, che si fa i suoi calcoli ideologici prima di sgorgare veloce e sciocca come una venutina maschile svogliata.

Ora la grande commozione si attenuerà, come sempre. Come è fisiologico. Ricominceremo a dire che la colpa è di quell'altra fazione, dei vicini, dei confinanti, dei colleghi, dei parenti acquisiti. Ci faremo spiegare dalle nostre religioni cosa mangiare e cosa negare. Quale nemico individuare. Diremo che è in agguato Poseidone per i nostri peccati estivi. Ci rifugeremo tra le capienti e mediatiche braccia di Di Battista. Ci stringeremo ai nostri cari per proteggerli dalla barbarie costituita dall'esterno, l'esterno generico. Ci lamenteremo perché la nostra categoria non ha avuto l'aumento. Ricuseremo i politici, nel più prevedibile rigurgito nichilista e qualunquista. Se vorremo dire qualcosa di sinistra, ricorreremo a Erri De Luca, Guccini e Saviano perché in fondo, cose vere di sinistra, noi non le abbiamo mai sapute dire senza quell'inspiegabile senso di ritrosia che ci ha fottuto il culo tanti anni fa.

Questa volta mi piace chiudere (in genere inizio) con John Osborne: come vedete anche io dico cose servendomi delle citazioni. Mica mi assolvo. Solo, sono consapevole che davvero non potrei essere più efficace di queste parole, prese dal citatissimo “Manifesto degli arrabbiati”:

È vero, i borghesi non usano parlare dei propri guai personali; ma, esattamente come i proletari, non fanno che lagnarsi, che so, di come li han truffati nella divisione dell'eredità, delle tasse che li soffocano, delle ingiuste limitazioni imposte alla loro 'iniziativa' (il che, tradotto in parole povere, vuol dire che non gli è stato concesso di fare abbastanza quattrini per assicurarsi certi tradizionali privilegi, in particolare quell'educazione superiore capace di garantire un buon posto al sole). Ma sui loro problemi personali, come ho detto, di regola tacciono anche con gli intimi”.

E ancora più illuminante per il sottoscritto è questo passaggio:

Io sono uno scrittore: dunque, il mio contributo personale a una società socialista consisterà nel portarne testimonianza nell'ambiente in cui vivo, non certo nello scoprire i metodi migliori per applicarlo. Non è necessario che scenda in piazza a far la propaganda elettorale per il partito laburista”.

Infatti, no.

Luca De Pasquale, 2016

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