10/08/16

Nel fango e nella luce breve


6e14 del mattino. Mi faccio la barba. Silenzio totale, tranne un aereo, di quelli utilizzati per spegnere gli incendi.
Tolta la barba con due passate a guancia, barba riccia, rada, adolescenziale, mi ritrovo la pelle tirata come quando avevo 28 o 30 anni. Ma non è quella la mia età.
Metto il dopobarba, parecchio. Troppo. Mica devo andare ad un appuntamento intimo, e comunque sarebbe in eccesso anche per quello. I venti minuti di rasatura chiedono la sigaretta di rito. Procedo, sempre guardandomi allo specchio.
Non vedo grandi cose. Semplicemente la faccia di un tizio che principalmente non vuole essere rotto i coglioni.

Ieri mi hanno chiesto che sto leggendo. Ho risposto che sto leggendo Guillermo Fadanelli, lo scrittore messicano. “Fango”, grande libro. Il mio interlocutore mi chiede, ascoltando le mie note sommarie sull'opera, se somiglia a Bukowski o Gutierrez. “Non proprio”, rispondo. Bisogna per forza somigliare a qualcuno? Sembra di sì.
Questa cosa del “può piacerti se ti piace...”, che si usa anche per i dischi e forse per le persone, mi fa veramente schifo. È così che le curiosità e gli impulsi diventano delle minestre cucinate da altri e servite da altri ancora. I rischi sono ormai azzerati. Si resta sempre nel filone accertato, sperimentato, funzionale. Le variazioni sono sul tema, non vanno oltre il vecchio adagio: è sconfortante.
Ho comprato il libro di Fadanelli perché le sue note biografiche mi hanno incuriosito e sfogliando il libro ho trovato un tono che mi attraeva. Punto. Me ne strafotto se somiglia a qualcuno o no. Certo, è un irriverente, anche un po' osceno, ma quella è una questione di gusti. Non mi sono chiesto d'amblais se avesse qualcosa a che fare con gli incazzati o con i provocatori.
Fango” è una storia di decadenza umana e virile che non strizza l'occhio al lettore, se non per finta, quasi in un gioco al massacro nel quale l'autore non risparmia certo se stesso. Non c'è altro da dire.
Non ne posso più di scrittori con l'occhiolino facile, di scribacchini che si sono fatti ricoprire di quel piumaggio semovente e disgustoso che è la modestia esibita come umanità: “Dopo molte delusioni ed un percorso accidentato, eccomi a voi con questa mia modesta opera...”
Modesta opera? Ma tu non lo pensi, buffone. Dai. Tu credi di aver scritto il capolavoro. Dillo. Dillo che sei un pavone. Dillo che ti piace piacere, e che ci hai messo dieci giorni per sceglierti la giacca adatta alla tua trascendente presentazione. Non prendere i lettori per il culo. Non puoi, non ti è consentito, dai.
Ora, mica lo so se Fadanelli è un pavone. In linea di massima, non credo affatto, dagli elementi che posso valutare. Di certo, tanto per essere chiari, è meno Dorian Gray di uno come me. Conosco i miei limiti, sono una selva mai bonificata. Sono una palude, un bordello di vecchie zoccole. In caduta, precipitando sul serio, finisco con il pavoneggiarmi. E mi disprezzo per questo. Poi passa e torno l'uomo medio che è scritto sul mio citofono. Ecco perché stimo chi non sta a rimirarsi e non quelli che vivono nella pia illusione di non dare segni evidenti della loro devastante vanità.

La lettura di Fadanelli può mettere relativamente in crisi un lettore normodotato di quarant'anni e rotti. Dunque, può mettermi sossopra quando vuole. Nel libro fattori come il successo, la popolarità, il ritorno di immagine, il desiderio sessuale, la potenza del cazzo, la qualità delle erezioni e la loro spendibilità, sono analizzati spietatamente e con un'ironia muriatica, senza ritorno. Quindi Fadanelli mi piace, mi seduce e -come lettore- me lo mette in culo con calma, puntando sull'effetto a coda lunga.
Credo ci sia bisogno di questi individui. Che per molti sono poco digeribili, amari, pretestuosi, dediti alle provocazioni (letterarie e non) più salaci e forse insensate. Mi piace, mi coinvolge, la forza di chi non nasconde la decadenza insita nel nostro percorso, la fugacità delle passioni, le perpetue contraddizioni del sesso e della libido. Mi piacciono questi scrittori che non stanno a preoccuparsi troppo di cosa cazzo verrà scritto sulle loro lapidi, e che probabilmente non si scervellano a trovare definizioni per i social, per la targhetta fuori la porta, per la stima altrui. Loro scrivono e ti danno l'idea, a te lettore, che potrebbero anche non aver bisogno di te. E questo è potente. Altro che gli occhiolini, i blazer smacchiati e le finte acconciature alternative dei giovani virgulti del PC.

Fango” non è certo la classica lettura estiva. Lo è per me. Una di quelle letture chirurgiche, che valgono quasi come una gastroscopia. Dopo, finisce che devi leggerti qualcosa di più tranquillo. Ho già selezionato due Henning Mankell d'annata per rilassarmi dopo Fadanelli. Mankell era maestoso, nel suo rimetterti l'anima a posto con i venti interiori e le mareggiate panoramiche di Wallander. E dunque, dopo Fadanelli tornerà Mankell. Poi, se sarò vivo come spero, vedrò come proseguire i miei cicli di lettura.

Durante la giornata, tra lettura e scrittura e ovviamente sigarette, trovo il momento di scendere in centro per la spesa, come un qualsiasi abitante della provincia sonnolenta, sedata e ferita. I “buongiorno” con gente che non conosco si sprecano; mi sono anche rasato e sembro più giovane, di sicuro più pulito e presentabile.
Mentre scelgo la carne al banco, svogliato e taciturno, mi viene da pensare che è proprio il fango a spiegare le stelle e i cieli notturni. È il fango che esalta le poche pause terse, davvero personali, magnifiche nella loro natura capricciosa ed effimera. Un tempo pensavo che le pause fossero solo delle prese per il culo; oggi penso senza enfasi che ti salvano la vita, che sono un oscuro appello alla pazienza, il finto tappeto persiano sotto il corpo spesso esanime del destino. Sono la lampada che non ti rompe i coglioni con il genio di turno.
Non voglio il genio della lampada, sarebbe certamente uno stronzo e un visionario insopportabile; voglio la lampada, la grazia di non arrivare a calcolare il mio respiro al buio, voglio il rischio di vedermi sfiorire e ovviamente non poter mettere rimedio.
Voglio che il mio pochissimo potere onirico e autoseduttivo mi sia chiaro, in modo da poter amare seriamente, senza giocare, i momenti in cui le luci ti costringono a non dar loro dei nomi.

Luca De Pasquale 2016

Julio Larraz, Communio

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